Come far nascere un’idea in narrativa


Idee in narrativa

…quando le idee non sono frutti maturi

Se vi state ponendo questa domanda – Come nascono le idee? – significa che avete qualche problema. Siete rimasti bloccati da qualche parte, affacciati alla finestra della vostra mente, e non riuscite a venirne fuori. Tranquilli, ci sono io a darvi una mano.

Potrei aiutarvi in molti modi diversi. Certamente quello che preferireste sarebbe fornirvi un lungo elenco di idee già pronte. Resterebbe un problema però, anzi due: non sarebbero idee vostre e non avreste superato il vostro blocco. Quello che farò invece, sarà aiutarvi a superare quel muro invisibile che vi attanaglia.

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Scatti


cornici vuote

…il racconto del venerdì

Pareti bianche. Cornici piene di vita. Occhi. Volti. Emozioni. Schegge di ricordi. Soprattutto questi: i ricordi.

Ricordi quella volta sul catamarano? Non eravamo mica sul Nilo, vero? Strano, non ricordavo coccodrilli nei paraggi. E quella volta a Venezia? La gondola si era quasi rovesciata, per fortuna che c’eri tu a tenermi la mano. Come dici? Il più bello? