Come si diventa scrittori?


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Si nasce o si diventa scrittori?

Chiariamolo subito, scrittori non si nasce: si diventa scrittori. La risposta era già evidente dal titolo, ma preferisco comunque approfondire un po’ di più quel che intendo dire. Ritenere che scrittori si nasca crea due ordini di problemi. Il primo è che se si nasce scrittori, allora si nasce anche chirurghi, massaie, poliziotti, avvocati, giuristi, scienziati… Potremmo andare avanti per pagine e pagine. Se qualcuno si può auto-definire scrittore, sostenendo che scrittori in fondo si nasca, cosa impedisce a qualcun altro di auto-definirsi chirurgo o dentista, andandosene in giro a tagliuzzare la gente o a sgangherare la dentatura delle persone? Se per fare il dentista o il chirurgo serve un lungo percorso fatto di studio, di dedizione, di pazienza… in una parola: di fatica; perché per fare lo scrittore tutto questo non serve?

Semmai si può parlare di indole, di propensione, di attitudine verso un certo mestiere o una certa disciplina. Se la vista del sangue ti fa svenire, è improbabile che quella del chirurgo sia la tua strada; se non ami giocare con le parole, se un libro di grammatica è per te solo un buon sonnifero, se leggere libri è un’attività che ritieni superflua è improbabile che quella dello scrittore sia la tua via. Non si nasce scrittori, lo si diventa attraverso un lungo percorso fatto di apprendimento, di tentativi, di confronti; quello stesso lungo percorso che molti aspiranti scrittori vorrebbero saltare piè pari cimentandosi subito nella stesura di un romanzo. Nulla di male nell’avere un romanzo nel cassetto, intendiamoci; tuttavia ritenere che scrittori si nasca crea un secondo ordine di problemi: ben più grave del primo…

Se in pubblico me lo chiedeste, magari davanti a una telecamera, la mia risposta sarebbe certamente: «Ebbene sì, scrittori si nasce e io, modestamente, lo nacqui», e farei di tutto per dimostrare che, chi scrittore non lo è nato, ha un solo ruolo davanti alla letteratura: quello del lettore.  Perché? Perché così sarei giustificato e legittimato a distinguermi dagli altri, a fare intendere che chi scrive si trova su un gradino più elevato, e chi questo gradino non lo occupa, per nascita, al massimo può leggere. Ma non è così. Se si nasce scrittori, significa che chi non lo è nato non lo può nemmeno diventare. Significa, cioè, che non ci si può elevare. Capite quanto è pericolosa questa idea?

E se questo ragionamento vale per gli scrittori, vale anche per ogni categoria non solo lavorativa, ma umana: sei nato povero? sei nato ignorante? sei nato immigrato clandestino? sei nato maschilista? sei nato serial killer? eccetera.

Sostenere che scrittori si nasca, anziché essere il traguardo di un lungo e faticoso percorso fatto di studio, di esercizi, di rinunce non è un’idea eccentrica, davanti alla quale si può sorridere e compatire chi l’ha formulata; è un’idea pericolosa che divide il mondo in categorie immutabili. Scrittori, quindi, non si nasce: si diventa!

Cos’è uno scrittore?

Stabilito che scrittore lo si diventa, passiamo a un’altra questione spinosa: cos’è uno scrittore? Finora ho visto gli interessati dividersi su due sponde. C’è chi sostiene che uno scrittore è colui che ha pubblicato almeno un romanzo (il termine pubblicazione esclude a priori il self); e chi sostiene che chiunque scriva, in fondo si possa definire: scrittore. Io mi trovavo su questa seconda sponda. Anni fa ci scrissi anche un post, sostenendo che in fondo l’atto stesso di scrivere per creare un testo narrativo pone chi esercita la scrittura automaticamente nella categoria degli scrittori. Per difendere questa idea sostenevo che se è vero che per essere definiti scrittori si debba pubblicare almeno un romanzo, allora chi si auto-pubblica è uno scrittore pure lui (affermazione che in genere fa girare le scatole a chi pubblica con le case editrici). Inoltre: chi viene pubblicato da una casa editrice ma non vende un picco è ugualmente scrittore? Lo è di più o di meno di uno che invece vende molto?

Come potete intuire, la questione è complessa e difficile da sbrogliare. Allora facciamo un passo indietro e chiediamoci: chi è un idraulico? Un idraulico è uno che ripara tubi, in particolare i condotti dei sanitari. Quindi se mio padre si mette a riparare il tubo del lavello nel bagno, questo farebbe di lui un idraulico? Direi di no; lui era un sarto, adesso è un pensionato. Dunque un idraulico non è colui che aggiusta tubi, ma colui che vive del mestiere di idraulico. Per spostare la metafora alla scrittura: uno scrittore è colui che vive del proprio mestiere, cioè di scrittura. Un giornalista è uno scrittore? Può anche esserlo e certamente vive di scrittura, ma se fa solo il giornalista allora non è uno scrittore. Colui che inventa le frasi promozionali che leggete sulle confezioni delle cremine per le mani, ad esempio, è uno scrittore? No, è un copywriter (o comunque si chiamino), anche se in effetti vive di scrittura. Allora, per restringere ulteriormente la categoria, dovremmo definire lo scrittore: colui che vive scrivendo narrativa, cioè colui che vive attraverso i soldi che la narrativa gli fa guadagnare.

Va da sé che di scrittori in giro per il mondo non ce n’è poi così tanti.

Come si diventa scrittori?

Una volta stabilito che scrittori non si nasce e che uno scrittore è colui che vive grazie ai proventi dello scrivere narrativa – e uso il termine narrativa evitando accuratamente quello di romanzo –, stabilire come si diventa scrittori è una conseguenza logica: nel nostro mondo, si diventa scrittori entrando a far parte di una cricca autoreferenziale di “addetti ai lavori”, i quali si riconoscono come appartenenti alla suddetta categoria e si sostengono promuovendosi a vicenda.

Ora, presumo che abbiate letto la frase precedente storcendo un po’ il naso. Ognuno l’avrà storto per motivi differenti, ma più o meno tutti concorderete sul senso d’ingiustizia che una situazione del genere suscita. Condivido il vostro pensiero. Dunque, se non concordate con il sistema le strade sono due: il self-publishing è, nella migliore delle ipotesi, una valida alternativa, sempre che riusciate a emergere dalla massa e a venire letti da molte persone, tante da costringere la suddetta cricca ad accorgersi di voi; la seconda via è quella di formare a propria volta una cricca autoreferenziale di giovani, ostinati, talentuosi, affamati aspiranti scrittori e attraverso di essa esercitare abbastanza pressione da scalzare la  generazione precedente. Così va la vita.

