Agente letterario davanti a un manoscritto con la scritta “Romanzo ambizioso”

Cosa fanno (davvero) gli agenti letterari in Italia

Illustrazione realizzata con l'IA


Basato sulla mia esperienza diretta

Alcune giornate nascono con una domanda.
Mentre guidavo per andare a correre al parco, come faccio da anni in pausa pranzo, sotto il cielo plumbeo di Torino il mondo mi è sembrato improvvisamente più denso. Mi è parso di vedere per la prima volta cose a cui normalmente non do importanza. E tutto questo mi ha spinto a pormi la seguente domanda: vediamo davvero ciò che stiamo guardando o ci limitiamo pigramente a osservare la realtà mentre ci scorre davanti? Siamo tutti presi dai nostri microcosmi quotidiani per poterci davvero interessare alle vite degli altri. Non è una colpa; è una constatazione. Ora, può non sembrare, ma tutto questo ha molto a che fare con l’argomento del post di oggi, ovvero: che lavoro fanno DAVVERO le agenzie letterarie in Italia? Procediamo.

Per molto tempo ho immaginato le agenzie letterarie come una specie di dogana intelligente posta al confine tra il manoscritto e la sua pubblicazione. Tu arrivi con la tua valigia piena di speranze, ambizioni, personaggi che ti parlano nella testa e frasi che citi da solo sotto la doccia e loro, gli agenti letterari, in cambio ci rovistano dentro, controllano se stai cercando di contrabbandare banalità, idee fruste o un eccesso di aggettivi superlativi, e alla fine decidono se lasciarti passare. Una visione abbastanza romantica – me ne rendo conto – ma funzionale al sistema. Gli autori talentuosi non possono che trarne beneficio, perché il loro talento verrà INDUBBIAMENTE riconosciuto. Va bene anche alle agenzie, che quando scoprono finalmente un autore bestseller stappano lo champagne. E va bene pure agli editori che, in fondo, non aspettano altro che una telefonata di questo tipo: «Genio! Genio assoluto! Ce lo abbiamo, lo abbiamo trovato!» Va da sé che questo scenario non si concretizza (quasi) mai. Nell’immaginario dell’aspirante scrittore, quindi, l’agente letterario è quella figura mitologica che riesce a scovare ciò che gli editori, sepolti sotto montagne di proposte, non hanno più il tempo o la volontà o la capacità di vedere. Ma datemi retta: la figura dell’agente brizzolato che nottetempo, nella penombra caliginosa del suo ufficio, pesca dal mucchio degli scarti il romanzo bello ma strano, che nessun editore si sognerebbe mai di pubblicare senza il suo provvidenziale intervento: semplicemente non esiste. Servirebbe, certo. Sarebbe bello se ci fosse, sicuro. MA NON ESISTE. E quindi, che cosa fanno davvero gli agenti letterari?

Negli ultimi mesi tre agenzie hanno letto Ulpia – che, per carità, non fanno una statistica – spingendomi a scrivere questo articolo. Due tramite il pagamento di una scheda di valutazione e una gratis, ovvero senza contributo e senza scheda; solo un sì/no. Non farò i loro nomi, ma la composizione è questa: una big, una piccola e una, quella gratuita, un ibrido tra le due, che vende anche servizi editoriali. La cosa interessante, però, è che tutte e tre, pur partendo da sensibilità e posizioni differenti, sono giunte a conclusioni incredibilmente simili su Ulpia:

la prima

«Il romanzo rivela le doti di scrittura dell’autore, con un linguaggio scorrevole e dal lessico sorvegliato, un buon ritmo e dialoghi efficaci e credibili. L’autore inoltre mostra di avere la capacità di evocare in modo suggestivo i diversi luoghi attraversati dai personaggi, con pennellate descrittive scelte con cura, dettagli e annotazioni sensoriali, che riescono a calare il lettore negli spazi della storia.»

la seconda

«Pur trattandosi di una vicenda di fantasia, animata da personaggi immaginari e ammantata di tratti fantascientifici, la storia è radicata in un contesto storico preciso, la Roma imperiale del III secolo d.C. Una grande attenzione è dedicata alla ricostruzione delle ambientazioni, con lunghe e dettagliate descrizioni dei luoghi, degli ambienti, delle usanze e della cultura dell’epoca.»

la terza

«Ulpia è un romanzo storico ambientato nella Roma di Cesare con un innesto fantascientifico, il viaggio nel tempo, e un respiro da saga. La scrittura è solida, l’ambientazione curata, la ricerca evidente. […] il progetto si colloca su un terreno di genere e di serialità che, per un esordio in più volumi, resta lontano dalle linee della grande editoria con cui noi lavoriamo.»

