La guerra ai cliché

robert-mckee

Come difendersi da storie usa e getta

«Quello attuale potrebbe essere il momento peggiore per fare lo sceneggiatore», dice Robert McKee, attore di teatro da giovane e adesso insegnante di “Struttura delle Storie” per giovani sceneggiatori in giro per il mondo (ma soprattutto tra Los Angeles e New York, Londra, Parigi, Roma, Tel Aviv, Singapore, San Paolo, eccetera); un’affermazione che non è vera solo per gli sceneggiatori, ma per tutti coloro che intendono intrattenere il loro pubblico raccontando ad essi delle storie. Che vi troviate in uno dei peggiori bar della Tiburtina o nel dietro le quinte di un palcoscenico a poche ore dalla prima o chini sul vostro portatile mentre cercate di escogitare qualcosa di nuovo per i vostri lettori, il problema resta sempre lo stesso: «Cosa potreste raccontare voi che loro non abbiano già visto [… o letto, n.d.r.]?»

Dire che il pubblico di oggi sia saturo di storie è come affermare che i polli non volano. Il pubblico dei nostri nonni poteva dedicare solo poche ore alla settimana all’intrattenimento, e tra queste ancora meno alle storie. Oggi noi siamo costantemente immersi nelle storie; perfino attraverso un semplice telegiornale ci vengo raccontate delle frottole[1]. Non riusciamo più a distinguerle dalla realtà oggettiva. Per dirla alla Baricco: le storie sono la nostra realtà (lui non l’ha mai detto, ma sono abbastanza sicuro che l’abbia almeno pensato). Sorge quindi un piccolo, ma non trascurabile problema: i cliché.

«I cliché sono alla base dell’insoddisfazione del pubblico e sono come una peste diffusa dall’ignoranza che ormai infetta tutti i mezzi narrativi».[2]

E che dire di un finale scontato? Alcuni di noi possono tranquillamente pronosticare in modo piuttosto attendibile il finale di una storia già a metà del libro o del film. Diciamocelo, non c’è niente di più irritante di una storia trita e ritrita o di un personaggio che assomigli a mille altri prima di lui.

«Esso [gli artifici del romanzo popolare, n.d.r.] costituisce una combinatoria di luoghi topici articolati tra loro secondo una tradizione che ha dell’ancestrale […]. E giocherà su caratteri prefabbricati, tanto più accettabili e graditi quanto più noti […] come lo sono i personaggi delle favole».[3]

Per Umberto Eco la distinzione tra un romanzo popolare e un romanzo letterario[4] passa attraverso il meccanismo della consolazione. Per essere più precisi: un romanzo popolare si pone come obbiettivo, al termine della sua lunga traiettoria narrativa, quello di consolare il lettore; il romanzo letterario invece, nonostante arrivi a chiudere tutte le domande aperte all’inizio, non fornisce alcuna consolazione, ponendo di fatto il lettore davanti a un interrogativo che non ha risposte o, se ce le ha, deve trovarle lui e valgono solo per sé. Un esempio per tipo: I Miserabili, da un lato, Delitto e Castigo dall’altro. Cos’è un uomo buono?

Tuttavia, quando Umberto era ancora un giovane divoratore di libri, benché l’arte di raccontare storie fosse già molto antica e i cliché già una realtà di fatto, l’uomo dei suoi tempi non era assuefatto alle storie quanto lo siamo noi. Per Eco un buon romanzo, anche e soprattutto se popolare, sfrutta i cliché – che sono forme riconoscibili per il lettore e, quindi, a cui il lettore è affezionato – e li rielabora in una chiave originale, o semplicemente nuova. Oggi noi siamo ancora in grado di fare questo?