La seconda via è senza dubbio la più ardua ma anche quella che ha le migliori probabilità di riuscita, a mio giudizio. Ne formiamo una?

78 Comments on “Come si diventa scrittori?

  1. Gli scrittori che vivono della propria scrittura sono pochi, e aggiungerei quelli che vivono molto bene, nel senso che scalano le classifiche e diventano ricchi, sono anche meno. Posso citate J.K. Rowling, Dan Brown, E.L. James e Fabio Volo. Qui qualcuno storcerà un po’ il naso, visto che c’è l’autrice delle 50 sfumature e un italiano che molti non considerano “scrittore vero”. Allora come la mettiamo?
    Concordo: scrittori non si nasce ma si diventa, anche se lo si diventa se si ha una passione, una creatività e una determinazione che sfida il tempo e che porta a perseverare nella volontà di scrivere storie.

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    • Non sono una fan né di 50 sfumature né di Fabio Volo, però ritengo che abbiano avuto il merito di trovare il loro mercato e di avere sfondato. Purtroppo (o per fortuna, chi lo sa) fa anche parte del saper fare un mestiere anche l’essere in grado di capire dove tira il vento.
      Di Volo non ho mai letto niente, ho iniziato e lasciato a metà 50 sfumature però ritengo che, al di là del fatto che un romanzo così non mi dice niente e non mi interessa, è comunque ben scritto e capace di attirare un certo tipo di pubblico. Cosa che invece molti aspiranti non sanno fare.
      Del resto, ci sono anche pessimi magistrati, pessimi insegnanti, cuochi mediocri che arrivano ad occupare incarichi importanti. Così va la vita. 😉

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    • Personalmente non ho alcun problema a definire Fabio Volo uno scrittore. Fabio Volo non è solo uno scrittore, è soprattutto uno showman; tuttavia scrive libri, i suoi libri vendono molto; sono scritti bene considerando il suo livello: leggendo Fabio Volo non ti aspetti di leggere Fëdor Dostoevskij, ma non mi pare che Volo si sia mai posto in quest’orbita. Insomma, fa il suo. Nei suoi libri trovi ciò che ti aspetti di trovare e non mi pare sia poco; anzi, potrei quasi affermare che tanti aspiranti scrittori o scrittori emergenti (ma anche vecchi scrittori navigati) che si danno un sacco di arie disdegnando i libri di Volo scrivano, in fondo, ben peggio di lui…

      Sì, ma la determinazione, la creatività, la volontà, eccetera non bastano da sole a formare uno scrittore se poi non si conosce la grammatica, non si fa esercizi quotidiani e non si legge i classici cercando di capire perché gli scrittori, quelli bravi, abbiano fatto determinate scelte.

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  2. Così va la vita. Come disse Vonnegut jr. 😀
    Trovo estremamente democratico che scrittori si diventi. E per fortuna che è così anche perché “se scrittori lo si nascesse, io invece non lo nacqui”. 🙂
    A parte le battute, non posso che essere d’accordo su questa tua affermazione. Del resto credo che il percorso di formazione dell’aspirante scrittore, pur con pause, fatiche e inciampi, sia un bellissimo percorso. Una volta scrissi che la gioia del viaggiatore sta nel viaggio, non nell’arrivo.
    E credo che sia così un po’ per tutti i percorsi della vita. Purtroppo nella nostra società diamo una connotazione negativa sia alla fatica sia al sacrificio che invece sono concetti, a mio avviso, bellissimi proprio perché “rendono sacro” ciò che si sta facendo. Ogni risultato conquistato con fatica ha un senso diverso. Altrimenti non riterremmo imprese quelle degli scalatori e sulla cima della montagna ci andremmo solo con l’elicottero.
    Concordo anche sul fatto che scrittore sia chi vive del proprio lavoro. Mi pongo solo una domanda: non credo che certi mestieri siano tanto più semplici, eppure sembra che siano per lo più quelli artistici ad essere così esclusivi. Perché? Voglio dire, sarà mica più semplice essere chirurgo? O cuoco? Eppure ce ne sono milioni, sebbene poi solo pochi siamo famosi. Ma possono comunque vivere della loro passione. Coloro invece che vivono di scrittura (o di danza o di musica, etc etc) sono pochissimi ed esclusivamente quelli famosissimi. Da dove viene questa differenza? Allora è vero che l’arte non costituisce mercato? O è un pregiudizio della nostra cultura?

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    • Condivido il tuo pensiero: godersi il viaggio è essenziale e quando si arriva alla meta (ammesso che si arrivi) e ci si guarda dietro, tutto il percorso fatto non può che apparire romanticamente dolce.

      La risposta alla tua domanda implicita è: al mondo servono molto di più chirurghi, e cuochi, e massaie che scrittori.

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  3. Motivo per cui tra il serio e il faceto mi sono sempre definito scribacchino. Il termine scrittore racchiude caratteristiche talmente profonde che è semmai indicativo di un obiettivo da raggiungere. Scrivo, amo raccontare storie, ho un romanzo pubblicato all’attivo, ma guardo al mondo della scrittura come un bambino guarda il mondo dei grandi. Senza falsa e ipocrita modestia, è così. Imparo, tutti i giorni. Scrivo, tutti i giorni. Sbaglio, tutti i giorni. Riprovo, tutti i giorni. Amo e odio quello che produco tutti i giorni. Leggo, sempre e da sempre. Studio. Vedremo. Chissà. Mah!

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  4. Terza via, quella in assoluto più battuta di tutte: lo scrittore pubblica, magari non solo self, magari pure presso case editrici, magari pure prestigiose. E fa (almeno) un altro mestiere. Spesso non qualcosa di diversissimo, eh. Spessissimo insegna, in privato, all’università, alle superiori. Traduce, interpreta, fa il giornalista, e, sì, perfino quell’altra cosa che con un po’ disdegno e sufficienza citi tu stesso, “il copywriter (o comunque si chiamino)”. Fa il web writer, l’editor, il food blogger, il consulente, corregge bozze, avvia startup, continua a fare corsi di formazione in ambito culturale, si inventa dei progetti nuovi ogni giorno.

