Vendere racconti a una rivista cartacea


Vendere racconti a una rivista cartacea

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the new yorker

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In Italia se ne sente l’esigenza

Charles Bukowski, Erskine Caldwell, John Cheever, Junot Díaz, James T. Farrell, Joseph Heller, J. D. Salinger, Tennessee Williams, Richard Wright, Truman Capote, Norman Mailer: ciascuno di loro ha spinto i primi passi nel mondo dell’editoria pubblicando il primo racconto su Story, un magazine newyorkese fondato nel 1931 da Whit Burnett e la sua prima moglie, Martha Foley; naturalmente dietro compenso. Nomi leggendari della letteratura nord-americana, concorderete con me. Ad esempio uno dei primi romanzi che ho visto leggere a mia madre, quando da bambino cominciavo con fatica a tradurre le mie prime parole scritte e quindi i titoli dei libri che circolavano per casa, è stato I duri non ballano di Norman Mailer; lo ricordo come fosse oggi.

Non deve sorprendere, la letteratura a stelle e strisce ha una lunghissima tradizione di questo tipo. Quasi tutti i più grandi autori che possono vantare gli Stati Uniti nell’ultimo secolo, e quindi i più letti nel mondo, hanno cominciato la propria carriera vendendo racconti a riviste cartacee. Non sono i soli. Altri esempi? Philip Roth, Alice Munro, Haruki Murakami, Vladimir Nabokov, John Updike e di nuovo J. D. Salinger che, se non proprio il primo, sono riusciti a farsi conoscere dal grande pubblico pubblicando racconti sul New Yorker, un famigerato magazine fondato da Harold Ross e sua moglie Jane Grant nel 1925; magazine che ha svolto negli anni un ruolo particolarmente importante per lo sviluppo della letteratura contemporanea. Naturalmente dietro compenso.

C’è infatti, nella tradizione letteraria nord-americana, una cosa che a noi giovani (aspiranti) scrittori italiani pare ormai quasi sconosciuta, anzi due: non si vergognano a pubblicare riviste di carattere prettamente letterario; e pagano gli scrittori che vi collaborano con i propri racconti. Arrivare a pubblicare sul New Yorker, ancora fino a qualche anno fa, ad esempio era considerato il trampolino di lancio ideale per la carriera letteraria di qualsiasi scrittore. Prima di arrivarci, però, gli scrittori statunitensi facevano la gavetta con altre riviste, molte riviste, tra cui Story appunto.

Anche noi italiani abbiamo avuto nel Novecento decine di riviste dal carattere politico-letterario. Senza farvene l’elenco, se siete curiosi e desiderosi di approfondire questa notizia potete sbirciare su Riviste letterarie italiane del Novecento; delle quali però non rimane praticamente più traccia. Atelier, ad esempio, ha dismesso la propria attività nel 2014, ed è stata una delle ultime (anche se mi pare che Giuliano Landolfi Editore ne continui la pubblicazione in una forma rinnovata). Carmilia, fondata da Valerio Evangelisti nel ‘95, originariamente cartacea ormai compare solo più on-line. Golem L’indispensabile, fondata nel ’96 da Umberto Eco, Gianni Riotta e Danco Singer, ha chiuso i battenti nel 2011. Il caffè illustrato, bimestrale fondato e diretto dal 2001 da Walter Pedullà, non sono sicuro sia ancora attivo – il loro sito internet non lo è più di sicuro; L’illuminista idem. Rimane, ahimè, il solo Osservatorio letterario.