Come ogni trimestre anche questo febbraio mi è arrivato a casa Il Libraio, la rivista gratuita edita dal gruppo editoriale GeMS, che ha il solo scopo di pubblicizzare i libri di nuova uscita del gruppo stesso. Come ogni trimestre l’ho sfilata dal suo cellofan con una certa trepidazione – maledetta assuefazione alla schiavitù di possedere libri – e con una certa felice curiosità mi sono messo a sfogliarla, rigorosamente seduto sul cesso. Da troppi trimestri, però, non ricordo di aver più esclamato: «Fico, lo voglio!»; tanto che ormai sfogliarla è un brivido che dura giusto l’istante di constatare che il solito editoriale di Stefano Mauri a pagina uno non è la sola costante della produzione editoriale del gruppo. Ma come loro, tanti altri… La stessa cosa potrei dirla per il coming soon dei film in uscita: «Questo l’ho visto, questo è un remake, questo è noioso, questo non mi interessa…» Si badi: “l’ho visto” significa che, anche se non l’ho visto affatto e non intendo vederlo, mi ricorda un milione di altri film simili. Per forza poi ci si dà alle droghe… (leggère, mi raccomando).

Secondo Robert McKee il problema che sta alla base del problema (e mi scuserete la divertente ripetizione) è uno solo: «lo scrittore non conosce il mondo della sua storia».

«Gli sceneggiatori di questo tipo scelgono un’ambientazione e varano una sceneggiatura presupponendo una conoscenza – che non hanno – del proprio mondo narrativo. Quando si immergono nella propria mente alla ricerca di materiale, si trovano faccia a faccia col vuoto assoluto».[5]

Quindi che cosa fa lo sceneggiatore archetipo di McKee? No, non si dà alle droghe; o magari sì, ma non era questa la risposta, anche se il risultato non sarebbe molto differente. Lo sceneggiatore si immerge nel mare di storie che ci circondano: televisione, cinema, video games, fumetti… romanzi. Alcuni scopiazzano liberamente, altri li mettono in scena acquistandone i diritti ma la maggior parte vi si tuffa a piene mani senza nemmeno rendersene conto. Quello che stiamo facendo è continuare a raccontarci le stesse identiche storie, solo di volta in volta un po’ più deteriorate. E questo, per dirla alla McKee, perché non abbiamo fantasia; o l’abbiamo, ma siamo troppo pigri per approfondire la conoscenza del mondo che vorremmo raccontare.

Forse il problema è dovuto al surplus di storie, un po’ come nella produzione industriale: si lavora troppo con ritmi sempre più forsennati. Ma noi che scriviamo romanzi nella cauta oscurità della nostra camera da letto questo problema non l’abbiamo. Allora è solo pigrizia.

L’Hackmuth di Chiedi alla Polvere avrebbe certamente raccomandato al suo protetto, l’Arturo Baldini di turno, di immergersi nel mondo, e vivere le sue storie; storie che avrebbe potuto in seguito certamente raccontare. Ma forse non sono più quei tempi…

____________________________

Note

[1] S’intende la traduzione letteraria di storytelling

[2] Robert McKee, Story, Omero 2010

[3] Umberto Eco, Il superuomo di massa, Bompiani 2015

[4] Uso il termine letterario solo per distinguerlo dal romanzo popolare.

[5] Cit. Robert McKee

67 Comments on “La guerra ai cliché

  1. Leggendolo ho fatto mille riflessioni interessanti, ma poi me le sono scordate (lo o, non crederai mai all’interessanti 😀 ). Quindi torno alle riflessioni sceme che mi sono più congeniali 😛

    “Per forza poi ci si dà alle droghe… (leggère, mi raccomando)”
    Hai fato bene a mettere quell’accento perchè io istintivamnte l’avevo già messo sulla prima e (è una droga anche quella, no?)

    Dici che i nostri avi non erano immersi dalle storie come noi, però io ricordo i nostri avi che andavano al bar e, durante la briscola, si raccontavano storie senza interruzione. Certo non le storie a cui siamo abituati (asuefatti) noi, ma sempre storie.
    Appena potè permetterselo mia nonna si comprò un televisore e su quel televisore guardò decine di migliaia di episodi di telenovelas sudamericane: storie, no? e anche molto clichettose (se la crusca mi perdona il termine)

    Comunque sono smpre più convinto che conti poco l’originalitä della storia, ma come è raccontata. Pens a per un pugno di dollari, praticamente un plagio della sfda del samurai diKurosawa, eppure… la bellezza sta tutta nel modo di raccontare la storia, no?

