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Vendere racconti a una rivista cartacea


Charles Bukowski, Erskine Caldwell, John Cheever, Junot Díaz, James T. Farrell, Joseph Heller, J. D. Salinger, Tennessee Williams, Richard Wright, Truman Capote, Norman Mailer: ciascuno di loro ha spinto i primi passi nel mondo dell’editoria pubblicando il primo racconto su Story, un magazine newyorkese fondato nel 1931 da Whit Burnett e la sua prima moglie, Martha Foley; naturalmente dietro compenso. Nomi leggendari della letteratura nord-americana, concorderete con me. Ad esempio uno dei primi romanzi che ho visto leggere a mia madre, quando da bambino cominciavo con fatica a tradurre le mie prime parole scritte e quindi i titoli dei libri che circolavano per casa, è stato I duri non ballano di Norman Mailer; lo ricordo come fosse oggi.

Quella sottile linea beige


Negli scantinati silenziosi e male illuminati in cui di norma si rifugiano gli oscuri figuri che prendono il nome di scrittori si sta combattendo una battaglia. Dura da anni, decenni forse, e ha fatto vittime illustri. Da un lato campeggiano i fautori di una scrittura autorale e ispirata; dall’altra serrano le fila i creatori di mondi, i tessitori di storie. Che siate schierati tra gli uni o gli altri, è bene che vi rendiate conto che il campo di battaglia si estende fino alla vostra scrivania.

La guerra ai cliché


«Quello attuale potrebbe essere il momento peggiore per fare lo sceneggiatore», dice Robert McKee, attore di teatro da giovane e adesso insegnante di “Struttura delle Storie” per giovani sceneggiatori in giro per il mondo (ma soprattutto tra Los Angeles e New York, Londra, Parigi, Roma, Tel Aviv, Singapore, San Paolo, eccetera); un’affermazione che non è vera solo per gli sceneggiatori, ma per tutti coloro che intendono intrattenere il loro pubblico raccontando ad essi delle storie. Che vi troviate in uno dei peggiori bar della Tiburtina o nel dietro le quinte di un palcoscenico a poche ore dalla prima o chini sul vostro portatile mentre cercate di escogitare qualcosa di nuovo per i vostri lettori, il problema resta sempre lo stesso: «Cosa potreste raccontare voi che loro non abbiano già visto [… o letto, n.d.r.]?»