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Il gusto della composizione geometrica

Io possiedo una mente limitata, e quindi razionale. Diversamente da Leopardi, non riesco a cogliere l’infinito ma solo piccole porzioni finite di esso. E di queste, ciò che davvero amo è il dettaglio, o meglio: la sua precisione.

La predilezione per le forme geometriche, per le simmetrie, per le serie e, potrei aggiungere, per l’ordine, l’esattezza, la precisione, la concretezza si scontra con il limite della misura.

«Alle volte cerco di concentrarmi sulla storia che vorrei scrivere,» scriveva Calvino, «e m’accorgo che quello che m’interessa è un’altra cosa». Ciò che metteva a disagio Calvino, e anche me, è il rapporto tra un argomento definito e la vastità quasi infinita di possibili variabili e alternative: «È un’ossessione divorante, distruttrice, che basta a bloccarmi. Per combatterla, cerco di limitare il campo di quel che devo dire, poi a dividerlo in campi ancor più limitati, poi a suddividerli ancora, e così via. E allora mi prede un’altra vertigine, quella del dettaglio».

Per farla breve, dall’infinito all’infinitesimo è pur sempre un problema di proporzioni e di vaghezza; perché più si cerca di realizzare la precisione, meno ci si riesce. Più si cerca di cogliere l’infinito, più si vaga nell’indefinito. Più si cerca di circoscrivere concretamente il dettaglio, più si finisce per comprendere che la parola è un mezzo limitato.

Tra infinito e indefinito

Secondo Calvino la letteratura è l’antidoto alla peste del linguaggio, cioè a un uso «approssimativo, casuale, sbadato» della parola. Per Calvino esattezza vuol dire: un opera ben definita e ben calcolata; l’evocazione d’immagini visuali nitide, incisive, memorabili; un linguaggio il più preciso possibile come lessico e come resa delle sfumature del pensiero. In una parola: letteratura icastica.

Ma esiste un altro tipo di letteratura; una letteratura che vuole essere l’opposto dell’esattezza e che vede nella vaghezza un vessillo da sventolare. Giacomo Leopardi, ad esempio, sosteneva che il linguaggio è tanto più poetico quanto più è vago e impreciso:

“E il naufragar m’è dolce in questo mare”

Sono sicuro siate riusciti a cogliere il verso. Protetto da una siepe, oltre la quale si vede solo il cielo, il poeta prova insieme paura e piacere a immaginare gli spazi infiniti. Questo è il nucleo di una delle più belle poesie di Giacomo Leopardi. Per Leopardi l’ignoto è sempre più attraente del noto. Ma cos’è che il poeta cerca davvero di descrivere?

Al pari dei filosofi del suo tempo, uno fra tutti Kant, Leopardi riflette sul rapporto tra l’infinito dello spazio e del tempo assoluti e la nostra cognizione empirica di essi. L’uomo proietta il suo desiderio d’infinito provando piacere a immaginare che esso non abbia fine; ma poiché la mente umana non riesce a concepire l’infinito, non le resta che accontentarsi dell’indefinito. L’indefinito crea l’illusione dell’infinito e, in questo senso, la vaghezza del linguaggio è poesia.

La ricerca dell’esattezza

«La parola collega la traccia visibile alla cosa invisibile,» scriveva Calvino, «come un fragile ponte di fortuna gettato sul vuoto». Il corretto uso del linguaggio, quindi, permette di avvicinarci alle cose. Vale la pena prendere come esempio la favola del fuoco di Leonardo da Vinci:

«Il fuoco, offeso perché l’acqua nella pentola sta sopra di lui che pure è il superiore elemento, innalza le sue fiamme sempre più in alto, finché l’acqua bolle e traboccando lo spegne».

A questa descrizione, Leonardo ne fa seguire altre tre: tutte incomplete; aggiungendo ogni volta qualche dettaglio per meglio definire il suo pensiero. Poi s’interrompe, rendendosi conto che non c’è limite alla minuziosità con cui si può raccontare anche la storia più semplice.

Leonardo era ignorante in latino e in grammatica e questo gl’impediva di comunicare per iscritto con i dotti del suo tempo. Molta della sua scienza egli sentiva di poterla fissare nel disegno e nella pittura meglio che con la parola. «Ma c’era in lui anche un incessante bisogno di scrittura, d’usare la scrittura per indagare il mondo nelle sue manifestazioni multiformi e nei suoi segreti e anche per dare forma alle sue fantasie, alle sue emozioni, ai suoi rancori,» ci racconta Calvino. «Perciò scriveva sempre di più: col passare degli anni aveva smesso di dipingere, pensava scrivendo e disegnando, come proseguendo un unico discorso con disegni e parole». Ma anche nel disegno, Leonardo, cerca la precisione, l’esattezza, il dettaglio; finendo per non esserne mai soddisfatto.

Due modi d’intendere la scrittura

Per meglio definire il suo pensiero, Calvino evoca due simboli: il cristallo e la fiamma. Il primo rappresenta «l’invarianza e la regolarità di strutture specifiche»; il secondo, è l’immagine «d’una forma globale esteriore, malgrado l’incessante agitazione interna». Esse sono due forme di bellezza perfetta, da cui lo sguardo non sa staccarsi. Eppure rappresentano metaforicamente due modelli «morali» opposti: da un lato la precisione, il dettaglio, la struttura; dall’altro la mutevolezza, l’indefinibile e la vaghezza.

