Self-publishing compulsivo


Self-Publishing

…quando la quantità compensa la qualità

Scrivere oggi. Potrebbe essere questo il titolo del post che state per leggere. Cosa significa scrivere oggi? Significa avere una scelta. Scegliere di inviare il proprio manoscritto a una casa editrice, attraverso i canali ufficiali, per iniziare un rapporto di collaborazione, oppure di pubblicarlo da soli, su Amazon ad esempio, o su uno dei tanti portali disponibili. Avere una scelta è già molto, più di quanto avessimo dieci o venti anni fa.

Scrivere oggi significa anche tentare di guadagnare soldi con la scrittura e farlo in modi non tradizionali. È possibile, alcuni ci riescono. Come? Semplice, con il self-publishing compulsivo. Come funziona? Questo è proprio l’argomento del post di oggi.

Pubblicare digitale

Lasciando da parte per questa volta la pubblicazione tradizionale, quella con una casa editrice, ed escludendo a priori le pubblicazioni a pagamento, da qualche anno c’è la possibilità di pubblicare da sé e di farlo in formato digitale. Il formato digitale offre la possibilità di una maggiore diffusione del proprio manoscritto escludendo da essa il binomio distributore/libreria. O meglio, il distributore c’è sempre, il portale attraverso cui si pubblica, ma ha caratteristiche diverse dai distributori del cartaceo, che comunque sarebbero fuori dalla portata di un autore.

Quali sono queste caratteristiche? Una maggiore percentuale di guadagno, ad esempio. Con Amazon si arriva al 70%, al di sopra di determinate soglie di prezzo. La maggior parte dei distributori tradizionali, invece, riserva a se stesso il 50% del prezzo di copertina. Il resto dev’essere ripartito tra editore, libreria, costi vivi e autore. Con una pubblicazione tradizionale, l’autore, può arrivare a ottenere una royalty che oscilla fra il 7 e l’11%. Questa variabilità dipende da fattori legati alla fama dell’autore e alle previsioni di vendita. Gli autori VIP, quelli che vengono esposti per primi nelle vetrine delle librerie, possono anche ottenere un anticipo sulle vendite. Si vocifera che questi anticipi, in alcuni casi, siano anche molto consistenti.

Un altro vantaggio è una maggiore autonomia, soprattutto per quanto riguarda i contenuti. Il proprio manoscritto non deve passare al vaglio di nessuno. Ad Amazon semplicemente non interessa cosa pubblichi, purché venda. Anzi, nemmeno questo a pensarci bene. Perché, in fondo, il guadagno di Amazon non è sul singolo titolo auto pubblicato, ma sulla marea di testi che vengono continuamente proposti al pubblico. Amazon, come ogni distributore, guadagna sulla quantità. L’autore, invece, e in questo caso tutti, indipendenti e affiliati, guadagnano sulla qualità. Cioè sul valore del proprio, singolo, manoscritto.

Più è elevata questa qualità, più chance ha quel manoscritto di vendere. Di conseguenza il guadagno dell’autore sarà proporzionato.

Statistiche di vendita

Non sono riuscito a ottenerne, ma vagando a orecchie tese per la rete, fra blog, forum, addetti ai lavori, ecc., si può ipotizzare che un autore autoprodotto, con un livello di competenza accettabile, arrivi a vendere per singolo titolo un centinaio di copie. Parlando di autori che sanno scrivere, quindi escludendo quelli che tentano il self giusto per provare o per egocentrismo mal riposto, e tenendo presente che l’argomento trattato può far oscillare le vendite, il manoscritto appena lanciato può vendere dalle 10 alle 20 copie al giorno. Questo per la prima settimana di pubblicazione. Poi le vendite si assestano su un paio di copie al giorno per il primo mese, fino a scendere a zero in un arco di tempo piuttosto breve.

Ci sono i casi eccezionali, certo. Inoltre, se si riesce per qualche motivo a restare nella parte alta della classifica di genere, si può sfruttare l’onda lunga della vendita. Tuttavia, in un tempo che può aggirarsi tra i tre e i sei mesi, il romanzo autoprodotto è destinato a scomparire, fagocitato dalle centinaia, migliaia, di nuove proposte. Ora, senza voler fare i conti in tasca a nessuno, ma tentando comunque una statistica, si può ipotizzare quanto segue: se vendo il mio manoscritto a 3 euro, ricavandone il 70% di guadagno (vale a dire 2,10 euro lordi), e vendendone tra le 100 e le 250 copie (20 al giorno per i primi 10 giorni, più un paio al giorno per il primo mese, ad essere ottimisti), il mio guadagno si aggirerebbe tra i 250 e i 525 euro lordi a manoscritto. Non male, che dite? Neanche, però, risolutivo per le proprie finanze.

