Il Predicato


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Fondamenti di grammatica per aspiranti scrittori

La volta precedente abbiamo parlato di soggetto, cioè di chi compie o subisce un’azione. Soprattutto di soggetto grammaticale, quello espresso dal predicato verbale, che di soggetto logico: chi l’azione la compie sul serio. Oggi vediamo quello che è considerato il vero e proprio nucleo di una frase, senza il quale (frasi ellittiche a parte) non può esserci comunicazione: il predicato.

Cos’è il predicato?

Dal latino: “praedicātum”, ciò che è affermato, il predicato è il nucleo vero e proprio della frase e la sua definizione tradizionale è: ciò che si afferma a proposito del soggetto. Senza predicato verbale, come dicevamo, tranne nel caso limite delle frasi nominali in cui la funzione di predicato è parzialmente sostituita da altre categorie grammaticali, o nei monoremi (v. tipi di frase, ndr), non può esserci comunicazione.

Il predicato è quasi sempre espresso da un verbo. Grazie a esso, viene indicata la particolare azione o il particolare stato attribuiti al soggetto. Sceglie il verbo giusto, quindi, è essenziale.

Ci sono due tipi fondamentali di predicato: il predicato nominale e il predicato verbale, vediamoli.

Predicato nominale

Si parla di predicato nominale quando il predicato è espresso da una forma del verbo essere in unione con un sostantivo o a un aggettivo: «Maria è giornalista»; «Filippo era felicissimo»…

verbo essere + sostantivo o aggettivo = predicato nominale

soggetto + verbo essere + sostantivo o aggettivo = frase nominale

Il sostantivo o l’aggettivo, usati a questo modo, si definiscono: nome del predicato; mentre la forma del verbo essere utilizzata in congiunzione prende il nome di copula, in quanto funge da legame tra soggetto e parte nominale.

«Le frasi con predicato nominale hanno in prevalenza la funzione di attribuire, mediante il verbo essere, una certa qualità o stato a un soggetto. La copula serve, per così dire, da “ponte” tra il soggetto e il contenuto semantico della parte nominale (che è l’elemento portatore dell’informazione principale)» [Serianni].

L’uso copulativo del verbo essere non va confuso con il suo uso predicativo: «Dio è grande»; «presto saremo a casa»; ecc.

Parlando di coesione linguistica, è chiaro che la copula deve accordarsi con il soggetto nella persona e che il nome del predicato (cioè il sostantivo o l’aggettivo usati in legame con il verbo essere) devono accordarsi col soggetto nel genere e nel numero, ad esempio in: «Maria erano maestri» la persona, il genere e il numero non hanno coesione. Più giusto sarebbe: «Maria è maestra» o «Maria era maestra».

Predicato verbale

Il predicato verbale è formato da un qualsiasi verbo in funzione predicativa, ovvero dotato di senso autonomo e compiuto.

In alcuni casi il verbo può essere accompagnato da un ausiliare del verbo essere o avere, da un verbo servile o da un verbo fraseologico; questi ultimi, uniti all’infinito del verbo principale, costituiscono un’unità logico-sintattica, cioè un sintagma equivalente a un verbo semplice.

A differenza del predicato nominale, il predicato verbale ha in prevalenza la funzione di esprimere l’azione compiuta o subita dal soggetto (il predicato nominale, come abbiamo detto, ha soprattutto la funzione di attribuire al soggetto una certa qualità o stato).

Tale distinzione, dice il Serianni, non va però intesa alla lettera: «predicato verbale e predicato nominale posso talvolta esprimere, pur presentandolo in una struttura sintattica diversa, lo stesso contenuto semantico».

Naturalmente il predicato verbale deve concordare con il soggetto nella persona: «Mario ride»; «Le amiche ridevano».

Predicato copulativo

Non sono sicuro sia una forma riconosciuta da tutti i grammatici, molti fanno rientrare questi tipi di predicati nel predicato nominale, tuttavia esso rappresenta una forma intermedia tra i due. Si forma con i verbi effettivi (sembrare, parere, ecc.) e numerosi verbi appellativi, elettivi, estimativi… (chiamare, eleggere, stimare, ecc.), cioè con tutti quei verbi detti copulativi perché necessitano di un complemento predicativo per avere senso computo.

«La distinzione tra predicato nominale e verbale risale alla grammatica latina, in cui vigeva l’obbligo di attribuire alla parte nominale lo stesso caso del soggetto, il nominativo. Secondo alcuni grammatici, “In italiano, non essendoci i casi, la distinzione ha perso importanza; si continua a farla per facilitare il confronto fra italiano e latino e la traduzione dall’una all’altra lingua”. [Altieri Biagi]» [Serianni]. Una citazione nella citazione…

Conclusioni

Non credo ci sia molto da aggiungere; non dovendo sostenere esami di grammatica forse non è necessario ogni volta che si scrivere riflettere se si stia utilizzando un predicato nominale o verbale, o una delle forme di mezzo. Vale tuttavia la pena notare come l’uso del predicato verbale e la scelta del verbo corretto, non solo per coerenza logico-sintattica, ma anche per precisione lessicale possa rende una scrittura molto più immanente e quindi gradevole da leggere. Chi vuol capire, capisca…

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Note

Luca Serianni, Grammatica italiana, UTET universitaria, 2006.

In calce: un quadro di Gerhard Richter.

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10 Comments on “Il Predicato

  1. Complimenti, Salvatore, continua così. Magari un giorno potrai raccogliere tutti i tuoi post sui “Fondamenti di grammatica per aspiranti scrittori” in un bel libro (ovviamente con l’asino in copertina), di cui già prenoto una copia! 😉

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  2. In effetti quella del libro di grammatica non è niente male come idea. Io preferirei un eBook, così lo porto sempre nello smartphone.

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  3. Pingback: Il Complemento | Salvatore Anfuso – il blog

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