Esse rappresentano due modelli, due approcci possibili alla scrittura. C’è chi sostiene che la parola sia il mezzo per raggiungere la sostanza del mondo; chi invece intende la parola come un’approssimazione non alla sostanza delle cose ma alla loro infinita varietà. Non esiste un giusto e un errato. Ogni forma consapevole è meritevole d’essere perseguita.

La mia ricerca dell’esattezza vuole da una parte ridurre gli avvenimenti contingenti in schemi astratti, con cui meglio definire e dimostrare teoremi; dall’altra usare con precisione le parole per muovermi in uno spazio gremito d’oggetti e personaggi, in un’incessante ricerca dell’equivalente verbale.

Il linguaggio è per sua natura lacunoso. Per alcuni questo è un motivo bastevole da usarlo non tanto per definire, quanto per «approssimare all’infinità varietà delle cose». Per altri, invece, la costante ricerca dell’esattezza non serve a descrivere la natura delle cose, ma a rappresentarla identificandosi con essa.

Conclusioni

Che si scelga la vaghezza o l’esattezza, è inevitabile giungere alla conclusione che tanto l’infinito quanto l’infinitesimale non siano alla portata della mente umana. La mente umana non potendo immaginare l’infinito s’accontenta dell’indefinito, cioè di un’illusone. Il linguaggio, mezzo finito, non è bastevole a definire all’infinito, e in questo è destinato al fallimento. A questo punto c’è chi si chiede se la parola scritta abbia ancora un senso. Fra due settimane cercherò di dimostrare come vaghezza ed esattezza possono coincidere, e allo stesso tempo cooperare nella creazione d’immagini concrete.

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Note

Italo Calvino, Lezioni americane, Oscar Mondadori 2014

Giacomo Leopardi, L’infinito

Leonardo da Vinci, Codici leonardeschi

In calce: un quadro di Gerhard Richter

88 Comments on “L’esatto e l’indefinito nella letteratura

  1. Lo confesso, vengo qui soprattutto per questi articoli, ma stamattina ho difficoltà a concentrarmi sulle parole 😛 quindi premetto che il mio commento potrà essere abbastanza sconclusionato. Che poi ridurre un argomento così vasto come l’infinito in un commento…
    In fondo anche il Leopardi l’infinito lo può solo percepire, e lo può percepire solo perchè qualcosa ne limita la vista. Un po’ come guardi un cielo stellato e provi a contare le stelle e proprio il tuo limite, il non poterle contare, ti fa percepire l’infinito.
    Eppure in matematica l’infinito è ben definito, così come l’infinitesimo, con infinito e infinitesimo si possono fare operazioni matematiche, ci si possono basare dimostrazioni e risolvere problemi. La matematica ha questa capacità di rendere tutto definito, anche l’imponderabile, anche l’indeterminato.
    Verrebbe quasi da dire che l’opposto è la poesia, ma anche la la poesia richiede rigide strutture geometriche, più della letteratura, anche se la metrica non va più di moda.
    Mi vien da dire che definito e indefinito siano strettamente legati, che non possano essistere l’uno senza l’altro o che possano esistere solo per negazione dell’altro, come l’yin e lo yang.
    In letteratura ci viene incontro forse la teoria dell’eisberg di Hemingway, la precisione del dettaglio può essere la chiave per mostrare per indefinizione ciò che sta sotto la superficie, usare quel dieci percento mostrato in modo definito per parlare, per comunicare, per far sentire, percepire quel 90% che sta sotto la superficie.

    P.S. Hai letto Vonnegut? Se si parliamone, se no leggilo 😉

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    • Ancora no, è nella lista. Ma ne parleremo… Di articoli come questo ce ne sono un bel po’ già pronti. Come avrai notato il mio è un percorso che procede un po’ a tentoni, quasi a rivelazioni muovendosi, però, in una direzione ben precisa. Quello che dici a proposito della matematica, ma anche a proposito della letteratura (il 10%, ecc.) è molto azzeccato; motivo che mi ha spinto a immaginare una “soluzione” geometrica per la struttura del romanzo; è un modo per tirare in causa una certa matematica per definire qualcosa d’indefinibile. 🙂

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      • Ok, ti aspetto 😉 hai già un titolo in programma? Nel frattempo io ho iniziato la Ferrante 😉
        Tra le altre cose giusto ieri leggevo della comparazione tra il pensiero di Platone e il pensiero di Aristotele a proposito dell’imitazione (o mimesi, se preferisci, o arte) e un po’ questo pensiero mi ha fatto ricordare l’idea di Platone per il quale la letteratura (semplifico) non ha senso in quanto imitazione dell’imitazione essendo per Platone la realtà contingente già imitazione del mondo delle idee.

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        • Sì, carino come paragone. Tuttavia noi viviamo qui e ora e per noi la vita non è un’imitazione, quindi la letteratura, che si occupa di simularla, è solo al primo livello d’imitazione.

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          • In realtà anch’io sono d’accordo con Aristotele. L’idea delle “idee” di Platone è troppo frustrante, preferisco pensare, magari sbagliando, che la realtà esiste. Poi nel caso prenderò la pillola rossa,ma non sono così sicuro 😛

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            • La realtà esiste infallibilmente. è che tu non puoi conoscerla. Anche la matematica non può mai rappresentare la realtà, può creare solo qualcosa che le somiglia. Ecco il punto: anche quando arriverai a conoscere la formula ultima dell’universo che spiega tutto ciò che è in esso, qualsiasi cosa tu crederai sarà una scommessa. Credi che io abbia scritto questo messaggio? è comunque una scommessa, più o meno azzardata.

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              • I miei studi di filosofia risalgono al secolo scorso 😛 quindi sull’esistenza della realtà mi fido, sbagliando consapevolemte, dei miei limitati sensi (e continua a venirmi in mente Vonnegut ;P)
                La matematica in realtà non rappresenta la realtà, neanche ci prova, per quello c’è la fisica. La matematica è molto più ideale. Matematicamente posso descrivere un oggetto geometrico in un numero infinito di dimensioni, posso cambiare le regole del gioco e descrivere un’universo fittizio basato su diversi postulati.
                Una formula matematica, se mai la troveremo, potrebbe descrivere il mondo, non rapppresentarlo. Resta comunque il problema dei problemi insolubili, come quello dei tre corpi. Insomma siamo fottuti 😀

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                • Be’, la fisica si esprime comunque tramite formule matematiche (con vari tipi di matematica). E infatti la matematica è l’unica vera scienza.
                  Il problema sono i teoremi di incompletezza di Godel: infatti anche la fisica ha dei problemi indecidibili, quindi non arriveremo mai a un modello di universo certo. Anche qui, questione di scommesse.

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                  • Ma il fatto che un’equazione non sia risolvibile (e si dimostra non esserlo) non significa che l’equazione non descriva pienamente il mondo.
                    Ieri sera avevo scritto un lungo commento sul problema dei tre corpi, ma poi è saltata la connessione ed è andato perso. Stamattina devo ancora riavviare il cervello 😀 magari più tardi ci ritorno 😛

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  2. Spesso il mio sguardo si proietta alle stelle e a quell’infinito lassù; così come spesso, abbasso lo sguardo e provo a immaginare l’infinito quaggiù.
    Due infiniti speculari. L’altro giorno ho visto al microscopio un batterio. Pensare che quell’esserino a me invisibile è vita, che nel mio corpo ne esistono di miliardi buoni e ogni tanto qualcuno cattivo… Tutto questo infinito e impercettibile basta per sorridere alla concretezza spesso priva di valore degli affanni quotidiani.
    Proprio partendo dagli infiniti, l’esatto non esiste, qualsiasi sforzo di precisione si possa compiere è sempre un’approssimazione.
    E l’arte, non ha bisogno dell’esattezza reale delle cose. E’ inutile descrivere minuziosamente.

    Il mio file dove racchiudo i miei consigli di scrittura (tratti dagli scrittori, da quel che leggo, da quel che elaboro) si chiama: “rapide pennellate”.
    Sta proprio a indicare la differenza tra la pittura classica, che per secoli ha ricercato la precisione, da Giotto, Leonardo, Caravaggio… ma quando la tecnica è diventata estrema ecco sfociare un gruppo di giovani matti, che per dileggio furono chiamati Impressionisti.

    Questi nuovi pittori, (che a me sembrano un po’ come gli scrittori indie di oggi, ma ci vorrebbe un guest per dimostrare l’analogia 😉 ) si scagliarono contro il sistema, le accademie, il pensiero imperante: il bello può essere raggiunto anche con rapide pennellate. Quelle giuste. Quelle poetiche che creano effetti inaspettati.

    Proust, chi l’ha letto lo sa, e chi non lo ha letto farebbe bene a leggerlo, nella sua Recherche prova a fare questo. Qualcuno prova a trovare nell’opera di Proust la trama e non capisce cosa ci sia di bello in uno che impiega 50 pagine per descrivere come non riesce a prendere sonno.
    Proust non vuole raccontare una trama. Proust tenta di ricreare la vita, la realtà nella sua massima definizione. Proust è uno scrittore che come metafora di un televisore odierno potremmo definire un 8K. Ultra definito. E il suo periodare (magnifico, è il più grande di tutti noi che scriviamo e ambiamo a scrivere) è questo, una ricostruzione della realtà per approssimazioni successive.

    Guarda questo passo Della Strada di Swann (trascritto da me proprio nel mio file rapide pennellate):

    “Ma a incantarmi erano gli asparagi, imbevuti d’oltremare e di rosa, e la cui punta, finemente spruzzata di malva e di azzurro, sfuma insensibilmente fino al gambo – pur sudicio ancora del terriccio della pianticella – in iridescenze che non sono terrene. Mi sembrava che quelle sfumature celesti rivelassero le deliziose creature che si erano divertite a prender forma di ortaggi e che, attraverso il travestimento della loro polpa commestibile e soda, lasciavano scorgere in quei colori nascenti d’aurora, in quegli accenti d’arcobaleno, in quell’estinguersi di sere azzurre, l’essenza preziosa che riconoscevo ancora quando, l’intera notte che seguiva a una cena in cui ne avevo mangiati, si divertivano, nelle loro farse poetiche e grossolane come una fantasmagoria di Shakespeare, a mutare il mio vaso da notte in un’anfora di profumo.”

    Proust prova non a ricreare la descrizione oggettiva degli asparagi (e ci sarebbe riuscito) ma qualcosa di più difficile, prova a ricreare la sensazione da lui percepita dagli asparagi.
    Tra l’altro molti pensano che Proust sia una palla noiosa. In realtà è altamente ironico, divertente, a volte quasi comico, e lui da snob patentato, lo sa, lo fa apposta. L’ironia finale che il suo piscio della notte grazie agli asparagi profuma, è di una irriverenza sublime.