    Comunque, una domanda: perché aspirare all’autoreferenzialità?

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    • Non mettermi in bocca parole che non ho detto, per favore. «Con un po’ disdegno e sufficienza» – l’hai interpretato tu così.

      Perché aspirare all’autorefenzialità? Io non aspiro all’autorefenzialità. Tuttavia mi pare che un sacco di gente invece ci sguazzi eccome, nell’autorefenzialità. Impressione mia però, non ho pretesa di verbo biblico al riguardo. 🙂 (Questa era sottile e no, non è per te).

      Sì, la maggior parte degli scrittori fanno anche un secondo lavoro. Forse anche gli idraulici fanno un secondo lavoro…

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      • “Con un po’ di sdegno”, errata corrige. Certo che l’ho interpretato io così (perdonami, ma fra il diminutivo “cremine” e il “comunque si chiamino” era difficile non notare, se non sufficienza, almeno perplessità), mi sono sentita colpita, visto che nasco come autrice teatrale e faccio la copywriter-web writer perché col teatro non ci vivo. Sono abbastanza convinta che nel 99% dei casi, almeno in Italia (l’unico mercato che posso dire di conoscere) non si viva né di romanzi&racconti né tantomeno di drammaturgia, mentre si può vivere di scrittura, declinandola in diverse forme. Da qui ho scodellato una serie di fatti che tutti sappiamo, ma che ci tenevo a sottolineare. Avendo sempre lavorato in teatro conosco molto bene l’autoreferenzialità dei gruppi (non mi piace molto la parola “cricca”) e ti chiedevo dunque il perché di quel: “la seconda via è quella di formare a propria volta una cricca autoreferenziale di giovani, ostinati, talentuosi, affamati aspiranti scrittori e attraverso di essa esercitare abbastanza pressione da scalzare la generazione precedente. […] Ne formiamo una?”. Via, a mio parere, non tanto auspicabile (ma forse c’era un’ironia che non ho colto?)

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        • Non l’avevo colta, scusami. 🙂

          Sai, i miei post hanno quasi sempre due livelli di lettura: il primo letterale (che dovrebbe suscitare un certo effetto studiato a tavolino); il secondo trasversale, che può essere letto solo da alcuni. Alla fine, però, mi sorprendo sempre di quanta gente riesca a leggere anche il secondo livello. Colpa mia: sono pieno zeppo di pregiudizi. 😉

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  5. Il paragone con chirurghi e avvocati non regge, perché la scrittura è un’arte, mentre la chirurgia, la scienza, la legge, ecc. no.
    Anche per fare lo scrittore serve un percorso, ma comunque l’arte è innata.
    Le categorie umane che citi, maschilista, serial killer, povero, ecc., sono un altro paragone che non c’entra 🙂
    Sono d’accordo invece che scrittore è colui che vive della narrativa che scrive – non solo romanzi, ma anche racconti.
    Non sono invece convinto della cricca. Perché la reputi necessaria per diventare scrittore?

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    • Non sono d’accordo. Si potrebbe anzi affermare a maggior ragione che il chirurgo lo fai solo se ci sei davvero portato. Io ad esempio non sopporterei di reggere sulle mie spalle la responsabilità di tagliuzzare la gente. Stessa cosa per i giudici, i poliziotti, e via dicendo.

      Potrei darti un po’ di ragione (ma poca) sulle categorie umane quali maschilisti, serial killer, eccetera… ma in fondo se vivessimo (e in parte ci viviamo ancora) in una società che vede non l’uomo, ma il suo mestiere: in una società così se tu viene giudicato colpevole di un reato, resti l’autore di quel reato a vita. Cioè, appunto, non ti puoi elevare. Hai rubato? Sei un ladro e lo sarai per sempre…

      Non reputo necessaria la cricca, anzi vorrei che di cricche non ce ne fossero. Forse, nel post, questa parte è un po’ oscura a chi non è addentro a certe cose. Chi non commenterà, però, ha capito benissimo.

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      • La “cricca” esiste eccome. Più d’una, anzi. Circoli culturali radical chic dove tutti si conoscono e si auto celebrano nei vari premi letterari, dove a turno, immancabilmente, troviamo le stesse case editrici uscire vincenti. Gruppi chiusi di blogger o amministratori di forum ( chiusi non letteralmente) che si atteggiano in disquisizioni dotte sul nulla, sulla fuffa, sull’ultima lettura colta che diventa un fatto sterile se non è accompagnato dal desiderio di espandersi, comunicare, interagire. Persone che se la cantano e se la suonano da sole mettendo avanti i titoli di studio e i percorsi accademici. Come se l’arte e la letteratura avessero qualcosa da spartire con la burocratica e grigia classificazione del Ministero della Pubblica Istruzione. L’arte e la letteratura sono comunicazione, discernimento, tormento, gioia, condivisione, elevazione, odio, amore, disgusto e piacere. Tutte caratteristiche in divenire, dove al massimo ti puoi permettere il lusso di soffermarti sul dubbio. Le cricche sono quelle di coloro che dubbi non ne hanno, che puntano il dito, criticano, giudicano. Monoliti. Fermi. Inutili. Quelle di coloro che si nascondono dietro la copertina dell’opera d’arte di qualcun altro, senza capire che il primo a ridere è l’oggetto del culto. Ride, mentre guarda i suoi adepti con menti arroganti elevati al cielo.
        Scrittori si diventa, è vero, ovviamente ci vogliono delle doti, ovviamente bisogna studiare e perfezionarsi, ma bisogna essere disposti a dare e in grado di ricevere. L’autore che amo è quello che mi dice cose che non so, oppure quello che mi racconta cose che conosco aprendomi nuove prospettive, è quello di cui percepisco un’intelligenza affilata come la lama di un rasoio. Lo scrittore che amo è quello che gioca, disquisisce, tratta argomenti dai più semplici ai più complessi con coraggio e libertà. Quello consapevole che oltre la barriera emato-encefalica e l’immenso mistero che racchiude c’è altro: il cuore, i polmoni, il buco del culo. La vita.
        Ho dormito poco, ti prego Salvatore,attribuisci questi deliri all’interruzione del ritmo circadiano.

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        • Non mi paiono deliri, Massimo. Anzi, condivido ogni parola. Soprattutto, mi piacciono molto le espressioni: fuffa, monolite e buco di culo. 😉

          Spero, un giorno, di diventare uno scrittore come quelli che piacciono a te: sarebbe un grande onore.