Non posso riportare per intero (e, in realtà, neanche parzialmente, ndr) le schede di valutazione, perché le agenzie fanno firmare una clausola di non divulgazione e comunque non ne avrei la titolarità, ma sostanzialmente tutte e tre dicono la stessa cosa: la scrittura è solida, l’ambientazione curata, la ricerca si vede, i personaggi funzionano e bla bla; tuttavia, a loro dire, pare che il romanzo sia difficile da collocare. Perché? È legittimo chiederselo. E infatti l’ho chiesto: perché è il primo volume di una trilogia; perché l’autore è un esordiente; perché il romanzo è ambizioso, che nel gergo editoriale mi pare di capire significhi che non venderà mai un picco di niente. L’agenzia “ibrido”, che delle tre non avrebbe nemmeno dovuto fare una scheda di valutazione, volendo comunque spiegare le proprie ragioni e dovendo risultare molto stringata, ha finito per sintetizzare il problema nel modo più onesto possibile (è la terza). Tutto questo ovviamente è a monte di ciò che è successo dopo, come sapete, perché poi Ulpia un editore l’ha trovato, o meglio, l’editore ha trovato Ulpia. Ma ne riparleremo, promesso!

l’editore

«[…] veniamo ai complimenti, seppur già fatti la prima volta che ci siamo parlati. Il romanzo possiede molta immaginazione, una notevole competenza storica e un mondo narrativo davvero ricco. Roma è viva: se ne sente il profumo o il puzzo, le grida per le strade, gli scorci, gli edifici, i personaggi. Le linee narrative si intrecciano alla perfezione: si vede il lavoro certosino che c’è dietro. I personaggi principali sono tutti memorabili, in particolare Ulpia è costruita egregiamente, ma tutti fanno la loro figura, sia i “buoni” sia i “cattivi”.»

Questo, naturalmente, dopo avermi indicato i consigli di editing.

L’impressione molto netta che ho ricavato dalla mia esperienza diretta su come lavorano gli agenti letterari in Italia, o per lo meno gli agenti in cui mi sono imbattuto io, non è quella di valutare il manoscritto per ciò che è, ma di limitarsi a verificare se rientra nelle forme prestabilite che gli sono state fornite dalle case editrici con cui collaborano. Come le formine con cui giocavamo da bambini, ricordate? La sfera, il cubo, la stellina… Invece di valutare il valore intrinseco dell’oggetto-libro che hanno davanti, si limitano a verificare se rientra negli standard di genere. Sono dei misuratori, non degli agenti. Questo perché: il modello di business influenza il comportamento. Sembra una frase da consulente aziendale, ma purtroppo se il tuo guadagno deriva dal riuscire a collocare libri presso gli editori, tenderai naturalmente a privilegiare quei libri che pensi di poter piazzare in meno tempo. Non quelli migliori in assoluto. Non quelli più audaci. Non quelli destinati a durare. Quelli (forse) più vendibili. Quelli che puoi prendere, impacchettare con una buona mail, spedire all’editor giusto e difendere al telefono senza dover passare mezz’ora a spiegare perché un esordiente abbia scritto un romanzo ucronico in salsa romana, postmoderno, corale, stratificato, con elementi fantascientifici, con una struttura a imbuto che lavora per accumulo, ricette romane che si alternano tra i capitoli e una protagonista tredicenne cresciuta in un lupanare. Capisco il problema. Davvero.

Ed è proprio qui che la faccenda diventa istruttiva. Le agenzie, almeno per come le ho viste funzionare io, non cercano il romanzo bello in senso astratto; cercano il romanzo che rientra in un canone operativo. Non un canone letterario alla Harold Bloom: con Shakespeare seduto sul trono e tutti gli altri in ginocchio a chiedere udienza. Un canone molto più concreto, più pratico, più commerciale. Esistono forme che il mercato riconosce e forme che il mercato guarda con sospetto. Esistono lunghezze considerate accettabili, strutture considerate vendibili, generi considerati più o meno appetibili, protagonisti considerati più o meno spendibili, finali considerati più o meno rassicuranti, perfino ambizioni considerate più o meno letterarie. Perché, sì, anche la letteratura è un canone. E il punto sorprendente è che questo canone non riguarda la qualità della scrittura; riguarda la forma che la scrittura deve assumere per poter essere pubblicata come letteratura (ne riparleremo, ndr). La parte più interessante di tutta questa storia, almeno per me, è che questa convergenza di giudizi ha messo in luce soprattutto le qualità di Ulpia. Perché se tre diverse agenzie mi dicono che il problema non è la scrittura, non sono i personaggi, non è l’ambientazione, non è la ricerca, non è la tenuta generale del testo, ma è la collocabilità del progetto; allora forse la diagnosi va presa per quella che è: una valutazione di rischio commerciale. E la storia della letteratura dimostra che i problemi di collocabilità e i problemi di qualità non coincidono necessariamente.

Ora, per quanto mi riguarda ci sono due modi di reagire a questa situazione. Uno dei due è questo: «Oh mio dio, nessuno mi capisce! Il mondo è ingiusto. Sono tutti stupidi…». L’altro, è considerare che SE il principale problema che un romanzo incontra a colloquio con gli agenti non riguarda la scrittura ma la collocabilità, allora significa che le premesse sono decisamente migliori di quanto si sia portati a pensare. Forse il problema non è che il sistema editoriale non sappia leggere: legge benissimo quello che ritiene gli serva; il resto semplicemente smette di vederlo. E gli editori, a differenza degli agenti letterari, tendono a innamorarsi del progetto o della scrittura o di quel “tropo” che in qualche modo gli accende la speranza di poterne ricavare qualcosa di buono, per il presente o il futuro. Alla fine è pur sempre un investimento…

E voi, avete avuto esperienze con agenti letterari? Com’è andata?

1 Comments on “Cosa fanno (davvero) gli agenti letterari in Italia”

  1. Indirettamente, era già giunto alle stesse conclusioni. Aggiungo – ma potrei sbagliare – che non guasti veicolari i messaggini infantili che seguono la moda del momento e che rassicurano CE e lettori.

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