La fine dell’attenzione

Come smartphone e social stanno influenzando il nostro sistema nervoso
Da qualche anno si è diffusa la sensazione che qualcosa stia cambiando.
Molte persone lamentano una crescente difficoltà a concentrarsi, a leggere testi lunghi, a seguire ragionamenti complessi o a mantenere l’attenzione per periodi di tempo prolungati. La spiegazione più immediata è anche la più pessimistica: ci staremmo progressivamente rincitrullendo. La ricerca, tuttavia, suggerisce una conclusione diversa: non stiamo diventando meno intelligenti; stiamo addestrando il nostro cervello a svolgere compiti diversi da quelli che per secoli hanno caratterizzato il nostro rapporto con la lettura. Il cervello è un organo straordinariamente adattabile. Rafforza le capacità che utilizziamo con maggiore frequenza e riduce l’efficienza di quelle che esercitiamo sempre meno. In altre parole, diventa bravo in ciò che gli chiediamo di fare ogni giorno e meno in tutto il resto.
Il problema non è la tecnologia. Non è internet. Non è nemmeno l’oggetto cellulare in sé. Lo smartphone è probabilmente il più potente strumento di accesso alla conoscenza che l’umanità abbia mai posseduto. In pochi secondi possiamo consultare opere che un tempo avrebbero richiesto viaggi, biblioteche specializzate e anni di ricerca. Possiamo leggere Omero, Euripide, Menandro o Seneca mentre aspettiamo un autobus o in coda alle poste. Possiamo accedere a una quantità di informazioni che avrebbe fatto impallidire qualsiasi studioso dell’antichità. Il problema non è dunque lo strumento, ma il nostro rapporto con esso. Ovvero: il modo in cui lo utilizziamo. Esiste un gesto che riassume perfettamente questa trasformazione: lo scroll. Lo scorrimento continuo del pollice sullo schermo. Un movimento apparentemente insignificante che ripetiamo centinaia, talvolta migliaia di volte al giorno.
Per comprendere la portata del fenomeno occorre riflettere sul significato implicito di quel gesto. Per millenni il rapporto con la lettura è stato fondato sull’approfondimento. Si leggeva una pagina, poi la successiva, poi quella dopo ancora. La comprensione richiedeva tempo, concentrazione e una certa dose di fatica. Lo scroll, invece, ci abitua al principio opposto. Quando un contenuto richiede uno sforzo eccessivo, passiamo al successivo. Quando una spiegazione è troppo lunga, passiamo oltre. Quando una riflessione richiede pazienza, cerchiamo qualcosa di più immediato. Il risultato è che il cervello si adatta a questo comportamento. Non perde la capacità di concentrarsi, ma smette di allenarla. È la stessa differenza che esiste tra un muscolo atrofizzato e un muscolo inesistente. Le capacità cognitive non scompaiono, semplicemente alcune si indeboliscono perché non vengono più esercitate. È per questo motivo che sempre più persone riferiscono di riuscire a guardare decine di video consecutivi senza difficoltà, ma di faticare a leggere cinque pagine di un libro.
A questo primo effetto se ne aggiunge un secondo, che riguarda il sistema nervoso. Le piattaforme digitali moderne sono progettate per mantenere elevato il nostro coinvolgimento attraverso una successione continua di stimoli. Nuovi video, nuovi commenti, nuove notifiche, nuovi contenuti. Ogni volta il cervello riceve una piccola ricompensa – DOPAMINA – che lo incoraggia a proseguire. Il meccanismo non è molto diverso da quello che rende coinvolgenti i giochi d’azzardo: non sappiamo quale contenuto apparirà dopo il prossimo movimento del pollice e proprio questa incertezza alimenta il desiderio di continuare. In questo modo il cervello impara a preferire gratificazioni frequenti e immediate rispetto a gratificazioni lente e differite. Leggere un romanzo richiede ore prima di offrire una ricompensa significativa. Scorrere contenuti ne offre centinaia, forse migliaia, nello stesso intervallo di tempo. La conseguenza è che attività come la lettura, lo studio e la riflessione iniziano a sembrare più faticose di quanto siano realmente.
Le implicazioni di questo cambiamento vanno oltre la semplice perdita di concentrazione. Una mente abituata a ricevere stimoli continui sviluppa una crescente difficoltà a tollerare il silenzio, l’attesa e perfino la noia. Eppure proprio la noia ha sempre svolto una funzione importante. È nello spazio lasciato libero dagli stimoli che spesso emergono la riflessione, la creatività e l’introspezione. Oggi, invece, ogni momento vuoto viene immediatamente riempito. In coda al supermercato, in ascensore, sul treno, durante una pausa di pochi minuti. Non esistono più “tempi morti”. Ogni spazio viene colonizzato da nuovi contenuti. Forse è anche per questo che molte persone si sentono costantemente affaticate. Siamo abituati a pensare che il burnout sia una conseguenza esclusiva del lavoro. In realtà una parte della nostra stanchezza potrebbe derivare dall’esposizione continua agli stimoli. Non siamo soltanto sovraccarichi di impegni. Siamo sovraccarichi di informazioni, notifiche, immagini, messaggi, interruzioni e dopamina. Ne siamo drogati!