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      • Confondi l’arte coi mestieri. Io non sono portato per lavorare in banca, ma è un lavoro che potrei fare. Idem per il poliziotto, ecc. Queste sono professioni che puoi imparare. Non puoi imparare invece a dipingere, a scrivere, ecc.

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        • Scusami, ma di nuovo non sono d’accordo. A scrivere, dipingere, scolpire si impara esattamente come si apprende il codice delle leggi o come cavare un dente. Sono tecniche. Poi, oltre le tecniche, c’è qualcos’altro. Come dicevo, io il chirurgo non potrei farlo: solo al pensiero mi trema la mano… Inoltre “arte” deriva da “artigianato”: un artigianato elevato ad arte. 😉

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          • Per intenderci, dalla Treccani: arte s. f. [lat. ars artis]. In senso lato, capacità di agire e di produrre, basata su un particolare complesso di regole e di esperienze conoscitive e tecniche, e quindi anche l’insieme delle regole e dei procedimenti per svolgere un’attività umana in vista di determinati risultati: l’a. del fabbro, del medico, del musicista, ecc.

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        • Ciao Daniele,
          mi pare una prospettiva molto europea e romantica l’idea che non si possa imparare a scrivere, dipingere, ecc. L’idea che esalta il talento più del lavoro (inteso come apprendimento e pratica) trovo sia nociva per le arti stesse (come se gli artisti avessero una sorta di aura, di divinità dentro di sé – concezione, appunto, più romantica che contemporanea).
          Non nego l’importanza del talento, ma se esaltassimo di più l’idea di una crescita, di un pensiero in continuo sviluppo da nutrire con lo studio, rispetto a quella del dono innato, avremmo più artisti e meno “dèi”

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          • Be’, io sono europeo 🙂
            Non si tratta di essere o sentirsi dei, ma di avere doti innate. Secondo te bastano la pratica e il lavoro a trasformare uno che non sa disegnare in un nuovo Caravaggio?

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            • Io trovo molto bello, liberatorio e artisticamente interessante che in epoca contemporanea non si debba avere l’ansia di diventare Caravaggio con l’unica alternativa di essere uno zero. A mio parere la pratica e il lavoro (da leggersi soprattutto come curiosità, sensibilità e voglia continua di riempirsi la testa di tasselli nuovi da connettere fra loro) possono fare più del talento. Ma certo, se l’unico modello è il Caravaggio, oMozart, o Leonardo, ecc. siamo già spacciati in partenza 😀

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              • E con “spacciati” intendo che ci siamo già intrappolati dentro un modello unico di perfezione, non solo difficilmente raggiungibile, ma anche “noiosamente”… unico, per l’appunto. Scusate per i refusi D:

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              • Liberatorio, condivido. Anche se credo sia leggimo aspirare a essere dei “caravaggi”. (L’ho scritto apposta con l’iniziale minuscola). 😛

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  6. Che bel post, hai tirato fuori argomentazioni articolate.
    Però non sono d’accordo sulla definizione che scrittore si diventa. E ovviamente nemmeno che scrittore si nasce.
    Credo che ci siano abbastanza dati empirici per poter affermare che sono vere entrambe.
    Esistono autori che hanno scritto un romanzo soltanto e che magari non hanno penato molto a esercitarsi. Dal cestino delle idee tirano fuori quella giusta, la sanno scrivere bene, molto bene e poi non scrivono più nulla nella loro vita.
    Un caso emblematico è Harper Lee. (Il secondo romanzo che poi era il primo nemmeno lo considero.)
    E poi ci sono gli scrittori che si allenano tanto, e da insuccessi su insuccessi poi sbocciano e diventano re: tipo Stephen King.

    Io quando sento il dibattito scrittori si nasce o si diventa, mi dico: “a che pro trovare la definizione?”
    Perché l’uomo ha la necessità di categorizzare tutto? Vanno bene entrambe e buona notte.

    Sulla definizione che scrittore è colui che vive di scrittura.
    Gli esempi con le professioni sono calzanti.
    Ma appunto, per quel che dicevo, non sono convinto.
    Uno scrittore ha scritto un romanzo trenta anni prima, adesso il libro non lo compra più nessuno, lo scrittore cosa fa: diventa ex scrittore?
    E tra l’altro se dovessimo basarci sul vivere puro di scrittura dovremmo dire che Federico Moccia e Fabio Volo sono scrittori (e lo sono) ma Aldo Busi no. Paradossale.

    Diversa è la percezione dell’essere scrittore così come tu bene delucidi. C’è una cricca intellettuale che prova a restringere a suo uso e consumo il termine scrittore. Quasi fossero loro a certificare lo status.
    Chiaramente parliamo di mentecatti — sai che non mi pongo problemi a inimicarmi la cricca editoriale 😀 — Tale cricca la definisco riportando un passo significativo del romanzo Stoner di Williams.: Un elemento della cricca è cattivo e acido perché:
    “Come molti uomini che ritengono di aver avuto solo in parte il successo che meritavano, era straordinariamente vanesio e roso dall’affermazione della propria importanza.”
    Ecco in genere alla cricca fanno parte gli snob e gli scrittori falliti che sono riusciti a farsi un nome, ma non hanno mai sfondato veramente. Non tutti è chiaro. Ma… d’altronde so a quale cricca ti riferisci… e per questo non ho peli sulla lingua. 😉

    E attenzione io ho massimo rispetto per lo scrittore che vende due copie. Io amo gli scrittori tutti — anche quei poveracci del self —. Dico scrittore fallito proprio chi si ritiene tale, perché non ha ottenuto il successo e la gloria imperitura alla quale aspirava.

    Per inverso basta prendere scrittori come Camilleri o Ammaniti. Sono autori arrivati e sereni. Sono riconosciuti dalla critica e vendono tanto. Non hanno invidie o cattiverie. Anzi, quando li senti parlare sono sempre modesti e tendono a sminuire il loro reale valore. Non si possono non amare.
    Chi non arriva in genere si incattivisce. Non sempre, ma spesso capita.

    Se proprio dovessi dare la mia definizione di scrittore direi che: scrittore è colui che esercita o ha esercitato l’arte narrativa.

    E questa definizione si calza bene se diciamo che poeta è colui che esercita o ha esercitato la poesia.

    Cantante è colui che canta rivolto a un pubblico. Sia che la modalità venga espletata nel pub sotto casa, sia che venga espletata in un mega concerto a Londra.