Una volta scemata l’onda lunga di vendita, recuperare il manoscritto e riproporlo è un’operazione difficile. Quindi il guadagno, almeno su quel lavoro, è destinato ad azzerarsi. Tuttavia parlavamo di qualità. Se la qualità del romanzo è elevata, facendo opportunamente del marketing, qualche copia potrebbe ancora entrare. In che quantità? Diciamo tra le dieci e le cento copie l’anno? Vale a dire una base di guadagno che oscilla tra i venti e i duecento euro, sempre lordi.

La base del reddito

Se l’autore riuscisse a sfornare un buon romanzetto – di quelli che colgono a pieno le mode del momento o, all’opposto, ben arpionati a un genere di nicchia; di qualità accettabile, ma non eccessiva (per non gravare troppo sui tempi di produzione, cioè di scrittura) – al ritmo di uno ogni tre mesi, nel giro di cinque anni, facendo con dovizia una promozione a rotazione, riuscirebbe a crearsi una base di reddito stabile.

Volete delle cifre? Eccole: 500 euro a romanzo ogni tre mesi, con una base annua di un centinaio di euro per titolo. Il primo anno il guadagno si attesterà sui 2000 euro, più una base di 400 euro. Non molto, ma parliamo solo del primo anno. Questo tipo di guadagno, soprattutto la base di reddito, pur tenendo conto di una certa obsolescenza, è cumulativa. In cinque anni, proprio la base di reddito, potrebbe arrivare a 2400 euro l’anno, oltre il guadagno trimestrale per ogni nuovo lancio.

Sono cifre che fanno ridere, certo, ma se le si affianca a redditi derivanti da collaborazioni terziarie, e si unisce ai romanzi anche qualche racconto lungo (da vendere a 0,99 euro cadauno), si può sopravvivere. Soprattutto, si guadagna con la propria scrittura.

Personalmente ho visto autori pubblicare tre romanzi e sei racconti lunghi in un anno. Se ci pensate bene, facendolo per lavoro, e senza pretese di alta letteratura, sono traguardi raggiungibili. In fondo, quello dello scrittore, è un mestiere artigianale al pari di tanti altri, no?

… o forse non siete d’accordo?

La morale

Non esiste una morale, è solo questione di gusti e di obbiettivi. Personalmente un lavoro ce l’ho e con esso guadagno ben di più di un qualsiasi autore indie, anche di talento. Per me scrivere e pubblicare non significa fare del mestiere, significa avverare un sogno o, se preferite, perseguire un impulso.

E voi, che tipo di scrittori siete: mestieranti o sognatori?

60 Comments on “Self-publishing compulsivo

  1. Mestierante e sognatrice, direi. Poi si vedrà da quale parte pende la bilancia. 😉 Di sicuro non mi metterei a scrivere a ritmi da operaio al tornio per guadagnare qualche centinaio di euro. Un minimo di proporzione ci vuole!

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    • È possibile che con l’esperienza e la pratica, soprattutto facendosi conoscere e coltivando una propria nicchia di lettori, si possa guadagnare anche di più rispetto alle stime che ho citato. Il punto però è proprio questo: che tipo di scrittore sei? O meglio, come intendi la scrittura? Se la intendi come forma d’arte è un conto, se la intendi come mestiere di tipo artigianale è un altro… 🙂
      Tu ormai viaggi spedita! 😉

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  2. “Non esiste una morale, è solo questione di gusti e di obbiettivi. Personalmente un lavoro ce l’ho e con esso guadagno ben di più di un qualsiasi autore indie, anche di talento. Per me scrivere e pubblicare non significa fare del mestiere, significa avverare un sogno o, se preferite, perseguire un impulso.”