    Insomma, con tutte queste storie già raccontate non capisco il terrore moderno per lo spoiler: forse non si vuole perdere il gusto di scoprire da soli che sì, era proprio come avresti immaginato che sarebbe finita, Dart Fener è proprio il padre di Luke 😛

    Però mi è piaciuta la distinzione che fa Eco tra romanzi popolari e letterari 🙂

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    • Per quante storie si raccontassero – ed è un fatto che già l’uomo preistorico raccontasse storie attorno al fuoco – non erano assuefatti quanto noi. Dalla televisione in avanti le cose cambiano: non a caso la si è sempre un po’ accusata per questo, la televisione.

      Il problema non è lo spoiler: Umberto Eco anzi dice chiaramente di partire dai prototipi già conosciuti dai lettori; da lì renderli originali o nuovi o diversi. Questo permette al lettore di capire subito in che mondo si sta muovendo e quindi di immedesimarsi. Il problema, semmai, è che ci stiamo raccontando le solite quattro storie; oltre queste non stiamo andando. Ora, se il mondo letterario si riducesse a un pugno di scrittori e di libri, va bene. Ma se ne sforniamo sessanta mila l’anno… un problema c’è.

      Inoltre sono d’accordo solo in pare sul fatto che ciò che conta è il modo in cui si racconta una storia. Serve il modo, ma molto di più la storia. Soprattutto per la narrativa di genere.

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      • Boh, io non sono asuefatto dalle storie, ne ho dipendenza, semmai 😛 (bh, i parlava di droghe, no?) 😛

        Sì, la storia nella narrativa di genere ha il suo peso, ma serve che sia originale? Io ho l’impressione che, soprattutto nella letteratura di genere, il lettotore/spettatore cerchi sempre la stessa storia, tanto che vanno tantissimo i remake o addirittura si riscrive la stessa storia dal punto di vista di lui (cinquanta sfumature di grigio / Grey, Twilight / Midnight Sun) o invertendone le parti (sempre Twilight / Life and Death: Twilight Reimagined).

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        • Se parliamo di successo, perché citando Twilight è di questo che stai parlando, allora non serve né una storia originale né una buona scrittura: serve scrivere la cosa giusta nel momento opportuno. Di successo abbiamo già parlato e parleremo ancora, ma non in questo post.

          Se invece parliamo di buona narrativa, allora serve anche una buona storia. Una storia che si rifaccia agli archetipi del suo genere, ma che sia anche originale. Con originale s’intende che esplori nuovi modi dello stesso argomento. Di fatto è provato che non possiamo immaginare nulla che sia completamente staccato da ciò che conosciamo. Di conseguenza anche quando diamo sfogo alla fantasia stiamo parlando sempre e solo di noi. Ma c’è modo e modo. E negli ultimi anni mi pare che ci stiamo un po’ girando attorno, come una cane che insegue la propria coda. Forse si può fare di meglio; forse no… Io non ci sono ancora riuscito. Motivo in più per non scrivere romanzi.

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          • Certo, una buona storia serve, ma serve che sia orignale?
            Pendi “i manifici sette” considerato uno dei capolavori del cinema western, chiaramente ispirato ai “sette samurai” di Kurosawa, che poi non racconta una storia così diversa dai “sette contro Tebe” e stiamo parlando di una storia che ha più di 2000 anni e forse si riferisce a storie ancora più antiche.

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        • Ciao! Scusate se mi intrometto… non ho mai letto nessuno di voi due…
          E sono appena arrivata per caso nel blog di salvstore..
          Avete ragione… a volte si legge per moda. Che fa se non passa nessuna emozione… un autore va di moda e allora si.legge… quanti rimangono negli scaffali per.disattenzione dei.lettori pigri…
          Grazie per le riflessioni!

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  2. Ma io non ho capito, sei anche tu in guerra contro i cliché, o riporti solo l’opinione del buon McKee che sapeva benissimo che per scrivere buone storie occorre rispettare i cliché?