    Detto questo, al Proust magnifico e minuzioso, nello scrivere preferisco le rapide pennellate, quelle giuste, quelle danno emozioni senza dire troppo.

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    • Di Proust non mi spaventa lo stile, ma la lunghezza. Forse un giorno leggerò anche lui, forse.
      Giusto ieri si parlava di un altro romanzo-fiume: infinite jest, e mi ha incuriosito al punto che mi sa che prima o poi lo leggerò, in fondo sono solo mille e rotte pagine 😉

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      • Eh, Infinite Jest manca pure a me. Da qui al mio prossimo infinito prima della morte spero di rimediare. 😀 Proust io non l’ho letto tutto. Lo spalmo negli anni. Sono alla Prigioniera, se non erro il quinto. E’ un tipo di lettura che, almeno con me, non si concilia con i ritmi frenetici della quotidianità. Va letto con lentezza, nei periodi giusti. Forse anche negli anni giusti. Però è anche bello, entrare dentro un’opera e seguirla nell’itinere della vita. Ti accompagna negli anni, la maturi mentre ti maturi. Invece ho Vonnegart già che scalpita. Volevo cominciare dal più noto Mattatoio n°5. Cosa mi consigli come sua prima opera da leggere?

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        • Anch’io ho in lista Mattatorio n. 5. Nessuno ha mai veramente letto tutto Proust, anche chi banfa: soprattutto chi banfa. XD

          P.S. scherzo eh?, so per certo che Mozzi l’ha letto. Forse… XD

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          • Vabeh, Mozzi è fuori gara… 😀

            Invece su Proust e poi su Celine con il suo Viaggio al Termine della Notte, è molto bella la lezione di Baricco delle Palladium Lectures: https://www.youtube.com/watch?v=9wwxGPz4k5o Immagino l’avrai vista.

            In fondo anche Baricco rimarca il concetto fra definizione (Proust) e vaghezza (Celine). Dove però alla fine, nell’esposizione di Baricco è proprio la vaghezza di Celine a prevalere. Un po’ come se Proust e la concretezza fossero nutrimento per la testa, mentre la vaghezza di Celine nutrimento per l’anima.

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            • Ecco una cosa su cui non mi trovo d’accordo, eppure è una cosa banale: perché vaghezza e esattezza, nella letteratura, dovrebbero essere in competizione? Sappiamo che entrambe sono destinate al fallimento, almeno se portate alle conseguenze estreme, eppure entrambe cooperano costantemente nel testo per la formazione di un’immagine assolutamente letterale (diversa quindi dall’immagine televisiva o cinematografica). Ecco, secondo me, qual è la chiave corretta di lettura: la cooperazione. Ne parleremo…

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        • Mattatoio n. 5 merita sicuramente. Io l’ho letto anche in omaggio alla città che mi ha accolto della quale il romanzo parla. Fra le altre cose sono anche stato al mattatoio.
          L’altro che ho letto è le sirene di Titano, che è più fantascientifico, mentre in Mattatoio la fantascienza è più un’espediente narrativo per parlare d’altro, dell’atrocità della guerra e della piccolezza dell’uomo di fronte all’universo in particolare. In pratica Vonnegut invce di usare i flashback e flashforward fa muovere il protagonista avanti e indietro nel tempo, ma ciò ha anche una funzione fondamentale per la trama e per il messaggio che vuole trasmettere.
          Un’avvertenza qualora voleste leggere le sirene, saltate l’introduzione o leggetela dopo, perchè spoilera il finale (che fra l’altro è geniale)

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      • Infinite Jest ce l’ho in lista per quest’anno, e appena lo avrò letto certamente ne parlerò. La lista cresce in continuazione e, per quanto legga, appare sempre più simile all’infinito di Leopardi… XD

        Con Proust, in alcuni punti, la difficoltà è riuscire a seguire il lungo periodare senza perdersi per strada. Per il resto lo trovo spassoso.

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    • Ciao Marco, capiti a proposito. Fra due settimane uscirà un post in cui cerco di mostrare (più che dimostrare) come vaghezza e esattezza, pur destinate entrambe a fallire, possono cooperare per definire l’immagine che il lettore forma autonomamente nella propria mente. Questo venerdì, invece, ci sarà un intervento di Montagner proprio sulla vaghezza. Grazie per il commento, come al solito arricchente. 😉

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    • Poiché sono rompiballe ti correggo una cosa sulla pittura: nonostante l’ideale medievale vuole effettivamente un’arte il più vicina possibile alla natura, nel concreto i pittori non lo hanno mai fatto, hanno al contrario sempre cercato il loro preciso grado di semplificazione. Sono certi contemporanei, al contrario, a cercare il massimo dettaglio: ed è proprio per questo che appaiono bislacchi.

      Proust lo citerò anche in un mio prossimo articolo: è un esempio perfetto di come l’informazione puramente visiva possa essere molto snella. Eppure non offre poche informazioni, è solo che sono di altro tipo.