    Come si dice in gergo internettiano, “ti quoto”. La mia situazione è la medesima. Ora come ora il mio obiettivo è terminare il mio romanzo (è in una fase di stallo perché sto facendo una strage di personaggi, peggio dell’ebola e sto riprogettando alcune parti) facendo un ottimo lavoro. Dopo di che penserò alla pubblicazione. Non escludo a priori il self, ma non lo considero una soluzione definitiva. In poche parole, non mollo: dopo questa opera ne scriverò un’altra, e poi un’altra ancora… sperando di non finire però come Jennifer Egan. Certo, anche io vorrei vincere il Pulitzer (e “il tempo è un bastardo” è geniale!) però dopo questo successone hanno ripescato un’opera scritta nel 2001 che non è niente di che. Ogni autore ha bisogno della sua gavetta. E se ripubblicare romanzi editi di un decennio può portare un guadagno economico, può anche rovinare la reputazione di un autore vincente.

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    • Ahahaha, peggio dell’ebola, carina davvero! 🙂
      Sì, concordo. Io mi opporrei. Se giudicassi un’opera posteriore non all’altezza di quelle nuove, non permetterei che venisse ripubblicata. Poi, intendiamoci, nella vita reale bisogna anche scendere a compromessi. Ci sono i contratti e se ne hai firmato uno che dà la possibilità a una casa editrice di sfruttare i diritti del tuo primo manoscritto per vent’anni, poi è ovvio che nel momento del successo questa sfrutti una ripubblicazione…

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      • Il romanzo del 2001 non era malaccio. Era però una cosa completamente diversa. “Il tempo è un bastardo” ha una struttura a mio avviso geniale. è una serie di racconti fra loro collegati, che coprono un arco di tempo di quarant’anni. La modalità narrativa cambia. Uno di essi è interamente power point. L’altro invece era un romanzo tradizionale, nulla di eccezionale

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              • No, il libro è cartaceo. Ma siccome i racconti vogliono mostrare le varie modalità espressive, uno di loro è scritto in power point. O meglio: la ragazzina in questione usa il power point al posto del classico diario segreto. In poche parole, ci sono le slide disegnate sulla pagina e il racconto è organizzato come se fosse una presentazione aziendale 🙂

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      • Il problema è sempre quello: tutti scrivono ma nessuno legge, e sperare che quello sparuto manipolo di lettori italiani faccia anche molti acquisti on line è di per sé un sogno. Sono autopubnlicato da neanche un anno e ho già 15 titoli all’attivo: se non fossi stato spinto dalla passione cocente, se cioè l’avessi fatto solo per soldi, avrei già tirato i remi in barca 😛

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        • Caspita, hai scritto 15 romanzi in un anno? Ho capito bene? Come hai fatto? Ti prego, insegnami, non riesco a portarne a termine uno…! O.O
          Dopo un po’ mi passa l’impeto per la storia e passo ad altro… Se invece mi costringo a continuare la qualità cade sottoterra. 😛
          Eppure conosco un sacco di gente che legge, e molto. Certo, non fa testo, eppure ce n’è. Sicuro che il problema non sia che si legge poco, quanto, piuttosto, che si produce troppo? Proprio quest’anno i dati ISTAT rilevavano una diminuzione dei lettori consistente, accompagnata però da un aumento di pubblicazioni attorno al 6%. Il 6%, mi spiego? Leggiamo di meno, ma pubblichiamo di più? Com’è che funziona?! o.O

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          • Se chiedi in giro, troverai un numero impressionante di italiani che hanno nel cassetto un libro o un manoscritto, ma quel numero è superiore ai lettori, da molto tempo. E non sempre i lettori acquistano “nuovo”: io sono un lettore forte eppure non compro un libro nuovo da non so quanto tempo, essendo un bancarellaro malato, quindi non rientro in alcuna classifica!
            Di romanzi corposi ne ho scritto solo uno, il resto sono racconti lunghi o saggi. Checché se ne dica, nel mio piccolo posso testimoniare che, in proporzione, vendono più 3 racconti da 1 euro che un romanzo da 3 euro, però è una statistica del tutto personale.
            Dal basso della mia esperienza, ti consiglio di non forzarti, perché hai ragione che poi la qualità scende: il romanzo è dentro di te, e quando arriverà te lo farà sapere! (Io ho un testo iniziato lo scorso ottobre che non riesco a completare, ma più insisto più viene male, tanto vale aspettare)
            Ovvio che se tu avessi un contratto da rispettare dovresti sforzarti a rischio di peggiorare le cose, ma il bello del self publishing è che non hai scadenze se non quelle che ti dai tu 😉

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            • E questa è anche un’arma a doppio taglio, dico bene? 😉
              Sì, immaginavo che i racconti da un euro vendessero più dei romanzi da tre euro. Meglio ancora, però, se metti il romanzo a distribuzione gratuita… Sai quante copie ne vendi?! Andrà a ruba! 😛
              Magari è funzionale per salire in classifica…
              Rispetto ai miei pronostici la tua media è più bassa di quanto, se puoi dirlo? Giusto per avere dei dati reali e non campati in aria.