    E io che ancora non ho pubblicato nulla? Beh io al momento preferisco definirmi scrivente: colui che scrive. Mi basta. 😉

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    • Marco, hai colto il focus dell’articolo: «C’è una cricca intellettuale che prova a restringere a suo uso e consumo il termine scrittore. Quasi fossero loro a certificare lo status». Non aggiungo altro. 😉

      Tranne che trovo il secondo libro di Harper Lee bello quasi quanto il primo. 😛

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  7. Questo post (bello) con commenti interessanti ha l’aria di essere per me una mega-trappolona perché parto svantaggiato, visto che i miei blog parlano per me 😀 😀 😀 …
    Quindi salto a pie’ pari alla domandina finale che trovo interessante. Cosa intendi di preciso con “Ne formiamo una?” ? Intendo dire: hai già idee al riguardo?

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    • Dico io sulla nuova cricca da formare che oggi a lavorà la testa non mi gira bene.

      Non so se Salvatore aveva in mente questo… ma la nuova cricca più famosa, di ribelli che hanno fatto la storia è quella degli impressionisti.
      Derisi e vituperati dalla critica dell’epoca: il termine impressionista deriva da un critico che vedendo un quadro di Monet, impressione del sole nascente, disse che gli aveva fatto così “impressione” che non avrebbe dormito la notte.

      Accademici vetusti contro giovani ribelli che hanno rivoluzionato la pittura.
      E noi sappiamo chi ha vinto!

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    • Certo. Ti dico la mia idea di cricca: conoscere gente che ha gusti letterari simili ai miei o diversissimi dai miei; con i quali si può instaurare una sana, normale, piacevole, accesa discussione su questioni legate all’intrattenimento colto (romanzi, racconti, drammi, commedie… al limite perfino poesie); riunirle tutte in un luogo e farci una mega pizzata!

      Più o meno mi pare di esserci riuscito finora: manca solo la pizza. 😉

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  8. Visto che sono in vacanza mi permetto di arrivare in ritardo 😛
    Ecco, ci sono ingegneri, nel senso di iscritti all’albo che non vivono di ingegneria e non ingegneri (come il sottoscritto) che invece di ingegneria ci campano, quindi forse il requisito del “vivere di scrittura” può essere degradato 😛 mi pare fosse Picasso a dire che artista è colui che ha venduto almeno un quadro (direi non a parenti o amici, sennò è troppo facile) potrebbe bastare?
    Io per la cricca ci sto, anche se il parametro della giovinezza mi taglia fuori (a meno che non si cambi la definizione di giovinezza 😛 )

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  9. Bel post, Salvatore, un argomento da discuterne settimane, se fossimo in un caffè letterario (ma quasi lo siamo, no?). Come spesso mi capita ultimamente sono in pieno accordo con Marco. Stavo infatti per scrivere la stessa cosa: perché l’uomo vuole sempre catalogare la realtà? La risposta l’ho trovata con il passare degli anni: per dominarla. Ma è un tentativo vano perché una catalogazione perfetta della realtà coinciderebbe con la realtà stessa, troppe le sfumature e le variabili. È la realtà che domina noi, dobbiamo rassegnarci. Dunque secondo me scrittori si può nascere e scrittori (soprattutto bravi) si può diventare, con tutte le sfumature intermedie. Ci sono persone che il cervello da narratore non lo hanno mai avuto e mai lo avranno (hai presente quelli che riescono a rovinare anche le barzellette?) e diventano insopportabili imbrattacarte, e altri che non scriveranno mai nulla ma li staresti ad ascoltare per ore da come raccontano bene le storie. Fra questi due estremi qualche scrittore bravo esce fuori, ogni tanto.
    Riguardo la cricca anti-cricca io, rivoluzionario in pectore da sempre, partirei a testa bassa: mai sopportato le cricche, io.

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  10. Proprio ieri leggevo un articolo di astrologia sul talento, in particolare quello espresso dal tema natale, che spesso può non essere mai riconosciuto né espresso, perché il contesto non consente all’individuo di tirare fuori le proprie reali possibilità. Per esempio, nel mio tema natale la propensione per la scrittura è chiara e palese, così come quella per l’astrologia e… udite udite… per gli sport di precisione come il tiro a segno. L’ho scoperto ieri, sai? E infatti io – pensandoci bene – ho una mira eccezionale, vinco sempre a bowling e a dodici ho mancato di un millimetro (ma perché l’ho voluto!) perché l’ho voluto, mia sorella con una bibbia. Non ho mai praticato questa attività e non me n’è mai fregata una cicca, pertanto si può dire che io sia nata scrittrice, sia nata astrologa e cecchina, ma solo due di queste cose sono diventate una realtà. Quindi, per rispondere alla tua domanda…
    …. ci sentiamo fra un’oretta, perché ora devo andare in pausa pranzo. Però continuo, promesso, quindi aspetta a rispondermi! 😀

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  11. Rieccomi. Il commento precedente era una premessa, per dire che a livello potenziale scrittori si nasce, ma questo talento deve essere fatto fruttare e trasformato in qualcosa di concreto, in una professione.
    Si arriva dunque al momento in cui ci si mette in gioco: si butta giù qualche racconto, si progetta un romanzo o si prova a scriverlo. Magari lo si abbandona, per poi ripartire con nuovi progetti.
    Si è già scrittori, a questo livello?
    Per il dizionario sì: Scrittore = “Chi si dedica all’attività letteraria in quanto mosso da un intendimento d’arte”. Quindi, volendo, siamo tutti scrittori. Ma cos’è che fa la differenza fra me e Stephen King? Il “guadagnarsi da vivere con la scrittura”? Mi viene da dire: “ni”. Ci sono autori che hanno anche altre professioni, specialmente in Italia. Biondillo è architetto, Carofiglio è avvocato, Costantini un ricercatore universitario. Eppure, parlando di loro, l’appellativo “scrittore” è accettabile perché, più di un guadagno netto, c’è il RICONOSCIMENTO SOCIALE, un’etichetta accettata dalla società, che legittima la tua posizione. Al giorno d’oggi, tu non sei nessuno senza che qualcuno definisca chi sei, e questa consapevolezza mi ha causato non pochi problemi, in quanto rifiutavo in toto l’idea che la mia identità fosse associata alla professione che svolgo, in quanto non mi rappresenta.
    Tre cose, dunque, servono per essere scrittori:
    – il talento (che si ha alla nascita);
    – l’intento (che si concretizza nel momento in cui ci si mette a scrivere);
    – il riconoscimento da parte degli altri, di cui sarebbe bellissimo fare a meno. Ma non si può.