Eppure in Italia farsi conoscere vendendo racconti a riviste cartacee è ancora possibile. Io lo so, perché l’ho fatto. Il primo racconto che ho osato spedire all’incognita di una lettura editoriale s’intitolava Come una bambola. Non pensavo sarebbe stato letto davvero. Circolava voce infatti, nell’ambiente fuligginoso e ingenuo degli aspiranti scrittori, o dovrei dire, degli apprendisti scrittori, che tutto ciò che arrivava in redazione le case editrici lo cestinassero, o ignorassero, d’impulso: compulsivamente. Se invece ne avessi avuto la certezza, probabilmente ci avrei riflettuto più a lungo prima di spedirlo. Esattamente una settimana dopo venivo pubblicato su un settimanale a diffusone nazionale. Ad esso ne sono poi seguiti altri, circa una dozzina, e mai che mi sia stata rifiutata la pubblicazione. Non è bello parlare di soldi, ma con il primo racconto sono riuscito a riempire quasi un intero scaffale della mia libreria; la quale certamente non ne aveva bisogno.

Non si tratta di riviste letterarie, queste, come il New Yorker o Atelier; quei pochi settimanali italiani che ancora pubblicano racconti si rivolgono prevalentemente a un pubblico femminile, a quanto pare le uniche che leggono, mischiando una narrativa dozzinale – la mia lo era di certo – a ricette di cucina e gossip. Tuttavia, se proprio non un trampolino, quantomeno queste riviste possono rappresentare un’opportunità per mettere alla prova il proprio talento (e raggranellare qualche spicciolo che non risolverà il vostro desiderio di vivere del mestiere di scrivere, ma comunque vi aiuterà ad arrotondare lo stipendio). Ma come fare? Perché, diciamocelo, è questo quello che voi lettori, via mail, via chat, via whatsapp, o via la stramaledetta virtualità del mondo contemporaneo, continuate a chiedermi.

È semplice. Basta mettersi le gambe in spalla e arrancare fino alla prima edicola, quella più vicina a casa. In mancanza, visto che di giornali a quanto pare non se ne vendono più, ci si può recare in una biblioteca dove, sicuramente, si potrà spulciare fra le riviste che ivi attendono. Riconoscere quelle giuste è facile: basta sfogliarle. All’epoca, quando mi interessai della questione, spinto più dal desiderio di essere pubblicato e dall’esigenza di mettermi alla prova che da una febbrile passione per il genere, senza troppo sforzo ne trovai addirittura cinque. Quando le si sfoglia bisognerà avere anche l’accortezza di leggerle. Pare banale, ma visti i tempi preferisco dirlo. Bisognerà anche studiarne il taglio, la tipologia di lettori a cui si rivolgono e il modo in cui i racconti sono scritti. Insomma, bisogna avere un atteggiamento inferenziale. La mail a cui spedire le vostre speranze quasi sempre la trovate nel riepilogo redazionale.

Non c’è molto più di questo da sapere. Non ci sono oscure informazioni da spacciare o segreti  ben celati da sussurrare che magicamente vi spalancheranno le porte; né, tantomeno, nomi a cui raccomandarsi. Io non conoscevo nessuno e nessuno conosceva me. Di più: a nessuno importava – e ancora è così – nulla di me. Il mio primo racconto era un bel racconto: tutto qui. Poi, un po’ per noia un po’ perché l’appagamento di un desiderio spinge sempre verso altre vette, la qualità dei miei lavori, ne sono consapevole, è andata via via calando, fino a prenderne neanche troppo dolorosamente coscienza. Se c’è una cosa che ho imparato sulla scrittura è che essa rende solo quando ci si crede. Un consiglio che parrà anch’esso banale, una volta giunti in edicola o in biblioteca, è quello di chiedersi se pubblicare quel genere di storie rientra nel proprio DNA o se, come me, è solo un modo per guadagnare un “facile” credito, un’auto-gratificazione, di cui molto probabilmente non avete bisogno.

A me stesso io ho risposto. Adesso attendo solo che qualcuno si decida a fondare una vera rivista letteraria; dove la mercificazione della parola scritta – perché sempre di merce si tratta – cammini a braccetto con una spontaneità di contenuti svincolata da dinamiche redazionali troppo legate a una singola tipologia di lettori. Dove chi scrive bene! fantascienza, possa proporre i propri lavori; e chi scrive bene! racconti sentimentali possa continuare su quel filone, e così via per ogni genere o non genere, ponendo davanti a tutto due sole cose: l’amore per la lettura e la qualità della scrittura. In Italia si sente davvero la mancanza di un magazine così; un magazine che abbia delle pretese ma non sia pretenzioso.

