La preposizione

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Fondamenti di grammatica per aspiranti scrittori

Con lo scorso mini-ripasso abbiamo concluso la nostra esplorazione dei pronomi e degli aggettivi. Oggi diamo un’occhiata alla preposizione. Essa serve a «esprimere e determinare i rapporti sintattici tra le varie componenti della frase»[1]. La preposizione è un elemento invariabile del discorso, cioè non cambia per numero o genere.

Benché siano differenti l’una dall’altra, tutte le preposizioni hanno funzione relazionale: mettere in relazione, collegandole, due distinte parole. Per questo motivo si possono distinguere fra loro solo in ragione del tipo di reggenza che si determina nell’incontro tra le componenti («il desiderio di successo») e dal significato stesso delle singole parole collegate.


Tre parole chiave

AGAINST MAFIA DEMO - PROTESTA CONTRO LA MAFIA

Mafia, camorra e omertà

Si legge in un fortunato saggio di Leonardo Sciascia, La storia della Mafia, che il primo vocabolario siciliano in cui compare questa parola è quello del Traina: «importata in Sicilia dai piemontesi, cioè dai funzionari e soldati venuti in Sicilia dopo Garibaldi, ma proveniente forse dalla Toscana dove maffia (due effe) vuol dire miseria e smàferi vuol dire sgherri»[1] – era il 1868.

Il significato che ne dà il Traina però, non è quello che ci aspetteremmo oggi, dopo tanta fiction, è cioè di un picciotto agli ordini di un’organizzazione malavitosa ben radicata sul territorio né della struttura stessa di suddetta cosca [tra l’altro lo Sciascia ci ricorda che cosca è la corona di foglie del carciofo]; ma piuttosto con questo termine si indica un prototipo umano – il siciliano – il quale ha sì atteggiamenti da sgherro, baldanza e prepotenza, ma è anche un miserabile:

«[…] miseria vera è credersi un grand’uomo per la sola forza bruta, ciò che mostra invece gran brutalità, cioè l’essere gran bestia».[2]

Per il Traina, quindi, il termine mafia indica solo: «apparente ardire, sicurtà d’animo»; cioè un modo di essere, una caratteristica ancestrale dell’uomo siciliano. Non è il solo.


Realtà Vs Interpretazione

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La lastra di ghiaccio kantiana

Una delle domande fondamentali che da sempre l’uomo si pone è: «Cosa possiamo conoscere veramente?» Potremmo quasi riassumere l’intera storia dell’umanità in una valutazione, via via cangiante nel corso dei secoli, del rapporto tra essa e la Verità. Cos’è allora la verità? Per alcuni, una cosa che non esiste. Ognuno ha le proprie verità – plurale; alcune perfino in contraddizione fra loro: questo è il nostro secolo. Per altri la verità è trascendenza, è rapporto con Dio che la detiene; in quanto tale, la verità non è alla portata dell’uomo e solo Dio, il nostro rapporto con Lui, se ne può fare garante. Per altri ancora la verità sta in provetta. Essa è il frutto di congetture elaborate e poi verificate sperimentalmente. Anche questa idea ha stimolato, e ancora stimola, il pensiero dell’uomo moderno. Parlando di noi contemporanei, abbiamo due tipi diversi di verità: quella inoppugnabile che ci deriva dalla scienza; quella mutevole della quotidianità, in cui tutto è vero e quindi nulla lo è.