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    • Il buon McKee sa benissimo che i cliché sono la morte del cinema, o del buon cinema. La citazione che riporto nel post è la sua. Che poi per rispettare il genere bisogna rispettare gli archetipi, è un altro paio di maniche.

      Io non sono in guerra con i cliché, li evito solo.

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      • Però occorre comprendere cosa si intende per cliché. Perché esistono cliché buoni e cliché cattivi. Ma soprattutto occorre propendere all’innovazione del cliché stesso.
        In fondo Harry Potter è un cliché che deriva dal Mago Merlino e tradizioni ancora precedenti. Però la Rowling ha saputo confezionare un’opera eccezionale. Tutte le storie d’amore sono ormai cliché, e i gialli, i distopici e anche tanto mainstream per non dire tutto (anoressia, conflitti sociali, storie di redenzione, storie di formazione…).
        La serie dei romanzi di Montalbano o Sherlock Holmes sono i cliché di se stessi. Lo scrittore trova un meccanismo che funziona e lo ripropone con variazioni sul tema in tutte le salse.
        Se poi McKee, che ho letto, vuole dire che il cliché è chi copia paro paro opere di successo, o scene già viste, quello è un altro discorso.
        Io agli investigatori del mio romanzo li ho posti in una situazione in cui rischiano sul serio di morire. Nulla di nuovo sotto questo cielo. Un cliché dei cliché in un giallo. Ma ho chiesto alla mia editor che è un’enciclopedia vivente di trame: hai mai letto di una situazione come quella che ho inventato io? Cioè me la sono andata a cercare particolare, ma plausibile per il contesto in cui si trovano. E l’editor mi ha detto di no, mai letta così. Quindi spero d’aver preso un cliché e averlo innovato per il mio pizzico con una situazione mai letta prima.
        Il cliché è morto, viva il cliché.

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        • Per quello che ho capito io, si parla di cliché quando l’archetipo non viene rinnovato ma ri-prodotto. Per restare ai tuoi esempi: tra Harry Potter e mago Merlino ne passa. L’archetipo da cui si parte probabilmente è lo stesso, ma il risultato è molto diverso. Questo dà due vantaggi, il primo è che il lettore (spettatore) riconosce subito l’archetipo come qualcosa di familiare, comincia così a calarsi al suo interno perché è un percorso che conosce già, che ha già fatto; il secondo è che la trasformazione dell’archetipo in un tipo diverso di personaggio dà al lettore (spettatore) la sensazione di qualcosa di nuovo, di originale. Il punto non è inventare nuovi archetipi: non se ne possono inventare di nuovi, la nostra immaginazione è legata alla conoscenza; ma rinnovarli di volta in volta nella forma di nuovi personaggi.

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  3. Sto leggendo “Story” proprio in questo periodo (fra una cosa e l’altra) e lo trovo rassicurante, perché mi dà via via conferme illustri alle idee che mi ero fatto in tutti questi anni, è una bella sensazione. 🙂
    Concordo con Grilloz, se da una parte ci sono le Storie con la s maiuscola, quelle universali, i cliché si incontrano più nel come vengono raccontate di volta in volta, come fossero le mode del momento, e come tutte le mode dopo un po’ di ripetizioni vengono a noia.

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    • Vengono a noia, esatto. Non credo si possa essere completamente originali. Non è questo che uno scrittore dovrebbe ricercare con assiduità. Ma se scrive di fuffa, anche se è bravo sempre di fuffa sta scrivendo. Fra qualche giorno, per la vostra gioia, vi propino un po’ di fuffa vampirica. 😉