107 Comments on “Vendere racconti a una rivista cartacea

  1. La letteratura nord americana è molto importante. Non c’è niente di male nel lavorare in una rivista, ovunque sia e su qualunque genere. Questo è normale in America. Ne ho avuto la prova quando studiavo a giorni alterni spagnolo e inglese. ( abbandonato quest’ultimo). In realtà ho tagliato tante altre cose, ma non c’entra niente col post ed è noioso parlare di se stessi.
    Dunque dicevo che mentre alternavo l’inglese, mi aveva contattato un giornalista americano per imparare italiano. ( lingua che è fortemente richiesta da imparare, ma pure questo è tedioso).
    Scrive per il giornale di Chicago, mica un paesino sperduto come il mio. Non abbiamo studiato avanti, solo informazioni sul giornalismo e l’editoria perché io ero impegnatissima col lavoro, ma mi ricordo che mi disse di ciò che tu esponi.
    Studiando mi sono capitati vip come lui, in rami diversi e da ognuno ho imparato qualcosa.
    Secondo me un po’ soffrivano che non li trattasi come celebrità, ma a me non importa il rango e non mi strappo i capelli di fronte a nessuno anche se sta su Wikipedia.
    Non racconto mai di me, men che meno di esperienze, aneddoti; nessuno ci crederebbe e in fin dei conti, mi paiono cose piccole.

    Aspetto anch’io che qualcuno fondi una rivista letteraria. Un sogno. Ecco, questa sarebbe una cosa grande, non come le nostre vicissitudini.

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    • Secondo me sul mercato italiano c’è spazio per una rivista letteraria, che pubblica racconti sia di scrittori già noti sia di esordienti. L’importante è che non sia la solita rivista con la puzza sotto il naso, quella che pensa di fare cultura con la C maiuscola, o che vuole fare avanguardia. Una cazzo di rivista “normale”; che parli di letteratura, di libri, di editoria, di scrittori e di scrittura. Fondiamola noi! 😉

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  2. Anche Poe, McCarthy e London hanno venduto racconti alle riviste. E chissà quanti altri.
    Ho sempre invidiato quel modo di arrivare al pubblico. E ancora oggi mi piacerebbe ci fosse in Italia una rivista letteraria che pubblichi racconti e romanzi a puntate come un tempo, e che paghi gli autori, soprattutto.
    Se però si trovano solo riviste per donne in cui pubblicare, allora neanche ci vado in edicola: io non scrivo storie per sole donne.

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    • Il mio non voleva essere un elenco esaustivo e credo che un po’ tutti in America finiscano, soprattutto agli esordi, per pubblicare qualche racconto su qualche rivista: si comincia così, no?
      Anche secondo me in Italia ci sarebbe spazio per una rivista fatta bene e non pretenziosa. Quelle che si trovano, o che ho trovato io, si rivolgono solo a un determinato pubblico.

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    • Come dicevo a Daniele non volevo essere esaustivo, in questo senso. Avrei scritto un post di soli nomi. Tu la leggeresti in Italia una rivista rivolta a tutti coloro che amano leggere? che parli di scrittori e di scrittura? che pubblichi racconti e romanzi a puntate sia di gente già nota sia di esordienti? che parli di editoria e di letteratura, ma senza essere pretenziosa, con la puzza sotto il naso e la erre moscia?

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  3. Ma chi è il folle che al giorno dìoggi fonderebbe una rivista letteraria? 😛
    In reltà penso sarebbe meglio se fossero riviste generiche o anche quotidiani a pubblicare racconti. Quanti autori americani hanno iniziato la loro carriera pubblicando su play boy?