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              • Ho diversi libri digitali liberamente scaricabili che non vengono scaricati: dicono che il “gratis” non attira perché pensano sia roba scadente, in realtà temo semplicemente che non interessino i miei argomenti 😀
                Non ho i dati sottomano, ma negli 8 mesi di vita editoriale a pagamento ho venduto una media di 20 libri al mese, equilibrando il calo di interesse con l’inserimento di nuovi titoli. L’unico mio “bestseller” è “La notte dei risorti viventi”, con una quarantina di copie vendute in 7 mesi: per fortuna sono un autore selfish, cioè faccio tutto da solo a costo zero, se no mi sarebbe impossibile rientrare di un qualsiasi investimento…

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                • Grazie! Sono dati utilissimi. Però, come dici, è il tuo primo anno. Magari fra cinque ti sei fatto una cerchia di lettori affezionati e vendi di più… C’è del buono, credo, in questo. In fondo l’editoria tradizionale non opera poi in modo molto diverso. Tutto sta nel farsi conoscere e nel crearsi un seguito. Solo che con il self i tempi sono più frenetici e le vendite, al meno per il momento, più esigue.

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            • Concordo: il libro ce lo portiamo dentro ed è lui stesso che decide quando venire fuori. Niente forzature, niente doveri. Sentire dentro la voce della musa è un conto, cercarla in ogni dove porta solo a risultati posticci, cioè scadenti.

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  3. “Self Publishing compulsivo”: sono curiosa, non mi è chiaro perché lo definisci così.

    In ogni caso: condivido assolutamente la “non morale” ma trovo il ragionamento sulle previsioni di guadagno un po’ azzardato. Ogni libro (autopubblicato o meno) è un caso a sé, soprattutto se – come tu stesso specifichi – non si hanno dati alla mano.

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    • Sì, è assolutamente un ragionamento sopra le righe, giusto per avere dei dati su cui discutere. Dati, però, che a orecchio non mi sembrano lontani dalla realtà. Poi c’è chi come Lucio (poco sopra) li trova eccessivi, e chi strettini… Diciamo che fanno media. 😛
      Poi ogni autore indie, prima o poi, si lascia sfuggire i propri dati di vendita, basta avere la pazienza di seguirli per un po’… 😉 Quasi tutti sono pessimisti. Pochissimi, a fasi alterne, ottimisti o soddisfatti. Poi, come dici bene tu, ogni caso è a sé. Però, qui, siamo costretti per forza a generalizzare, almeno un pochino.
      L’ho definito “compulsivo” perché per guadagnare “bene” bisognerebbe pubblicare ad un ritmo, appunto, ossessivo. 🙂

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      • Ah ok adesso è chiaro. Anche su questo sono d’accordo con te. Magari non proprio a ritmo compulsivo ma chi vuole fare lo scrittore, a prescindere non si può fermare al primo libro (e nemmeno al secondo).

        Sui numeri, ok. Te la do per buona 😛

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  4. Che intendi con “recuperare il manoscritto e riproporlo”?
    Comunque l’autore ha una sua vetrina, nel blog ma anche su Amazon e altrove, quindi può continuare a vendere.
    La scrittura è un lavoro artigianale, certo, pienamente d’accordo.
    Il discorso che fai tu lo avevo già fatto dentro di me qualche settimana fa, immaginando di creare degli ebook su temi di mia competenza, più opere in narrativa.
    Quello che voglio evitare è di pubblicare ebook di bassa qualità. Quindi per ora sono scrittore sognatore, visto che il mio romanzo in self è fermo da settimane. Ma non voglio accelerare i tempi, preferisco agire con calma e pubblicare quando sarò sicuro e quando l’editor che leggerà la mia storia mi dirà “ok, è pubblicabile, lavoriamoci”.