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      • Alessio, sai che a me i rompiballe piacciono, soprattutto quando mi stimolano per migliorarmi.
        Però nel tuo giudizio leggo molto di critica da manuale, ovvero i manuali universitari, che di norma sono corretti, scritti da studiosi competenti, ma che spesso nel loro giudizio critico peccano di sterilità. L’arte tocca l’anima e certi critici di anima ne hanno poca.
        In tal senso ho vissuto un’esperienza divertente da giovane, quando obiettore di coscienza ebbi come collega un laureando in filosofia. I nostri confronti erano interessanti. Lui conosceva la letteratura perché l’aveva studiata sui manuali, io perché la leggevo per diletto. Lui sapeva illustrarmi l’apparato critico, abbastanza interessante, ma sterile, io gli parlavo delle emozioni che suscitava l’opera.

        Cosa voglio dire. L’arte è una mia passione, così come la storia ed entrambe le cose non le ho mai studiate sui manuali. L’ignoranza non è mai un vanto, ma posso ben dirti che non esiste affatto un ideale medievale.

        Sì, i critici traggono fuori, post secoli tali congetture per delineare il passato, iscriverlo dentro coordinate qualificate, ma la vita quotidiana del medioevo era ben lungi da ideali che non fossero la sopravvivenza. Ciascuno nel suo ordine e grado, dagli ecclesiastici, ai nobili, ai servi della gleba.

        I pittori, se vogliamo focalizzare dl periodo da Cimabue, erano dei bottegai, esercitavano arti minori e lavori socialmente poco prestigiosi. Non avevano ideali medievali, così come non sapevano di vivere nel medioevo.

        Eppure sfogliare un libro d’arte italiana, da Cimabue ai Macchiaioli è un’esperienza magica. Opera dopo opera, artista dopo artista, secolo dopo secolo, per imitazione dell’uno con l’altro, si coglie una crescita pittorica esponenziale. Si impadroniscono della tecnica, Paolo Uccello straordinario nell’acquisire e padroneggiare la prospettiva. Cos’è questo se non la necessità della riproduzione della realtà sempre più fedele. Prospettiva, colori, chiaroscuro, tutto nella pittura come un binario corre nella ricerca del vero.
        Il vero che una volta acquisito diventa istituzione e che gli impressionisti demoliranno.

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        • Non credo che si possa davvero parlare di un affinamento della tecnica basato su un unico scopo. Gli antichi romani, per dire, facevano delle pitture che erano, in quanto a realismo, al livello dei primi artisti rinascimentali. Non è che nel 1200 dipingevano come bambini perché l’abilità si era disciolta nell’acido, ma perché era cambiata l’idea del fare arte, si cercava un tipo di conoscenza diversa. Poi è tornata l’attenzione alla realtà. Ma artisti come Botticelli, per dire, se ne sono di nuovo distaccati, aggiungendo tra l’altro un certo decorativismo. La tradizione non-occidentale, poi, davvero va per conto suo, con ideali completamente diversi, a volte non badando neppure al colore.
          In realtà, anche negando il realismo, non possiamo inventarci niente… Guarda, secondo te cosa deve aver bevuto un uomo del 1533 per fare una cosa del genere?:

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          • Questo quadro di Holbein è famosissimo, la prospettiva del teschio ha lanciato miriadi di congetture. Poi i sempliciotti complottisti moderni ci vanno a nozze. Anche se i tedeschi, mettendoci anche Durer, non raggiungono appieno la fama degli italiani e dei fiamminghi. Quel che dici è corretto. L’arte si esprime per visioni intime degli artisti. Botticelli, è una dimostrazione. Però non dobbiamo scordarci che gli artisti del passato erano bottegai che lavoravano per committenti. E il committente nel chiedere il ritratto, o le chiese le pale d’altare volevano rappresentazioni reali. Gli artisti spesso esternavano la loro irriverenza in modi geniali. I due famosissimi angeli di Raffaello, rappresentati ovunque, quasi nessuno sa che sono un particolare della Pala Sistina. Una scena sontuosa della Madonna che entra nella scena, drappeggi, personaggi rigorosi e quei due angeli annoiati che paiono affacciati alla finestra. irriverenza e genio.

            E’ famoso Michelangelo che nei ritratti scultorei non raffigurava il reale volto del committente. Lui da borioso artista replicava che una volta morti nessuno si sarebbe ricordato delle reali fattezze. Lui scolpiva lo spirito, la sua visione.
            Sempre di Michelangelo è straordinario il percorso involutivo… Da giovane ricercava la precisione scultorea assoluta. Lorenzo il Magnifico prese in giro il diciassettenne Michelangelo perché aveva scolpito un vecchio alla perfezione, ma con i denti intatti. Michelangelo dalla rabbia non è che tolse i denti, frantumò la scultura. La Pietà, il David, Il Mosè toccano le vette della perfezione. Ma da anziano Michelangelo sceglie il non finito. La bellezza e la suggestione della Pietà Rondanini non hanno eguali.

            Sulle altre culture pittoriche è anche vero. Gli impressionisti si ispirarono molto alle xilografie giapponesi.
            L’arte figurativa è fantastica perché si rinnova uccidendo se stessa.

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            • Personalmente non credo a quelli che dicono che Michelangelo ha “scelto” il non finito. Perché va bene il genio, ma neanche il più grande genio della storia dell’arte può essere COSì avanti col gusto, era pur sempre figlio del suo tempo.
              Leonardo da Vinci era una intelligenza “alla Sherlock Holmes”: a lui interessava risolvere i problemi, poi non gli interessava davvero realizzare questa soluzione, per questo anche lui ha lasciato un mare di dipinti incompiuti. Credo che Michelangelo in questo gli fosse simile: non completava le sculture per il semplice fatto che non gli andava di farlo. Perché ha completato il Mosè invece? Perché gli ha offerto un problema dopo l’altro, lo teneva sempre sotto stimolo, e così i “pentimenti”, anziché essere imperfezioni, sono proprio ciò che rendono la scultura interessante.
              è stato fortunato perché ha creato una “profezia autoavverante”: e così oggi, grazie al non finito, troviamo in lui, a distanza di quattrocento anni, sculture di sconvolgente attualità.

