Io ho questo principio: «Di ogni storia, prima di scriverne il romanzo, fanne un racconto».


Che si scelga la vaghezza o l’esattezza, è inevitabile giungere alla conclusione che tanto l’infinito quanto l’infinitesimale non sono alla portata della mente umana. La mente umana non potendo immaginare l’infinito s’accontenta dell’indefinito, cioè di un’illusone. Il linguaggio, mezzo finito, non è bastevole a definire all’infinito, e in questo è destinato al fallimento. A questo punto, c’è chi si chiede se la parola scritta abbia ancora un senso. Io so perché scrivo: scrivo perché è l’unico modo che conosco per mettere ordine al disordine.


C’è chi sostiene che la traduzione di un romanzo tenda a uniformare lo stile. Romanzi scritti da un acclamato giapponese contemporaneo o da un geniale russo nell’Ottocento o da una raffinata scrittrice britannica del Settecento tradotti in italiano davvero ci apparirebbero tutti uguali? Con questo post intendo confutare questa tesi.