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    • Intendevo semplicemente dire che scrivere è faticoso e, a quanto dicono, la vita di un ebook auto-pubblicato è molto breve (cioè che nel giro di sei mesi non ne vendi più neanche una copia), quindi è normale a un certo punto pensare di rilanciare, cioè riproporre come “semi-nuovo”, un lavoro già pubblicato magari due anni prima. Il fondamento del self-publishing compulsivo è quello di inserire continuamente manoscritti, al fine di proporre continue novità ai lettori e avere un flusso di vendite costante. Si lavora sulla quantità, insomma.
      Davvero ti senti uno scrittore artigiano? Qui non sto parlando di mestiere intendendo la tecnica di scrittura, ma nel senso di guadagnare vendendo venti copie di un libro, quaranta di un racconto, una commissione su un articolo per un magazine, ecc. Il lavoro dello scrittore lo vedi così? Ti facevo più idealista. 😛
      Per me, scrivere, è una cosa tipo un libro ogni cinque o dieci anni, ma valido. Davvero valido. Certo, a parole son bravi tutti. 😉

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        • Certo che l’ho letto, leggo sempre fino in fondo. Però ho letto anche quello che hai scritto prima. Sei artigiano, l’hai detto. Confessa! 🙂
          Anch’io non voglio accelerare i tempi, anche se… a volte ho l’impressione di perdere troppo tempo, concludendo troppo poco. Hai mai questa impressione?

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          • Ah, era riferito a prima 🙂
            Sì, cercavo un modo per guadagnare, tutto qui, ma con opere di qualità comunque.
            Ho la stessa impressione, certo, ma io inconcludente di natura, fin da bambino.

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  5. Non so se i tuoi calcoli siano giusti, non avendo esperienza diretta di self. Però sono giunta alla conclusione – facendomi i conti – che da un punto di vista puramente economico in certi casi autoprodursi è molto più conveniente, rispetto a una pubblicazione tradizionale. A meno che non si tratti di una casa editrice di un certo livello.
    Certo, per un guadagno accettabile bisognerebbe comunque essere autori prolifici e rapidi, e io non lo sono.

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    • No, i miei calcoli sono abbozzati. Diciamo che sono stime tratte qui e là. Ma non è questo il punto. Il punto è quello che hai appena affermato tu: “per un guadagno accettabile bisognerebbe comunque essere autori prolifici e rapidi”. Ma non solo. Si può anche essere prolifici e rapidi di natura, ma non voler scrivere comunque in quel modo lì. Io non sono sicuramente “rapido”, ma non vorrei neanche esserlo.

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  6. I dati sul guadagno sono tali solo se hai fatto tutto in proprio, copertina, editing, etc. etc, in caso contrario dovrai pagare i professionisti di cui ti sei avvalso.
    Anche alla luce di questi dati non vedo perché dovrei ammazzarmi di lavoro per scrivere male libri che non mi permetterebbero comunque di mantenermi (e dovermi anche occupare di aspetti tecnici che sono lontanissimi dalla mia sensibilità).
    Meglio scrivere meno, meglio, pubblicare meno (magari con un buon editore). In ogni caso non riuscirò a mantenermi con la scrittura.

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    • Vedi che la pensiamo allo stesso modo? Io, forse, sono ancora più estremista. Nel senso che pubblicherei anche un solo libro, se questo, però, si rivelasse essere, ad esempio, un nuovo Giovane Holden… 😛

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  7. Buon Salvatore, come andiamo?
    Come ben sai al solito non sono d’accordo con la tua disamina. Ovvero, un qualcosa c’è di esatto, ma secondo me non c’entri il punto del self publishing e delle enormi potenzialità che possono scaturirne.
    Ma non voglio fare il solito bastian contrario, stavolta passo, ché tanto poi finisco per parlare al vento e a me cambia poco se gli altri miei aspiranti colleghi restano prigionieri di preconcetti.
    P.s. guarda che hai saltato la pubblicazione del lunedì. Sono un lettore attento io… 😉

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    • Attento, ma non troppo, perché la pubblicazione del lunedì c’è stata. Solo che non ti è arrivata via mail per problemi tecnici di wordpress… 😉
      Invece mi faceva piacere leggerti, come sempre. Le potenzialità del self le conosco bene e le apprezzo molto. In questo post mi sono voluto solo soffermare su un atteggiamento che ho voluto definire “compulsivo”. Diciamo che è una variante ai soliti discorsi sul self di cui il web è pieno. 😉

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    • Caspita la notifica non è arrivata. Che figura del piffero che ho fatto. Vado a leggere.