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  4. Un mio sogno segreto (da adesso non più) è andare a una conferenza di McKee una volta che passa per l’Europa. Due giorni di immersione in faccende di narrazione e costruzione di storie, immaginate che sogno.
    Detto ciò, qualche osservazione: la distinzione tra romanzo popolare e letterario di Eco arriva proprio al momento giusto, ma mi sembra risolvere la questione è in modo un po’ troppo semplice. Io ho la sensazione che noi ‘sentiamo’ quando stiamo leggendo letteratura e quando intrattenimento, e però non riesco a definire la distinzione, e non credo sia completamente legato alla consolazione (e quindi parliamo di storia), così come non è legato esclusivamente all’estetica (ci sono libri esteticamente belli che però non si possono definire letterari). E quindi di che si tratta? La questione dei cliché è estremamente rilevante, credo, ma non riesco a capire in che modo… Il problema in questi giorni mi si ripropone in modo insistente, e chiunque abbia anche solo dei riferimenti a qualcuno che ne ha parlato/scritto, mi sarà di grande aiuto.

    Questa mattina mi sono svegliata con il desiderio profondo di lavorare in un’agenzia letteraria. E leggere leggere leggere manoscritti, per capire se, al di là di ciò che viene pubblicato dal gruppo editoriale Mauri Spagnol, ci sia ancora qualcosa di nuovo e non scoperto da qualche parte, o se la fiamma della letteratura ha definitivamente abbandonato il suolo italico.

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    • “Questa mattina mi sono svegliata con il desiderio profondo di lavorare in un’agenzia letteraria. E leggere leggere leggere manoscritti, per capire se, al di là di ciò che viene pubblicato dal gruppo editoriale Mauri Spagnol, ci sia ancora qualcosa di nuovo e non scoperto da qualche parte, o se la fiamma della letteratura ha definitivamente abbandonato il suolo italico.”
      Ne sei proprio sicura? Guarda che è una tortura. Il 99% di quel che è capitato a me si poteva bocciare dopo cinque righe 😛

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      • Certo che è una tortura, ma ci sono molte altre torture peggiori in questo mondo. Anzi, se conosci il modo in cui si comincia a leggere i manoscritti degli altri (e magari a un certo punto anche essere pagata, se possibile) accetto ogni suggerimento possibile!

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        • Daria, se riuscirai a realizzare il tuo sogno e ti servirà subappaltare le letture in sovrappiù mi candido già subito. 🙂

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        • Io leggevo per una casa editrice piccola, non so se stiano ancora cercando lettori, ma è un po’ che non mi mandano manoscritti (forse perchè li ho bocciati tutti) 😛 mi pagavano in libri 😉
          Però se ti piace leggere, e immaino che sia così, non sono sicuro di consigliartelo: per “contratto” mi impegnavo a leggere i manoscritti dall’inizio alla fine e ti assicuro che era davvero una tortura, da perdere il piacere alla lettura.
          All’inizio la pensavo come te, chissà cosa si scopre che alle case editrici sfugge, probabilmente qualcosa sfugge, ma è più colpa della scarsa qualità della maggioranza dei manoscritti che arrivano che della disattenzione delle case editrici.
          In fondo anche un romanzo controverso e particolare come “dalle rovine”, anche se con un po’ di peripezie, è arrivato alla pubblicazione.
          Comunque credo che scrivendo alle case editrici qualcuna che sia in cerca di “lettori” la si trovi.

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        • P.S. meriterebe un discorso a parte le valutazioni che abbiamo fatto su PescePiratA, sarà perchè chi si iscrive a un forum letterario ha un po’ più di dimestichezza con le parole o un po’ più di senso critico, ma almeno abbiamo letto dei tesi decenti, non privi di difetti, ovvio, ma almeno interessanti. Purtroppo (o per fortuna, il tmpo è sempre un temibile tiranno) ne arrivano pochi.

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        • Se la vedi come una tortura, che senso ha?
          Ti consiglio di non farlo, ci sono tanti emergenti che scrivono male. Se, invece, ha un animo masochista, accomodati. Il mondo è pieno di scritti orribili. Poi, se sei fortunata, uno ogni tanto lo trovo buono da leggere. In bocca al lupo.