    P.S.
    “I duri non ballano” circolava anche a casa mia, ho un vago ricordo del titolo e della copertina, non o se qualcuno l’abbia mai letto, probabilmente era entrato in casa come uno di quei libri che ti arrivavano quando ti dimenticavi di fare l’ordine all’euroclub…

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    • Qualcuno di molto coraggioso o molto astuto. Andare contro corrente in genere paga. Invece i racconti pubblicati sui quotidiani o in riviste non specializzate secondo me non verrebbero letti, anche se non sarebbe male come idea. 🙂

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      • Sicuramente non da tutti i lettori, ma se un quotidiano ha una pagina culturale (la stampa ha ancora l’inserto “tutto libri”?) perchè non potrebbe pubblicare all’interno di quella pagina un racconto a settimana?

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    • Io penso anche alle riviste di genere americane, ho visto un elenco di oltre 100 riviste su fantasy e fantascienza del secolo scorso. Numeri improponibili qui in Italia.

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      • Come quantità sì, certamente. Gli Stati Uniti sono molto più grandi della sola Italia. Ma come mercato, un paio di riviste puramente letterarie – e con letterarie intendo che pubblichino narrativa senza la pretesa di fare letteratura “alta” – ci stanno tranquillamente.

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      • Mio zio ci provò, anni fa, nell’epoca d’oro della fantascienza italiana, arrivò arrancando al numero 13, fino al numero 3 in edicola, poi solo più per abbonamento. Purtroppo il mercato non è abbastanza ampio da coprir le spese. Forse oggi col digitale… qualcosa c’è in giro, ma, per quel che ho visto, ha l’aria decisamente casalinga. Manca un tocco di professionalità.
        E, ultimo problema, non è così facile come potrebbe sembrare trovare materiale da pubblicare 😀

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        • Trovare del buon materiale, vorrai dire. Ma infatti io non farei mai una rivista dedicata a un singolo genere. Piuttosto una rivista che pubblica qualsiasi genere, purché di qualità. E’ un modo per dare voce agli esordienti.

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          • era sottinteso:D
            ma anche se ti apri a tutti i generi (cosa che, mmm, mi sa un po’ di quei piatti mari e monti che non sono ne carne ne pesce) continua a restare difficile 😉

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            • Può darsi. Può darsi anche che non interessi a nessuno. Tuttavia ho come l’impressione che la differenza la faccia sempre il modo in cui ti poni sul mercato. In Italia ci sono 23 milioni di lettori. Vuoi che una rivista che azzecchi il giusto piglio non trovi lettori sufficienti a campare?

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        • Hai ragione, una rivista letteraria si fonda su ottimi contenuti: cosa scriverci? Un po’ di materiale è “offerto” da racconti e romanzi a puntate, ma per la maggior parte è dato da articoli, editoriali, ecc. Materiale che deve conquistare i lettori.

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  4. Sottoscrivo tutto. Una rivista così io la leggerei sicuramente. È vero che il mercato anglosassone è sterminato rispetto a quello in lingua italiana, ma la rivista per cui scrivi mi pare tiri già 70.000 copie, mica bruscolini, ed è molto “di genere”, anche se non è letteraria… un pensierino bisognerebbe farcelo. E trovare un imprenditore illuminato che metta i soldi.

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    • Esatto. Per la precisione 70 mila settimanali, cioè 280 mila copie distribuite al mese. Non mi pare poco. E un magazine davvero trasversale, fatto bene e interessante potrebbe vendere dieci volte di più.

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      • Io non me ne intendo, ma abbattendo i costi di stampa e distribuzione pubblicando in digitale costerebbe molto meno un businness del genere? Magari pubblicando in digitale solo all’inizio e passando al più soddisfacente cartaceo se dovesse andare bene…

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        • Secondo me bisogna ancora insistere col cartaceo. Mi pare che tutto quello che è digitale sappia automaticamente di “poco valore”. Inoltre ti escludi tutte quelle persone, e non sono poche, che non amano leggere in digitale o non hanno confidenza con esso. Mi pare che anche i dati ISTAT indichino che la crescita del digitale si sia arrestata, e ben lontana dalle aspettative più rosee.