La buona notizia è che ciò che è stato addestrato una volta, può essere addestrato ancora. Se il cervello si è adattato allo scroll, può adattarsi nuovamente alla lettura. Se si è abituato alla frammentazione, può riscoprire la continuità. È qui che il romanzo torna a svolgere un ruolo fondamentale. Leggere significa esercitare deliberatamente l’attenzione. Significa scegliere di restare su una pagina quando il cervello vorrebbe passare alla successiva. Significa recuperare la capacità di seguire un pensiero dall’inizio alla fine senza interrompersi ogni pochi minuti. Per questo motivo credo che ognuno di noi dovrebbe dedicare ogni giorno un tempo sacro alla lettura (“sacro” significa letteralmente “dedicato a”, ndr). Un’ora è sufficiente. Un libro, una poltrona e lo smartphone lasciato in un’altra stanza. Silenziato. Non perché leggere sia un’attività moralmente superiore alle altre, ma perché rappresenta uno degli ultimi allenamenti capaci di contrastare il processo in corso di erosione delle nostre capacità cognitive. In un’epoca che ci insegna continuamente a “passare oltre”, “fermarsi” potrebbe essere uno degli atti più rivoluzionari che ci siano rimasti.
Ergo leggere Ulpia, quando uscirà in libreria a novembre, non potrà che rendervi più intelligenti!


La tua è un’ottima sintesi del fenomeno. Me ne ero occupato in passato, legato alla preparazione di esami universitari. I due elementi fondamentali erano che uno studente di oggi, ad esempio di Legge, incontra in qualche giorno di studio la mole di dati che un legista medioevale incontrava in tutta la vita, e che il nostro cervello (che dal punto di vista cognitivo è estremamente plastico) si è evoluto per decine di migliaia di anni per fare solo una cosa: imparare solo quello che è utile, scartando tutto il resto. Convincere il cervello che la mole di dati che dobbiamo studiare gli sia “utile” richiede una capacità di concentrazione molto elevata, che la lettura allena in maniera eccellente, come giustamente suggerisci.
Anche l’aspetto della dopamina è molto interessante, e volendo spostare il discorso sulla nostra passione (scrivere) ci fa capire come un thriller riesca a tenerci così attaccati alle pagine, arrivando a rinunciare al sonno pur di sapere “come va a finire”. Per recuperare queste capacità, hai ragione, è quindi utile tornare a leggere con assiduità, cominciando da romanzi stimolanti. Come il tuo, ad esempio! :-)
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ahahah Grazie Paolo.
Io stesso mi rendo conto di avere difficoltà ultimamente a concentrarmi nella lettura, e infatti da questa estate mi sono imposto un’ora, un’ora e mezza tutte le sere da dedicare alla lettura di narrativa. Questo sia per il piacere della lettura in sé, sia per vedere come scrivono altri scrittori, soprattutto italiani (tanto con gli stranieri o li leggi nella loro lingua o finisci per leggere i traduttori), sia per recuperare la capacità di concentrazione che avevo da ragazzo. Concentrazione che, chiariamolo, non è sparita: si è solo frammentata in una moltitudine di attività, notifiche, interruzioni, e via dicendo.
Mi interessa anche quello che dici nella prima parte del tuo ragionamento. Il quale può essere tranquillamente allargato anche ad altri aspetti della vita, ad esempio, lavorativa. Oggi, per guadagnare – come potere di acquisto – quello che guadagnavano i nostri genitori, i quali si sono potuti permettere facendo gli operai, come nel caso dei miei genitori, di comprare la prima casa e magari pure la seconda al mare o in montagna, noi dobbiamo lavorare il triplo. E nonostante questo, oggi, comprare una casa facendo il mutuo e tutto il resto, è molto molto difficile senza un grosso anticipo.
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Io sono entusiasta della quantità di informazioni che ho a disposizione sul cellulare al giorno d’oggi, l’importante è sapere cosa scartare e cosa è utile, e per fare questo devi costruirti una cultura robusta, che però non puoi fare sui social.
Riguardo la lettura, il mio dispiacere più grosso è la mancanza di tempo (io lo dico sempre, di questi tempi è la vera ricchezza) che riesco a dedicarle.
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In realtà, basterebbe utilizzare il cellulare, e le tecnologie connesse, per quello che è: un elettrodomestico. Se lo usassimo come usiamo il tostapane, il problema non si porrebbe.
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