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          • In proposito ricordo quando lessi “il mio nome è rosso” di Pamuk tovai interessante l’approcio dei miniaturisti turchi, lì sono guidati anche da forti motivazioni religiose. Per cui ad esempio le persone dovevano essere disegnatesempre allo stesso modo per diventare un simbolo e cessare di essere rappresentazione di un essere umano e quindi viatata dall’islam.

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            • Accidenti, dei miniaturisti turchi non so proprio nulla. Dovrò approfondire, grazie per l’interessante stimolo. 😉

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    • Il post di Wired è interessante ma mi sembra abbiano scoperto una verità ovvia: è come se avessero analizzato tutte le grandi canzoni rock per scoprire che tutte hanno un assolo a tre quarti e che sono “toste”! I romanzi non nascono nel nulla e senza motivo: sono scritti da persone che comunicano con altre persone, e tutte queste persone hanno un gusto comune “matematico”. Un romanzo che infranga le regole matematiche (chiamate anche della “buona scrittura”) non è impossibile: semplicemente non piacerebbe! È come la musica dodecafonica, che è anch’essa matematica ma esula dal gusto dell’ascoltatore medio, che preferira’ sempre accordi piacevoli ad accordi impegnativi.
      Attendo con ansia il tuo post sul “romanzo matematico”, Salvatore, convinto come sono che gran parte di un buon libro sia pura matematica. O geometria, per dirla come Platone: ciò che noi chiamiamo “idee” per lui erano forme geometriche, ed è innegabile che la geometria sia alla base della realtà che noi percepiamo. Viviamo in un mondo materiale, cantava Madonna, e tutto ciò che è a base materiale (anche il concetto più astratto) ci piace a prescindere.
      Ultimo pensiero sul discorso del linguaggio “finito”. Nel “Caligola” di Camus l’imperatore organizza una gara di poesia: vincerà chi saprà meglio descrivere la morte. I pomposi poeti di corte falliscono, e vince uno che poeta non è, semplicemente perché descrive tutte cose belle: Caligola è scosso, perché l’uomo ha descritto il bello della vita… e quale modo migliore per capire la morte? Il linguaggio è limitato ma è in grado di descrivere anche ciò che non può descrivere, semplicemente giocando di sponda…

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      • L’articolista di wired dal l’impressione di cercare di semplificare un concetto che non ha capito.
        Interessante il Caligola, un po’ quel che io definisco il descrivere per sottrazione.

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      • Condivido in pieno questa tua ultima affermazione Lucio: per questo continuo a sostenere che vaghezza e esattezza in realtà cooperano. Sono d’accordo anche su quanto dici a proposito della musica dodecafonica. Il mio tentativo non è quello di scrivere qualcosa di astruso (e, in fondo, tanto la Recherche, quanto Infinite Jest o L’arcobaleno della gravità sono in realtà romanzi illeggibili, da un certo punto di vista. Io vorrei scrivere un romanzo alto, cioè con delle pretese, ma godibile da tutti, anche dal lettore medio. Non a caso continuo ad affermare che è in atto un ritorno al classico e il New Realims di Ferraris è una testimonianza di questa tendenza nel pensiero. In tutte le mode, intese come i nuovi modi di “fare”, prima parte il pensiero, poi l’arte e infine vi approdano anche gli uomini comuni: filosofia, letteratura (o arte in generale) e, in fine, moda.

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      • La musica dodecafonica credo che ormai sia entrata nel gusto comune. La musica aleatoria, o stocastica, o la vera elettronica a la stockhausen, o la micropolifonica, in certi casi pure quella spettrale e gli esperimenti più estremi della minimale (la postminimale invece a sorpresa ha ricevuto influssi dalla classica che l’hanno resa abbastanza popolare)… qui ci vorrà qualche secolo. Però l’importante è sapere che la gente cambia, che cambia il loro gusto, e noi, in quanto a gusto, siamo appena all’inizio dei secoli. Purtroppo, come dice Adorno, non abbiamo usato la cultura per elevare una massa che non aveva mai studiato, ma abbiamo abbassato la cultura al gusto comune. è inevitabile perché viviamo in un mondo mercantilizzato dove tutto è mercato: quindi va bene. L’importante però è capire anche che non sono obbligati tutti a fare così, non devono essere tutti obbligati a ricercare il successo di pubblico.

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        • Esistono le nicchie colte, e questa è una cosa buona. Tuttavia bisogna anche capire che fare “roba” colta solo per il gusto di distinguersi sa di snobbismo: non serve a nessuno. Se invece si segue una certa tradizione che, come ogni tradizione, si evolve e quindi si giunge a fare qualcosa di diverso e per questo non immediatamente fruibile da tutti: ecco, questo è una cosa che invece serve.