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          • Il senso sta in questo: sicuramente ci sono tanti scritti orribili, sicuramente ci sono emergenti che scrivono male, e mi immagino che leggerli non sia un piacere (posto che, ripeto, ci sono torture ben peggiori). Ma se ci fosse, da qualche parte, un piccolo autore in cui c’è una scintilla di creatività, che prende i cliché e li stravolge e ne fa una cosa bella, vorrei avere l’onore di scorgerlo, e dargli una mano a venire fuori e convincerci, fosse solo per qualche ora, che è ancora possibile fare qualcosa di buono in questo mondo.
            Personalmente detesto questo disfattismo decadente per cui ormai non c’è speranza, di cui mi sembra intrisa tutta la nostra cultura letteraria. Che scriviamo a fare, se siamo convinti che sia tutto orribile? O forse solo noi ci salviamo dal declino (e però non siamo compresi dal Cattivo Mondo Editoriale)?

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            • E allora non parlare di tortura perché da come esponi nel commento di ora, sembra quasi una missione, quindi piacevole. Poi se è per passione o per lavoro sono due cose distinte. Per lavoro non si può scegliere cosa fare e cosa no, se non sei tu il titolare.
              Ero ironica. Non esistono scritti orribili, al limite scritti non perfettamente, non incisivi o ACERBI. È non è un difetto, è naturale. Nessuno scrittore al suo primo romanzo era fenomenale. Poi ci sono i geni, ma nascono pochi ogni millennio.
              Non ero disfattista, ma per farti riflettere su questo.
              Tortura è farlo controvoglia.
              Ci sono eccome cose buone, come ci sono meno buone.
              Se pensassi che tutto fosse orribile, né scriverei, né leggerei.
              Poi, per qualcuno sarà una tortura leggermi, per altri meno. Non è un mio problema.

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              • Mi sembra evidente che l’uso della parola ‘tortura’ in questo scambio, cominciato con il “guarda che è una tortura” di Grilloz, fosse ironico sin dall’inizio. Cercherò di essere più chiara la prossima volta, di segnalarlo magari visivamente, così che traspaia meglio la mia passione per la narrativa e non si pensi che voglia infilarmi in un settore in avanzato stato di decomposizione solo per masochismo (sono ancora ironica).

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              • Se mi sono permessa di farti quest’appunto su “tortura” è perché ti vedo giovane. Fare qualcosa di bello ma faticoso, secondo me, paga sempre. Avrei apprezzato più “faticoso”, ma addirittura “tortura” no.
                Ti auguro che leggere quei manoscritti sia la tua missione e speriamo ci sia, tra tanti, quello che poi ce lo ricorderemo.

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    • Se parli di sensazione, può darsi che si tratti di questo: la letteratura parla di te, l’intrattenimento di qualcosa di tuo (le tue passioni, il tuo immaginario, le tue paure, eccetera). Ma come sappiamo le sensazioni come tali non sono attendibili. Umberto Eco risolve la cosa in modo chiaro, e quindi semplice; ma il suo libro credo sia degli anni settanta (forse prima, forse dopo). Adesso ci sembra scontato, all’epoca probabilmente lo era meno.

      Si vede che non ti do abbastanza lavoro. Aumenterò il ritmo! 😛

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  5. Anche io ricevo da tempo Il Libraio, ma ultimamente non ho più fatto “orecchie” alle pagine, come facevo prima per segnarmi i libri che poi avrei messo nella lista su Amazon.
    Forse però è anche colpa dei lettori, della massa, che vuole solo un tipo di storie, ci si affeziona e non le molla più.
    Domani anche io in un certo senso affronto questo problema.

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    • In un certo senso è vero: ad esempio io ho letto molta (pessima) narrativa fantasy, e quando la leggevo cercavo i soliti cliché. Se qualcuno deviava mi dava fastidio. Oggi non leggo più letteratura fantasy. 🙂

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  6. Giusto, Anfuso! Guerra ai cachet! Guadagnano troppo questi della televisione, è ora di dire basta! E poi perché tutti questi soldi buttati via? Per guardare i remake dei programmi di cinquant’anni fa?