      Sai qual è il problema del self publishing in Italia? Siamo molto chiusi e arretrati a livello mentale. E parlo soprattutto degli scrittori. Tu riesci ad avere una certa apertura perché da quanto ho compreso pratichi commercio o qualcosa del genere.

      Io posso dirti che mi pongo su basi molto aperte, perché la mia storia personale mi spinge a esserlo. Sono nato in una famiglia di commercianti, sono cresciuto dentro un negozio, per un certo buon numero di anni sono stato titolare del mio. Poi mi sono rotto le scatole della vita da commerciante e ho ceduto l’attività. Mentre tutti mi davano per matto con quei soldi ho campato la famiglia per due anni, cercando di sviluppare un nuovo tipo di lavoro che avevo in mente. Così ho creato un business online e sostanzialmente sono diventato un piccolo imprenditore. Vivo guadagnando con siti e blog. Roba che quando leggo i guru del settore che dicono che con un blog non si può guadagnare mi viene da ridere di quanto sono guru.
      Diciamo che me ne intendo di economia, commercio, internet, webmarketing e dalle mie competenze posso affermare che il self publishing è una opportunità straordinaria.

      Certo, tutte le mie competenze sono un errore perché io a 20 anni volevo fare lo scrittore e mi sono ritrovato a fare altro. Ma adesso, sono molto cosciente che quell’altro che ho imparato posso portarlo all’incasso del mio sogno.

      Ora, dico che è complicato, scrivere un romanzo d’esordio e aver successo è come imbracciare un fucile per la prima volta e centrare al primo colpo una pallina da ping pong a cento metri di distanza.
      È difficile, ma sappiamo bene che le statistiche sul singolo caso valgono zero.

      Io ci provo. La discriminante nel mio caso non è se il self publishing funziona o meno, ma il romanzo. Se è qualcosa di coinvolgente come penso io o alla fin fine è solo una patacca. Francamente non so giudicare, ma ci penseranno i lettori a questo. I numeri per vivere di scrittura sono relativamente bassi. Dalle cinque alle diecimila copie l’anno. Sembrano tanti, ma il self publishing può portare il tuo romanzo tradotto anche in altre lingue. Inglese, francese, tedesco, spagnolo. Strategie di marketing attente. Pubblicazione cadenzate, non ogni tre mesi, ma ogni anno. Etc Etc…

      Occorre uscire dal proprio orticello mentale e pensare a livello imprenditoriale. Capisco che possa essere un limite per molti, ma il mondo cambia e con esso gli strumenti a disposizione per adeguarsi.

      Un’ultima cosa sul self publishing, per capire quanto siamo arretrati al livello concettuale. Negli Stati Uniti, nei blog di settore, paragonano l’autopubblicazione a delle rendite. Scusami se posto il link ma può essere utile http://blog.smashwords.com/2015/02/the-ebook-as-annuity.html. Che dire, a ciascuno il suo gioco.

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      • Anch’io credo che il self-publishing possa essere una grande opportunità, non in Italia forse e non in questo momento. In America senz’altro, forse anche in alcune aree europee, ma qui da noi l’opportunità migliore che il self offre è quella di sfruttarlo per farti conoscere dalle CE e quindi andare incontro a una pubblicazione tradizionale con maggiore facilità.

        Soprattutto mancano lettori disposti a spendere soldi per acquistare libri digitali di esordienti, tutto qui. Non ho cifre alla mano, e me ne dispiaccio, ma ho sentito dire che per arrivare in alto in classifica su Amazon bastano una manciata di vendite…

        Che poi il web rappresenti un’immensa risorsa per chi lo sa sfruttare, non c’è davvero nulla da obbiettare e un giorno lo sarà ancor di più per i libri digitali. Nell’editoria il self è stata una grandissima rivoluzione, ma il limite, secondo me, non viene dagli scrittori, che più o meno sono sempre pronti a sfruttare qualsiasi opportunità, consapevolmente o meno, ma dai lettori. I lettori tradizionali, proprio quelli dei gruppi di facebook che frequento e che sono accaniti, non vanno mai ad acquistare su Amazon, men che meno gli esordienti. Purtroppo. Per ora…

        Adesso vado a guardarmi il link. 🙂

        P.S. io sto sempre aspettando un tuo guest post… 😛

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      • Ciò che dici è vero sul self publishing italiano, ma in realtà da noi per sbloccare il mercato occorre soltanto che si imponga un primo best seller. In Gran Bretagna ha avuto un effetto dirompente la pubblicazione Self di 50 sfumature o negli Stati Uniti la saga del Silos di Hugh Howey. Qui di da noi si arranca. A dire il vero in Italia non è che ci sia traccia di best seller nemmeno nell’editoria tradizionale. Diciamo che gli scrittori italiani latitano un po’ dappertutto. Sul best seller in self io mi cullavo di te, che magari col tuo romanzo facevi l’apripista e mi agevolavi la strada, invece mi costringi a far tutto da solo. 😉 Dai scherzo, ma mica tanto.

        Anche il discorso che molti lettori sono scettici ad acquistare libri autopubblicati è vero, ma questo anziché essere un problema è una grande opportunità. Il perché non si può spiegare.
        Riguardo all’opportunità self di farsi notare per pubblicare con un editore. Io anche su questo non sono convinto. L’opportunità esiste sul serio. Ma ho da ridire sugli scrittori che bramano per pubblicare con un editore, che sia piccolo, medio o nello scantinato. Nel 90% dei casi pubblicare con un editore è la più grossa fesseria che un autore possa fare.

        E infine, fiu fiu fiu, sul guest, è vero te lo avevo promesso. Lo avevo abbozzato, ma poi mi è scemata la voglia. Non avendo motivi per farmi notare, non ho ego da soddisfare, blog da promuovere, o lettori da captare… poche motivazioni e una vita incasinata da far quadrare. Ma te l’ho promesso, e ogni promessa è un debito per me.

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        • E questa mi pare un’ottima motivazione! 😉
          Io ho preso seriamente in considerazione l’idea di pubblicare in self, solo che bisognerebbe indagare un attimo su quello che è il genere che ha maggiori opportunità di farsi notare. Un romanzo sentimentale ha delle reali chance di essere venduto bene in self?

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        • Il self trova il massimo delle sue possibilità sui generi. Per ciò che vedo nel mercato Usa, i primi due pilastri dell’autopubblicazione sono Il sentimentale e la fantascienza. A seguire il fantasy in tutte le sue varianti, dal classico all’urban e i gialli. O per meglio dire, lì si concepisce più il thriller.

          In Italia in questo momento il genere che tira di più è il sentimentale. Trovare dati di vendita è impossibile. Ma spesso sono indicative le classifiche Narcissus sugli ebook che mensilmente si aggiudicano i premi messi a disposizione da loro.

          Il Mainstream è il più difficile da imporre in quanto la platea dei lettori, anche se più ampia, è più esigente. E io tanto per non sbagliare ho scelto il mainstream. Ma la mia è un’esigenza dell’anima.

          Non so se hai letto l’articolo di cui ti avevo messo il link. Te ne metto un altro tanto per cogliere la dimensione Usa del self. http://www.kdpcalculator.com/ Questo sito calcola quanti ebook sono vendibili al giorno a seconda della posizione in classica su amazon punto com. Chiaramente sono stime, Amazon non rilascia i veri dati di vendita. Non so quanto sia affidabile, ma il link l’ho trovato su blog di autori Indie affidabili e che vendono parecchio. Prova a vedere quanti ebook al giorno vale la prima posizione in classica. 😉
          Il sito a volte è down, ma durante il giorno poi riparte.

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          • È down proprio in questo momento… che sfiga! Ad ogni modo, con sentimentale intendi “rosa”, oppure c’è margine per le varianti? Perché mi pare di aver capito che on line vanno molto le cose “nette”, bianche o nere, cioè facili da identificare all’interno di un genere già ben conosciuto. Non c’è molto spazio per sperimentare, né per l’originalità… Forse, però, è solo una mia impressione. Un sentimentale che ha come protagonista un uomo, anziché una donna, già esce dai binari.

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          • Per sentimentale si intende un ampio ventaglio di generi. Protagonista un uomo? Perché no. Sperimentazione e originalità bisogna comprendere cosa si intende. Se ci si riferisce a linguaggi sofisticati o storie strampalate, certo non ci siamo. Ma se si cercano nuove strade per delineare le storie, nuove soluzioni per superare i cliché ben vengano. La cosa importante è distinguersi. Creare storie che saltino subito agli occhi. Intense, coinvolgenti, esemplari.