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          • Rispondo anche a Pades (due piccioni con un commento)
            Forse sì, forse no.
            A casa ho la collezione completa di una rivista di genere weird uscinta in italia negli ultimi tempi. Rivista fatta molto bene, impaginata in modo impeccabile e con grafica professionale e curata. Pubblicava autori come Dick, Gaiman, Simmons, Bradbury, accanto ad autori italiani noti e emergenti. Insomma un gran bel progetto, ma completare la collezione è tato semplice, visto che si è fermata col numero 5.
            Il problema è che se vuoi fare un lavoro di qualità i costi sono alti, devi pagare dei professioniti per la grafica, l’impaginazione, la stampa (e i primi due costi restano anche se pubblichi in digitale) devi cercare e comprare diritti all’estero, devi selezionare i testi italiani (e probabilmente ogni 100 letti ne trovi uno da pubblicare) e devi pagare gli autori, gli editor, ecc.
            Il mercato invece e troppo ristretto. Forse bisognerebbe giocare meglio sul marketing, sulla promozione, farsi conoscere, insomma, ma anche questo è un costo.
            (per dire che i conti ancora non me li sono fatti, ma un po’ ci ho rimuginato 😛 )
            Oppure si fa una cosa casalinga, contenendo i costi, ma resta una cosa casalinga.

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            • No, bisogna fare le cose bene. Magari evitando la pretesa di pubblicare i grandi nomi internazionali, ma investendo il giusto. E continuo a pensare che un mercato di 23 milioni di persone non sia poi così piccolo.

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              • Non è piccolo come mercato di lettori di libri. Ma quanti di quei 23 milioni comprerebbero abitualmente la rivista? Perché una rivista si tiene in piedi – come ogni pubblicazione periodica – con un numero fisso di acquirenti.

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                • Non saprei, possiamo però ipotizzare che una delle cose più difficili per un lettore sia scegliere in libreria il libro giusto per lui? Allora potrei risponderti: tutti quelli che vogliono un confidente che, senza pretese e puzza sotto il naso, gli consigliasse cosa leggere. Inoltre possiamo essere d’accordo sul fatto che in Italia siano molti gli aspiranti scrittori? Allora potrei risponderti: tutti coloro che cercano consigli sulla scrittura, sulle case editrici e che, magari, vogliono anche mettersi alla prova o farsi conoscere proponendo un loro racconto. E via dicendo. Secondo me dipende, appunto, da come ti poni sul mercato; cioè dal taglio che dai alla rivista.

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              • Il mercato potenziale è ampio, anche se, secondo me, bisognerebbe puntare ai 6 milioni circa di lettori forti e ne basterebbe una piccola fetta per star a galla, probabilmente. Il difficil è raggiungerli.

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  5. Sono d’accordo con te: anch’io sono in attesa di una rivista letteraria di genere.
    In Italia sarebbe una vera e propria rivoluzione.

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  6. Bene, allora alla luce di tutti i commenti, cosa aspettiamo a farla? Io ci sto a collaborare. I soldi? Molto semplice: studiamo il budget che ci serve, contattiamo i professionisti, mettiamo giù un businness plan e prepariamo una campagna di crowdfunding. Se va in porto si parte, se no, amici come prima e con una bella esperienza alle spalle. Cercavi un nuovo lavoro? Eccotelo pronto a portata di mano. (Lo so, lo so. Sono una inguaribile ottimista).