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    • Mi dai l’occasione per ribadire il focus dell’articolo: il riconoscimento sociale è legittimo se concreto; illegittimo se frutto di un effetto placebo. Mi spiego meglio: scrivi qualcosa di bello, questo qualcosa ha la fortuna (non scontata) di raggiungere il pubblico e il pubblico riconosce la sua bellezza; a seguito di questo vieni definita scrittrice. Un altro discorso è: tu scrivi, fai parte di una cricca e, grazie alla loro promozione, per motivi diversi da quello del merito vieni definita scrittrice.

      Sul nasce scrittore, non intendo soffermarmi più di quanto non abbia già fatto nell’articolo. Ti chiedo però, di fare lo sforzo di osservare la questione – andando oltre la legittima vanità che il credere/rsi nati scrittori possa suscitare in se stessi – anche dal punto di vista opposto: notando quanto sia in realtà pericoloso definire il mondo attraverso categorie immutabili. Per intenderci, ti piacerebbe un mondo in cui IO sono scrittore perché ci sono nato e TU non lo sei e non lo puoi diventare perché non ci sei nata? Capisco quello che intendi sull’attitudine, ma se si fa lo sforzo di “definire” una cosa bisogna fare attenzione che questa definizione non ci porti indietro con il pensiero (leggi = mentalità) di un paio di secoli.

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        • Trovo il tuo pensiero (come spesso capita) troppo “bianco-nero”. Insomma, il fatto di “nascere” scrittori non implica un’esclusione dell’altro, una divisione del mondo in “scrittori” e “non scrittori”. Al contrario, il nascere scrittori comprende tutti. Il diventare scrittori, invece no. è a questo livello che si crea una sorta di selezione naturale, fra chi ha la propensione per la scrittura e chi, invece, la trasforma in azione.
          Come tu sei manicheo, io sono la regina della via di mezzo. Scrittori si nasce. E lo si diventa pure.
          Una cosa non esclude l’altra. Anzi: forse non possono esistere l’una senza l’altra. Credo che, su questo argomento, prima o poi scriverò un post. Intanto riassumo brevemente il mio pensiero.
          1 – Scrittori si nasce:
          Innanzi tutto, occorre un’attitudine sia psicologica sia caratteriale per la scrittura. Ho un’amica che conosce molto bene la grammatica, ma non ha fantasia. Altre amiche che semplicemente non hanno nulla da dire, o non vogliono dirlo. Oppure non sono per nulla empatiche. O, semplicemente, della scrittura non frega niente. Questi individui non saranno mai scrittori. E nemmeno lo diventeranno. A loro manca la scintilla, quella propensione innata e karmica, che non si crea dal nulla ma diventa una delle tante strade possibili per noi.
          Ci sono poi persone che nascono scrittori ma e non lo sapranno mai. Sai quanti talenti abbiamo, mai concretizzati nel corso della vita? Magari il novello Stephen King cresce in un villaggio del Burundi ed è pure analfabeta. Magari ha il destino segnato dal padre medico e comincia a guarire i tumori.
          2 – Scrittori si diventa (per noi):
          Il talento deve essere attualizzato. Diventare scrittori, quindi, è frutto di una scelta. Diventiamo scrittori nel momento in cui ci mettiamo a studiare, a imparare, a esercitarci e incassare no. Grazie a questa pratica, noi evolviamo. L’idea di maturazione è nell’etimologia stessa della parola: “divenire”. Un salto di qualità è assolutamente necessario per passare dalla coscienza all’atto.
          3 – Scrittori si diventa (per gli altri):
          Nel momento in cui pubblichi c’è il riconoscimento sociale. Qui si crea la connessione fra ciò che SI è e CIò CHE SI FA. Questo secondo me dovrebbe essere un obiettivo di tutti. Dunque perché deve essere contraddittorio cercare questo riconoscimento se si sa di “essere nati scrittori”? Anzi, io penso che sia fondamentale realizzare questa unione, specialmente in una società in cui la tua professione è scritta sulla carta di identità insieme al colore degli occhi e ai segni particolari. Fare in modo che la tua propensione diventi una professione è un dovere verso te stesso, nel momento in cui sai chi sei. Diversamente, ti piegherai ad accettare le etichette che il sistema ha scelto per te e non sarai mai libero.

          Poi, ovviamente, c’è anche chi è riconosciuto dal sistema pur non avendo una propensione naturale per la scrittura. Ma questo è un altro discorso. 😉

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          • Io lo so che quando dici “scrittori si nasce” parli di attitudine: ma chi ci legge lo sa? Chi legge potrebbe fraintendere. Ed essere fraintesi su cose secondarie non implica il più delle volte problemi di sorta; su cose importanti invece sì. Insisto, caparbio, nel farti osservare il pericolo di un’affermazione di questo tipo. 🙂

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          • “Insomma, il fatto di “nascere” scrittori non implica un’esclusione dell’altro, una divisione del mondo in “scrittori” e “non scrittori”. Al contrario, il nascere scrittori comprende tutti. Il diventare scrittori, invece no. è a questo livello che si crea una sorta di selezione naturale, fra chi ha la propensione per la scrittura e chi, invece, la trasforma in azione.” – su questo invece non sono d’accordo, o forse ho capito male.

            Se si nasce scrittori, questo esclude automaticamente dalla possibilità di diventare scrittori tutti quelli che non lo sono nati. A meno che non intendi dire che tutti, in fondo, si nasca scrittori. Il diventarlo, invece, apre le porte a tutti: a tutti quelli che scrittori lo vogliano diventare (perché hanno delle cose da dire, perché amano raccontare storie o leggere libri, eccetera). Ho interpretato male io?