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  7. Quindi per fare guerra ai clichè dovrebbe venire premiata la fantasia, la capacità di rompere gli schemi, l’essere alternativi, il mischiare gli stili, le trame, lo stravolgere? Forse, eppure, un buon romanzo quando lo leggi e riesce a portarti là dove aveva intenzione di portarti ti lascia dentro la soddisfazione di una cosa piacevole.
    Ho l’abitudine di regalare libri a chi so che condivide la passione e spesso mi faccio guidare dall’istinto nella scelta. A Natale per mia madre ne ho scelto uno che per titolo, quarta e copertina mi ha attratto. Sulle prime lei si è detta sorpresa e stupita. Parlava di api e lei le teme. Poi lo ha divorato. Senza saperlo le ho regalato un pezzo della sua infanzia, visto che la scrittrice è sarda e nella trama ha saputo restituire odori e immagini di una terra che resta nel cuore. Sarà un clichè, sarà quello che si vuole, anche narrativa di mercato, ma se anche a un solo lettore arriva e regala piacere ha trovato il suo motivo di esistere.

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      • 😀 Oh cara Tiziana, io come presidente sarei un vero disastro! Solo libri invece di tasse e solo fiori invece di armi! Ma te li immagini gli uomini in giro a decantare versi e con gentilezza riverire le donne? Il mondo a dedicare almeno due ore al giorno a pensieri positivi, a realizzare sogni? Tutti con le toppe alle ginocchia saremmo! Però per chi mi volesse votare mi candido eh?!

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    • Ma chi dice che un cliché. Forse c’è confusione nei termini. Il cliché è un archetipo, tipo un personaggio, che non viene rinnovato ma ri-presentato. Vale anche per le situazioni, o le trame. Lo spiego sopra a proposito del commento di Marco.

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      • Ho letto, hai risposto dopo che ho postato, quindi sì forse confusione, ma a dire il vero io il libro in questione non l’ho ancora letto quindi non lo posso definire. Però si ricollega al discorso di come tutto sembri poco interessante in uno guardo generale, mentre per alcuni si trasformi in speciale.

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  8. Di storie è pieno il mondo (e forse anche di cliché) però può esserci un modo sempre nuovo di raccontarle…
    p. s. questo mio pensiero forse è già stato pensato da qualcuno che l’ha anche già detto ma sinceramente non ricordo 🙂

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  9. Secondo me l’uomo è fatto per il 70% di cliché.
    Ecco perché li ama tanto.

    Le situazioni in cui l’essere umano si infila sono sempre quelle quattro.
    Per esempio l’uomo che tradisce la donna con la segretaria è un cliché molto abusato.
    Eppure mi pare che molte donne e uomini si riconoscerebbero in un storia dove l’uomo ad un certo punto tradisce la moglie con la segretaria.
    Di sicuro molti si identificano (o sognano di identificarsi) con Anastasia Steele. L’esempio scaturisce da quel “frustate” che ho letto poco sopra. 😉

    Tutte le storie più commerciali rilanciano i cliché, mascherandoli da non cliché. 😉
    Ecco la potenza del concetto di mondo narrativo.

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  10. Eppure io credo che proprio oggi, proprio perché siamo circondati da storie, ci sia bisogno di autori che vivano nel mondo per reinterpretarlo e riraccontarlo, magari anche rivestito da horror o fantascienza, che importa. C’è bisogno, a mio avviso, si sporcarsi le mani con la vita, prima di poterla raccontare.

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  11. Sono d’accordo con Stefania. Siamo pieni di cliché. È rassicurante. Ci sforziamo di non usarli e poi? Poi ci immedesimiamo in quelle storie.

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  12. Non trovo necessariamente fastidioso riuscire a immaginare cosa succederà nella storia che leggo/guardo. Certo apprezzo anche l’ingrediente sorpresa, ma non sta tutto lì. Se l’autore sa raccontare è una bella esperienza comunque, basata su altro rispetto all’originalità.

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    • Con originale non si intende nuovo. Come si diceva più su non si tratta di creare nuovi archetipi, ma di rinnovarli di volta in volta. Tra mago Merlino e Harry Potter ne passa, pur essendo comune l’archetipo. Il cliché è quando riproduci, anziché rinnovarlo, un medesimo archetipo.

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