            Riguardo al link è ancora down. Su molti blog sono riportati i dati per fasce. Questo è uno: http://www.theresaragan.com/salesrankingchart.html

            Ad esempio si evince che la prima posizione nel kindle store Usa vale almeno 3.000 ebook al giorno. Non bisogna fraintendere però. Non è la prima posizione che ti fa vendere 3 mila ebook, ma chi vende quella quantità raggiunge la prima posizione o giù di lì. Resta il fatto dell’enorme potenza del mercato Usa degli ebook, e si parla solo di Amazon.

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  8. Ho idea che tu lavori nel mondo dei calcoli e delle statistiche; proponi entrambi spesso! Io ho autopubblicato, rilanciando il mio romanzo che aveva chiuso il suo ciclo cartaceo con la fine dei rapporti con la Casa Editrice. Non mi sono pentita di averlo fatto, mi è sembrata una bella occasione, ma ovviamente parlo di soddisfazioni personali nel vedere ancora in circolo un’opera della quale vado molto fiera, perché sul versante guadagno…sono ben lontana dal fare diventare l’esperienza del self publishing una fonte di reddito (ma quando mai!).
    Continuo a sognare scrivendo, o forse scrivo continuando a sognare!

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    • L’interesse per la statistica è solo, appunto, un interesse. Io sono un venditore, vendo ghiaccio agli eschimesi e sogni ai sognatori. 🙂
      Scrivere continuando a sognare è la cosa più bella che si possa fare, poi quello che verrà, verrà!

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  9. Sognatrice DOC, mai e poi mai riuscirei a sfornare storie per dovere, già faccio fatica a farlo per piacere, figurati! Interessante la testimonianza di Etruscus, fa piacere sentire opinioni ed esperienze diverse.

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  10. Ciao da quanto tempo :P,
    io sicuramente sono una giovane scrittrice sognatrice. Vorrei pubblicare un libro e essere letta. Son fin troppo razionale per credere nel sogno di riuscire a vivere di scrittura. L’investimento sarebbe sempre maggiore dell’entrata. Questo è un mondo spietato e non credo di esserlo a mia volta.

    Un abbraccio

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      • Sognatrice a giorni alterni. Nel senso che ci sono giorni in cui la mia autostima non vacilla affatto e penso che un giorno potreri vivere di sola scrittura! Un sogno e altri che invece, razionalizzo e penso che siamo talmente tanti a scrivere, come potreri io emergere? e poi guardo i fumettisti che ce la fanno. Loro fanno solo quello, disegnano e lottano tutto il giorno e io invece, lavoro e posso dedicare solo poche ore al giorno, quando sto bene…
        Come potreri farcela?

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  11. Questo tuo articolo capita a fagiolo, sai? Dopo otto anni passati a spedire i miei romanzi praticamente a più della metà delle case editrici presenti in Italia, una mancata pubblicazione e due anni d’inattività proprio a causa dei problemi che una di queste editrici mi ha causato a livello di stress emotivo, ora sto pensando di ripartire dal self publishing. Il punto è che sono inesperta, e non ho voglia di prendere di nuovo fregature. E in più … Non mi va di lanciare in pasto al web i miei romanzi senza uno straccio di editing, e per farlo da sé ci vuole tempo, attenzione e fatica. Ci sto pensando, ancora non so decidermi ma ci sto pensando. Perché ormai il mondo dell’editoria è un casino immane, ed io ho perso la fiducia in tutta questa marmaglia. Perciò se dovessi ripartire, probabilmente lo farei dal self; in fondo “chi fa da se fa per tre.”

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    • Ciao Sara, benvenuta nel mio blog. Il self indubbiamente rappresenta una grande opportunità, una potenzialità per chi ha talento e qualcosa da dire. Certo, nella vita un po’ di fortuna ci vuole sempre, ma con l’auto-pubblicazione si può incentivare questo aspetto. Quantomeno ci si mette in mostra. Però bisogna saperlo fare, altrimenti, come dici tu, si finisce in pasto al web. Se hai voglia, lunedì prossimo (il 23 marzo) pubblicherò un’intervista fatta a un addetto ai lavori. Potresti scoprire qualcosa di più su questo mondo. 🙂

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  12. Pingback: Vivere di sola scrittura: il segreto del successo | Salvatore Anfuso

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