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            • Sì, hai interpretato male. Se ci fai caso il mondo è pieno di gente che si diletta a scrivere pur senza averne la benché minima attitudine. Eppure il sistema, volente o nolente, riconosce il loro status. Predi per esempio Volo: anche le pietre sanno che ha un ghost-writer. Oppure alcuni autori auto-pubblicati, esaltati da lettori ignoranti o da case editrici a pagamento/tipografie che veicolano il messaggio: “tutti possono diventare scrittori”. No. Chi non lo è non può. Insomma, nel migliore dei mondi possibili chi ha attitudine (nasce scrittore) evolve il suo stile e diventa un professionista (diventa scrittore). Poi, il sistema riconosce il suo ruolo. Purtroppo però siamo in Italia. 😉
              Non penso assolutamente che la mia affermazione sia pericolosa, anche se mi rendo conto che in un commento così breve il concetto possa non emergere come vorrei. Per questo ho deciso di dedicare un post all’argomento. Non oggi però: ne sto già preparando un altro. Probabilmente la prossima settimana.

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              • Ma se si nasce scrittori perché proprio tu ci sei nata? Scrittori non si nasce, si diventa ed è diventandolo che dimostri la tua competenza. Una cosa che ti arriva dall’alto, senza alcun merito, è una cosa che non ha valore.

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          • “Anzi: forse non possono esistere l’una senza l’altra.” – di questa affermazione, invece, posso comprendere le implicazioni. Certo che ci vuole una certa propensione diciamo innata, anche un bisogno di comunicare, eccetera. Mi pare di averlo scritto nell’articolo…

            Scusa, rispondo a pezzi. Ma a fine giornata sono parecchio stanco e connetto poco.

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            • Scusate se mi intrometto, ma io sono dell’idea che sia impossibile scindere ciò che è così per natura e ciò che si diventa attraverso l’applicazione e lo studio. Faccio l’esempio dei bambini: quanto un bambino è intelligente di natura e quanto lo è perché stimolato dall’ambiente? Non lo sapremo mai. Ma sono due cose che si avvitano l’una sull’altra in modo da non essere più scindibili. E forse, come già hanno detto altri, diventa una domanda oziosa. Quello che apprezzo del post è proprio la democraticità del pensare che tutti possano diventare scrittori. Forse non tutti potranno diventare dei grandi scrittori, ma comunque scrittori si. Di certo conta anche la volontà. Chi non ha nessuna capacità narrativa forse è perché non ne ha nemmeno interesse ad averla i perché non è stato stimolato in tal senso. A me alle medie sconsigliarono il liceo classico perché sembravo più portata per le materie scientifiche poi il caso volle che al liceo vincessi una borsa di studio per il miglior tema d’ italiano della scuola. Si erano sbagliati i professori delle medie o ero cambiata io? Forse nessuno dei due o forse entrambi, ma di certo se non mi fossi applicata con enorme fatica e impegno oggi farei tutt’altro che scrivere.

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              • Se non te lo avessero sconsigliato, forse non ti saresti applicata tanto da vincere la borsa di studio… Hai ragione, oltre un certo limite diventa una questione oziosa. A me stava a cuore proprio dare l’idea di democraticità del poter diventare scrittori.

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                • Il fatto che il sistema non riconosca un attitudine (cosa che purtroppo accade molto spesso) non significa che non esista. Siamo giudicati da altri esseri umani, quindi fallibili e spesso pieni di pregiudizi. Però è innegabile che una predisposizione debba esserci, perché altrimenti si rimane circoscritti sul piano del fare e non su quello dell’essere. L’identità di un individuo non si limita all’azione.
                  Prendo per esempio il mio lavoro ufficiale: io rifiuto l’idea che qualcuno possa utilizzarlo come un modo per classificare la mia persona, perché questa etichetta porta con sé l’adeguamento passivo a norme, valori e comportamenti nei quali non mi riconosco. E infatti lavoro male. Sono in grado (ovviamente) di svolgere le mie mansioni, però non c’è alcuna partecipazione, né predisposizione, specialmente per alcuni compiti che annullano completamente le mie competenze creative. La mia collega invece è nata per fare questo lavoro, perché naturalmente predisposta a certe attività (non è un complimento, credetemi). Allo stesso modo penso che chiunque possa diventare scrittore, se studia. Chiunque può scrivere, se gli piace farlo, o se ne ha bisogno per mangiare. Ma non sarà mai ai livelli di chi la scrittura l’ha nel sangue, con tutto ciò che questo implica a livello psicologico, pratico e caratteriale. Non è nemmeno detto che io sia una di queste persone… chi può saperlo con certezza? 🙂

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                  • P.s. Noto solo ora, rileggendo il mio commento di ieri, che ho espresso un concetto impreciso: “nascere scrittori riguarda tutti”. Mi rendo conto che queste parole possano essere fraintendibili. Ovviamente nascere scrittori riguarda tutti coloro che hanno una predisposizione di base. Di questi, solo alcuni diventano scrittori.

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                    • Secondo me c’è un fraintendimento. E il fraintendimento riguarda il valore, inteso in senso numerale, che si dà al concetto di “nascere per”. Nel senso che anch’io credo serva un’attitudine, nel post l’ho scritto chiaro. Ma un conto è dire: “svengo se vedo il sangue e quindi non posso fare il chirurgo”, un altro è sostenere che si fa una cosa perché il destino ti ha donato – non si sa bene per quale motivo – le caratteristiche per… Questo può avere un senso nello sport, forse può avere un senso anche nell’arte (la sensibilità necessaria per diventare scrittori è in buona parte innata), ma dire che scrittori si nasce, senza aggiungere un sacco di premesse a priori, è pericoloso. Perché relega le categorie umane in una immobilità innata. Significa togliersi la responsabilità delle proprie scelte e affidarla a un essere che non esiste o che, quantomeno, non conosciamo. Mi rendo conto che può essere confortante dire: “io ci sono nato”, ma non è così. Le cose guadagnate hanno un valore maggiore.

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                    • Non capisco per quale motivo sotto il tuo commento non ci sia il link per rispondere. Quindi lo faccio qui sopra. Comprendo il tuo punto di vista, ma penso che galleggi un po’ troppo in superficie. Del resto io – e me ne rendo conto – quando parlo do per scontate delle conoscenze pregresse che non tutti hanno.