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  7. Caro Salvatore, cari tutti: ottimo articolo e ottima discussione. C’è però una questione di fondo non risolta, e fondamentale, secondo me. Direi: sintomaticamente rimossa. Ma ci sarebbero anche altre svariate precisazioni da annotare. Dunque, allora adesso mi concedo la pausa pranzo e poi, se riesco a rubare qualche attimo alle riunioni di oggi, provo a dire la mia. Ne verrà però fuori un articoletto, più che una risposta: spero che Salvatore non si offenda (e non si offendano gli altri) se approfitterò di questo compito per pubblicare le mie riflessioni “a casa mia”: la porta è ovviamente aperta, per chi volesse dare un’occhiata.
    Buona giornata, buona scrittura e buone letture a tutti.

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  8. Anche se ho pubblicato meno racconti di te, credo di aver fatto un percorso analogo con Giallo Mondadori. Il problema è che quando ho imparato davvero a scrivere il racconto giusto per quel mondo un po’ mi sono stancata, perché la scrittura è, anche ricerca. E in effetti in Italia manca un po’ qualcosa che possa dare spazio a chi non disdegna il genere, ma non abbia gabbie troppo strette. Potrebbe anche avere un buon mercato, chissà… Del resto si diceva che in Italia non si potevano fare film di super eroi, poi è arrivato “Lo chiamavano Jeeg Robot” che è italiano, di genere e ben fatto ed è diventato subito un cult.

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    • citi proprio il film che a mio parere l’anica avrebbe dovuto mandare agli oscar, ma che non eva abbastanza intelletuale di cui parlavo in un mio commento qui sopra

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    • Credo che il problema della “gabbia” sia che ti costringe a scrivere ciò che può piacere al mercato di riferimento e non quello che invece vorresti scrivere tu. Invece se ami leggere, vorresti leggere ciò che l’autore ha davvero da dire e non una cosa studiata per piacerti.

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      • Si, credo di capirti alla perfezione. All’inizio è divertente perché stare nella gabbia è una sfida, ma poi scopri che ti viene troppo facile e inizia a starti stretta…

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  9. Ecco, avete già detto tutto. Come avrai intuito io non sono tipo da pubblicare su rivista. Però sento comunque (come un uomo è attratto istintivamente da una bella donna) per istinto l’attrazione verso certe riviste letterarie, soprattutto quelle che sono entrate nel nostro immaginario come le riviste dove hanno pubblicato o magari esordito i grandi scrittori del Novecento.
    Insomma Salvatore, tu che hai le conoscenze alte, se mi fai pubblicare un racconto sul New Yorker, sono disposto a rivedere qualunque posizione. 😀
    Ma a parte gli scherzi, tu che sei in procinto di cambiar casa, come pensi di arredarla?
    Io ancora non sono pronto, ci vorrà qualche annetto (a meno che venda un milione di copie al mio esordio, ma credo che sia altamente improbabile) prima di poter cambiare casa, ma già mi sto immaginando una casa da scrittore. Come dovrebbe essere la casa di uno scrittore?
    Sicuramente una bella macchina da scrivere modello antico (guarda che bel pezzo sulle macchine da scrivere dei grandi scrittori http://www.osservatoriesterni.it/speciali/le-macchine-da-scrivere-degli-scrittori). Ma soprattutto non deve essere un museo, qualcosa di lugubre e morto. La scrittura è gioia, è vita, quindi un luogo accattivante, che ispiri. E sicuramente fra le cose che ispirano, io ho intenzione di mettere come quadri anche alcune delle più belle copertine del New Yorker. Già le sto selezionando. Come è noto ogni loro copertina è disegnata da un artista e alcune sono letteralmente meravigliose. Non ti metto il secondo link con l’elenco delle copertine prima che finisco nello spam, ma io ci vado matto. O fuori di senno? Boh, scegli te! 😉