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            • Come ideale sì, ma il mondo (e le intenzioni) spesso non hanno nulla di ideale. Allora si potrebbe dire che è una questione di capacità, più che di gusto. Perché spesso il gusto si scontra con la convenienza. Mi è uscito un po’ cinico questo commento… XD

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    • Questa è un’ottima domanda. Le risposte, ammesso che ce ne sia una possibile, sono molte: perché è nella natura dell’uomo catalogare e inventariare; perché abbiamo bisogno di punti di riferimento con cui confrontarci (in fondo senza punti di riferimento diventa impossibile qualsiasi confronto e quindi qualsiasi diagnosi); perché è bello farlo, ci fa sentire vivi, intelligenti, umani… Mi fermo qui, ma l’elenco potrebbe essere infinito. La risposta più corretta, forse, potrebbe essere: per lo stesso motivo per cui dipingiamo, suoniamo, cantiamo, balliamo, amiamo…

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  3. Ecco, già ho la mente nebulosa a causa dell’influenza, comincio lentamente a commentare e arriva il perfetto commento di Marco: mi son giocato il paragone con la pittura (mi piace il concetto di “rapide pennellate” in letteratura). Fra l’altro condivido l’analisi su Proust, Marco. Troppi dicono che sia noioso ma quando ti metti a leggere delle Petites Madeleines non ti stacchi più dalle pagine… e finalmente una traduzione in cui legumés non viene tradotto con “legumi”. 🙂
    Sto già divagando e vengo al sodo, passo al paragone di riserva, a me caro, della mappa di un luogo. Per essere perfetta (la mappa) ci rendiamo conto che dovrebbe coincidere con il luogo, ma non è possibile. Come per la narrativa non è possibile rappresentare perfettamente la realtà, fino all’infinitamente piccolo. Le parole sono allora come i simboli della mappa (espressivamente limitati entrambi) che ci fanno “intuire” la realtà che aspirano a rappresentare se immersi nella giusta struttura. Ed ecco che entri in gioco tu, Salvatore, con i tuoi studi sulla struttura, che come sai io ritengo fondamentale. Un indefinito, se ben strutturato, lo “mappiamo” nella nostra mente e diventa reale. A qualsiasi livello di “indefinitezza” iniziale fosse.

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    • Molto bello ed “esatto” il tuo paragone, Pad. Tuttavia continuo a essere convinto, e ne era convinto anche Calvino, che l’esattezza gioca un ruolo fondamentale nella narrativa. Tanto quanto la vaghezza. Forse è solo una questione di definizioni. 😉 … o di ruoli.

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    • Mi hai ricordato la storia di un imperatore cinese che voleca costruire mappe dela cina sempre più precise fino a costruire una mappa che fosse grande come tutta la cina e che riproducesse ogni singolo alpero, ogni singola casa, ogni singola persona. (ma non la trovo più :()

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  4. Sono di corsa quindi dico solo una cosa: la tua distinzione non fa una grinza, ma secondo me trascura un elemento fondamentale, ovvero l’energia che trascende i concetti e li rende uguali. Infinito e infinitesimale sono i due lati della stessa medaglia, secondo me. Perché c’è chi vede l’anima in un chiodo arrugginito e chi invece maneggia il vuoto come se fosse un oggetto tangibile.

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    • Mi piace questo tuo commento, Chiara. E non hai torto nel dire che ho tralasciato “l’energia che trascende i concetti”. Trascuratezza voluta, naturalmente. Su quell’energia lì, che possiamo chiamare emozione, bisogna ancora bene domandarsi che origine abbia, cioè da cosa si origini. Discorso questo che trascende un po’ il mezzo. Ma ci torneremo, magari con il tuo aiuto. 🙂

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      • Nel post che pubblicherò domani parlerò anche di come ispirazione e tecnica siano spesso considerate contrapposte quando in realtà possono diventare una bomba, se amalgamate…
        In ogni ambiente che frequento noto che le persone tendono ad avere una visione “duale” delle cose: o è bianco o è nero. Io invece non ci riesco. Sarà che le filosofie orientali mi hanno portato a vedere ogni cosa come un’unione di opposti, dei quali uno prevale sull’altro.
        Ne riparleremo, volentieri! 🙂
        p.s. se vuoi cambiamo il guest-post in programma e parlo di questa energia.
        Secondo me non è solo emozione, ma qualcosa di diverso…

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        • Scrivi l’argomento su cui sei più a tuo agio o ispirata. 🙂
          Anch’io noto sempre una certa esigenza di contrapposizione, nelle persone. Se non proprio nero e bianco, comunque una contrapposizione di fazioni, tipo: noi Vs loro. O meglio: noi Vs gli altri. Forse le persone sentono l’esigenza di riconoscersi in un gruppo e, all’interno di questo, in gruppi sempre più ristretti. La contrapposizione nasce di conseguenza.

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          • Concordo. inoltre tendono ad associare un pensiero a un dato orientamento politico. Sono definita “sinistroide” per le mie idee, sebbene non mi rispecchi in nessun partito. Le ideologie sono morte da tempo, ormai. E forse non ne abbiamo più bisogno…

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  5. Non è proprio vero che Calvino voleva quello. O meglio: lo consigliava per i tempi, lo voleva per lui (ma non sempre), però diceva pure che non considerava una prosa priva di informazioni visive precise inferiore a una precisa: porta come esempio certe prose di Beckett totalmente “cieche”.