                      Come sai, studio astrologia psicologica-evolutiva da quasi 10 anni, seppur a fasi alterne. Avrò visto un centinaio di temi natali, forse di più. E tante volte mi sono trovata a dire alle persone: “mi sembri portato per il canto/il nuoto/la musica” per sentirmi dire “eh sì, effettivamente mi piace, però non ho mai pensato a mettere in pratica certe cose…”. Lo studio della carta del cielo in fondo serve anche a questo: a scoprire quali semini la natura abbia piantato in noi e a farli germogliare. Così, si aiutano le persone.
                      E non è vero che si condanna l’individuo all’immobilità. Al contrario: noi esprimiamo il 10% dei nostri talenti, proprio grazie al libero arbitrio, che spesso ci spinge in altre direzioni: io potevo anche sparare per sport, stando al mio tema natale, e fare l’avvocato. Però ho deciso di scrivere. Anche questa potenzialità è presente, ma niente è prestabilito. Ciò che diventeremo è frutto della nostra scelta. Io e te, di quanto possano essere distruttive queste scelte, siamo un esempio lampante, visto che entrambi abbiamo “stoppato” la nostra propensione (ho visto anche il tuo tema natale, ricordi?) rinunciando alla scrittura per molti anni. E, quando abbiamo ripreso, abbiamo deciso di seguire percorsi di crescita diversi. Se siano giusti o sbagliati non si sa. Ma se la direzione è nota, gli errori rappresentano esperienze importanti. Quindi, sempre avanti! 😉

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                    • Per rispondere alla tua domanda: perché il limite di risposte a un commento è di dieci, oltre le quali sparisce il tasto “rispondi”.

                      Ripeto quello che ho espresso: confondi l’attitudine, che è una cosa sana e condivisibile, con un’espressione che invece io trovo molto forte: “nascere per”. Per fare un parallelismo assurdo, tutto questo mi ricorda Cesare Lombroso. Il quale credeva che la propensione di un uomo a commettere gesti malvagi o buoni dipendesse dalla conformazione del cranio. Quindi se eri nato con il cranio “sbagliato” erano cazzi… Il parallelismo non è con la tua fede nelle stelle, ma con un approccio superficiale al significato della locuzione “nascere per”. Alla fine ci stiamo girando attorno. 😛

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                    • L’espressione “nascere per” è sicuramente molto forte. Non sono sicura di averla utilizzata, dovrei rileggere tutto ma non ne ho voglia. Se l’ho fatto, mi scuso. Credo comunque di aver sviscerato bene l’argomento e averti fatto capire come la penso. Io ho la predisposizione per diventare un cecchino dell’esercito (e devo fare attenzione a non farmi venire strane idee in ufficio :D) ma non sono “nata per”, infatti non lo faccio: io scrivo. Sono “nata per scrivere”? Non lo so. So che la propensione c’è. Ora spetta a me trasformarla in qualcosa di concreto. 🙂

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                    • Non ti sei espressa male e non c’è alcun bisogno di scusarsi. Quello che ho cercato di fare è attirare la tua attenzione su un punto di vista diverso, nel senso che stavi guardando al “problema” da un’altra angolatura che, in circostanze diverse condividerei, ma non in questa. 🙂

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  12. Di solito uno che strimpella in cantina non si definisce un musicista. Inizia a definirsi tale quanto meno quando inizia a suonare con una band in posti in cui lo chiamano per suonare. Uno che inizia a imbrattare le tele non si definisce pittore, ma appassionato di pittura. Uno che inizia a fotografare e lo fa per diletto non si presenta come fotografo. Quindi perché che inizia a scrivere e lo fa per diletto dovrebbe definirsi scrittore?
    Vivere di scrittura in Italia è difficile. Quindi anche il criterio economico è labile. La mia decisione unilaterale è che uno diventa scrittore quando gli altri lo riconoscono come tale. Quando inizi a essere conosciuto più per i tuoi libri che per le altre cose che fai, allora sei uno scrittore. Non importa se hai pubblicato in self o con casa editrice, se campi o no con i proventi, quando per presentarti a qualcuno dicono “È quello che ha scritto…” allora, almeno in quel contesto, sei uno scrittore.

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    • Esatto, quello dello scrittore è un percorso. È un percorso tanto quanto farsi strada in qualsiasi altro mestiere o professione. Per quanto riguarda il riconoscimento sociale, devo ammettere che preferisco la versione “economica”. Ma per un motivo semplice: il riconoscimento sociale segue regole spesso svincolate dalla logica e dal merito. Ora, se è vero che vendere molto non dà certezza sulla qualità, quantomeno è un dato certo. Se guadagni abbastanza da vivere di scrittura con la narrativa, sei uno scrittore. Se qualcuno ti incontra per la strada e ti riconosce come scrittore, ciò non è un parametro pienamente attendibile. Ma, sai, è la mia formazione da commerciale che a volte prende il sopravvento. Tuttavia il post non si ferma a queste questioni in fondo un tantino sterili… leggi fino alla fine. 😛

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      • Certo che ho letto fino alla fine! Io trovo abbastanza onesto per me “autrice”. Il fattore economico in Italia è fuorviante. Ci sono autori, sia scrittori che poeti, passati alla storia in quanto scrittori e poeti che di fatto vivevano d’altro. Eco di professione faceva il professore universitario di semiotica, ma credo che alla lunga rimarrà nella memoria più per le opere di narrativa che per la saggistica specializzata (non quella divulgativa), di Calvino i miei alunni studiano i romanzi e non il lavoro redazionale che gli permetteva di campare. Il riconoscimento è almeno in parte meritocratico, nel senso che se le tue opere non sono lette e conosciute nessuno ti riconosce. Il vivere di scrittura è almeno in parte meritocratico, se le tue opere non sono lette nessuno te le paga, ma nella particolare condizione Italiana taglieremmo di fatto fuori dei mostri sacri della letteratura che no, non vivevano di letteratura.

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  13. Pingback: Scrittori non si nacque | da dove sto scrivendo

  14. Credo che sia il miglior articolo sull’argomento (e ne ho letti parecchi) che ho trovato, per ora, su internet e non.
    Onesto e cinico quanto basta per portare a galla gli aspetti essenziali che uno scrittore, se vuole definirsi tale, deve aver ben presente.

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  15. Sono dell’opinione opposta: scrittori si nasce, perché parliamo dell’arte (che non s’impara) e non di una professione (ne ha citate diverse). Che lei ci creda o no, fin dalle elementari, le mie maestre ripetevano a mia madre di non preoccuparsi se spiattellavo i “panni sporchi” della mia famiglia con dovizia di particolari e grande disinvoltura, oltre che con notevole competenza, nonostante la mia giovane età. Avevo uno spirito d’osservazione micidiale ed una fantasia fervida ed originale. Mi predissero che sarei diventata una scrittrice di talento e, a quanto pare, non si sbagliavano. La cultura è solo serva della creatività, non ne è padrona.

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