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    • Al riguardo sono d’obbligo alcune considerazioni; la prima è che esiste una certa differenza tra quello che si vorrebbe e quello che, ahimè, si può. La mia nuova casa sarà inevitabilmente modesta; modesta rispetto alle mie aspettative, sia chiaro. La seconda considerazione è che prima ancora di preoccuparmi dell’arredamento, comunque importante visto che un ambiente conciliante è sempre meglio di un ambiente ostile, mi preoccuperei di quelle cose che nessun romanziere nomina mai nei propri romanzi ma che sono di primaria importanza: vicini rumorosi, condominio di cani ululanti e gatti miagolanti, traffico automobilistico tipo Mille Miglia sotto casa nel cuore della notte e via dicendo. Quello che intendo dire è che prima ancora di scegliere le copertine del New Yorker da appendere ai muri, mi preoccuperei della bolla di silenzio necessaria a scrivere. Una casa comoda e silenziosa è essenziale per scrivere ottimi racconti da vendere a una rivista cartacea. 😉

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      • Anche per me al momento è lontana la casa e l’arredamento consono. Ma due stampe alle pareti non è che spostano più di tanto. Poi dipendesse da me io vivrei su di un camper o meglio ancora su di una barca. Diciamo che uno scrittore inventa storie, anche quelle che vorrebbe per sé. 😉

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  10. Pingback: Vendere racconti (o del qualunquismo) – Profezia privata

  11. cosa differenzia una rivista di racconti che viene letta,
    da una raccolta di racconti pubblicata in seguito a un qualsiasi concorso letterario che nessuno leggerà?

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    • Ciao Enrico, benvenuto sul mio blog. Non credo di aver capito la tua domanda, però. Mi chiedi il motivo per cui una rivista è più letta di un’antologia di racconti da concorso? Beh, è difficile rispondere senza entrare nel merito. Quale rivista? e quale antologia? Rimanendo nel vago si potrebbe tentare di affermare che una rivista coltiva i propri lettori numero dopo numero, e con una variazione di tematiche che posso attrarre più lettori rispetto a un’antologia. Il settimanale su cui ho pubblicato in effetti è molto letto.

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  12. Era solo per evidenziare i punti di forza che dovrebbe avere una rivista che, per l’appunto, tenda a coltivare i propri lettori numero dopo numero.

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  13. Qualcuno ogni tanto ci prova. Di recente è partito “Il lettore di fantasia”, che si distribuisce digitale ma anche in carta, paga gli autori e ricalca la tradizione del racconto a puntate. Cercatelo su internet e dateci un occhio.

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    • Li conosco già, sono attivi da due o tre anni. Ricordo quando ancora cercavano autori per il primo numero. Però mi pare abbia quasi più l’aspetto di una “fanzine” che di una rivista letteraria vera e propria, non so se mi spiego.

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      • Sì, usa un formato da fanzine, ma è comunque un buon inizio. C’é ne sono anche altre, ma su web e l’aspetto cartaceo secondo me è ancora un fattore importante. Difficile invece trovare riviste “letterarie”, ma io mi accontenterei ce ne fossero di genere. Conterei come interessanti per la pubblicazione anche Robot della Delos e altre loro pubblicazioni.

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        • Conosco Delos. La differenza, per un aspirante scrittore che vuole essere notato dalle case editrici, la fa secondo me la diffusione e l’autorevolezza della rivista. Per intenderci: un magazine letto da molti appassionati ma da nessun “addetto ai lavori” è in questo senso meno utile di una rivista un po’ più “impagliata”, se mi passi l’espressione.

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  14. Pingback: Cosa sapere prima di spedire un manoscritto a un editore

  15. Poiché ci sono finito sopra, ricordo che Storie di Leconte Edizioni è (era) una rivista culturale che pubblica(va) racconti. Mi permetto anche di citare un altro autore “lanciato” dal New Yorker, cioè Harold Brodkey, nella speranza che qualcuno, incuriositosi, compri i suoi splendidi libri.

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    • Ciao Ale, ho dato uno sguardo a Storie di Leconte Edizioni: la pubblicazione della loro rivista è andata calando negli ultimi anni fino a un solo numero nel 2016. Ma grazie per avercela indicata.

      Non conoscevo il “Proust d’America”, mi hai incuriosito. 🙂

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