    Non mi fido molto dei concetti di finito e infinito: non hanno davvero senso. L’infinito non esiste, anzitutto. L’opera chiaramente può rappresentare solo il finito: Richter dice che qualsiasi cosa inclusa entro quattro angoli è un dettaglio e mai un soggetto completo: stessa cosa si può dire per tutto quello che è rinchiuso e in un numero contabile di fogli (anche se potenzialmente le formule della “teoria del tutto” potrebbero starsene in poche righe: quindi davvero l’opera d’arte definitiva consisterà in una formula. Però probabilmente non arriveremo mai a scriverla, perché l’universo non è interamente matematico).

    Non ti dico cosa penso di esatto e indefinito perché tra un po’ esce il mio post XD

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      • Io in matematica lo confesso, non ero bravo. Qualche anno fa un professore di matematica in pensione, che per arrotondare vendeva i suoi libri di seconda mano per strada, mi spiegò l’infinito del pi greco. Una roba che a livello razionale è irrazionale. Se disegno un cerchio, occupa uno spazio finito. Un circolo chiuso. Il raggio è una linea che collega il centro a un punto del cerchio. E’ finito per la mia vista e i miei sensi. Eppure dentro quella forma che a me pare finita esiste l’infinito. Quel professore avrebbe fatto la sua bella figura a Superquark.

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        • Sul pi greco avevo visto questo video

          bello 🙂
          Poi se vai sui frattali trovi figure geometriche che hanno un’area finita e un perimetro infinito (il fiocco di neve ad esempio)

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          • Il Pi Greco apre una porzione di infinito nel finito, affascinante.
            Sì, i frattali li conosco bene. Una volta a scuola abbiamo programmato un algoritmo per ricrearli. 😉

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          • Però anche gli oggetti frattali con perimetro infinito sono in realtà puramente ideali: fosse possibile farlo nel nostro mondo, ad un certo punto dovresti fermarti, perché il nostro universo pone dei limiti sia alla grandezza che alla piccolezza.
            Anche col pi greco la questione diventa complessa. Il pi greco è un numero trascendente, e il cerchio lo contiene come rapporto; da un punto di vista fisico, però, il cerchio “ideale” non può esistere, e quindi nella realtà probabilmente non esisterà neanche un cerchio che avrà come rapporto diametro-circonferenza un numero davvero trascendente (tipo di cerchio che può fisicamente esistere solo nell’iperuranio).

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    • “Non è proprio vero che Calvino voleva quello. O meglio: lo consigliava per i tempi, lo voleva per lui (ma non sempre), però diceva pure che non considerava una prosa priva di informazioni visive precise inferiore a una precisa: porta come esempio certe prose di Beckett totalmente “cieche”.” – giusto, ma nel post non c’è scritto questo. Non ipotizzo un Calvino radicale verso l’esattezza, anche se lo sosteneva in maniera direi inequivocabile per se stesso.

      Lo spazio (cosmico) è infinito e fino a prova contraria lo è anche il tempo (nel senso che prima o poi scopriranno una data di scadenza, come i Maya). Un libro è sempre un’opera finita, ma le parole possono suscitare l’impressione d’infinito. L’infinitesimo, invece, sembrerebbe che abbia una fine: le particelle elementari sono indivisibili. Poi hanno teorizzato le stringhe… Insomma, il punto non è tanto questo, ma molto più semplice: meglio scrivere in modo vago o esatto? A questa domanda, l’unica risposta che riesco a trovare è: le due cose cooperano.

      P.S. Questo venerdì ti leggeremo! 🙂

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  6. Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
    l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
    lo dichiari e risplenda come un croco
    perduto in mezzo a un polveroso prato.

    Non domandarci la formula che mondi possa aprirti,
    sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
    Codesto solo oggi possiamo dirti,
    ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

    Nel dubbio, io mi schiero con Montale.

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    • Però scrivi narrativa, e scrivendo narrativa hai l’esigenza di descrive. Mica sei fortunata come i poeti, tu, che possono anche descrivere senza farlo, grazie alla vaghezza. Tu non puoi, devi fornire al lettore una visione chiara, un’immagine coerente, da visualizzare senza fatica direttamente nella mente (scusa il doppio “mente”). 😛

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      • Mah, esistono poesie narrative, e prose liriche. Ci sono pure prose poetiche narrative, come i pezzi in prosa di Campana e di Mallarmé, i soliti che cito perché particolarmente belli XD
        Secondo me non abbiamo bisogno di definizioni finché abbiamo descrizioni, in effetti. Questo però è uno dei miei precetti per la saggistica, non per la narrativa…
        I poeti comunque di norma parlano di “immagini”. Sono che il loro meccanismo d’immaginazione è diverso dal nostro: sono altre le cose che suscitano loro delle immagini.
        In ogni caso, anche in prosa, non credo che la visione mentale di una scena sia un qualcosa di così fondamentale. Pure, credo che una prosa vaga continui comunque a suscitare visioni tanto quanto una prosa concreta, l’idea che un testo vago come una fiaba ne susciti meno di uno molto specifico è in buona sostanza un’illusione: ricordiamoci che da un punto di vista neuroscientifico è proprio l’indeterminatezza che consente l’interazione tra lettore e testo, non ci fosse neanche uno spiraglio sarebbe impossibile qualsiasi interazione.

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      • Io sto con Montale, che poi ci sono mille altre posizioni possibili è ovvio.
        È una faticaccia già scrivere “ciò che non siamo e (sopratutto) ciò che non vogliamo”. Il giallo ci si presta parecchio, oltre tutto.

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  7. Pingback: Immagini e parole | Salvatore Anfuso – il blog

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