Edward Hopper

Fondamenti di grammatica per aspiranti scrittori

Nei precedenti mini-ripassi abbiamo parlato del sostantivo, del genere, della formazione del femminile, del sessimo o presunto tale della lingua italiana – senza risparmiarci le polemiche legate a questo tema e senza la pretesa d’essere stati in merito esaustivi. Sulla formazione del femminile ci si potrebbe scrivere un libro. Ad esempio ho risparmiato di farvi notare come i nomi di genere comuni (quelli che non indicano una distinzione di genere) sono più spesso attribuiti ad animali selvatici (volpe, balena, giraffa, ecc.), ma non ad animali domestici o d’allevamento (gatto/gatta, gallo/gallina, toro/vacca). Ora ci lasciamo alle spalle il genere (anche se solo in apparenza) per affrontare un’altro argomento legato ai sostantivi: quello del plurale.


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C’era questa porta, ok? Piazzata nel mezzo del nulla, su un edificio basso di mattoni; in una delle peggiori zone di Torino: tra Porta Palazzo, che non è neanche tanto male, e lungo Dora Napoli, alle spalle del budello del Balôn; dove si sono andati a ficcare tutti ‘sti senegalesi, peruviani, marocchini, tunisini, eccetera; ma in giro non c’era nessuno. Non si vedeva anima viva. Niente di niente. E sì che era la vigilia di Capodanno, ma quello è un quartiere popolare.

Comunque, guardo la porta. C’avevano detto di suonare il campanello. C’era un solo campanello. L’intelaiatura della porta era dipinta di blu pavone e il campanello di rosso cardinale. Sì lo so, lo so: ho passato un paio d’estati a lavorare nel colorificio di mio zio e adesso non riesco più a smettere. Comunque, sul portone, legno di faggio credo – mio padre progetta infissi – a due ante, spiccava questa maniglia d’ottone. Sapete, di quelle con l’anello grosso ficcato in bocca al leone e il battaglio per bussare. Ok, lasciate che ve lo dica: noi volevamo semplicemente passare un Capodanno diverso dal solito. Non volevamo succedessero casini. Anziché suonare il campanello, abbiamo bussato. Che volete che vi dica, ci sfrigolava così. C’era il battente e ci andava di usarlo. Abbiamo bussato e aspettato.


scrivere fatti

I fatti, contano?

Ammetto che il titolo qualche perplessità possa lasciarla. Con scrivere fatti non intendo suggerirvi l’uso di stupefacenti durante una sessione di scrittura; semmai, piuttosto, il ricorso a una scrittura stupefacente. Scrivere fatti è l’unico modo per essere pubblicati, per essere letti, per vendere un milione di copie di quel manoscritto che serbate nel cassetto. Quasi tutti gli scrittori scrivono fatti, nei loro romanzi. Persino i giornalisti, nei loro articoli, scrivono fatti. C’era una pubblicità negli anni ottanta, di una marca che non ricordo più, che suonava più o meno così: «Sono i fatti, quelli che contano», da non confondere con un’altra: «Fatti, per credere». Irvine Welsh, negli anni novanta, ha preso un certo numero di “fatti” e ne ha scritto un libro diventato icona di quel decennio, Trainspotting, ma è un caso più unico che raro; per tutti gli altri, gli unici fatti che contano sono quelli veicolati dalle azioni.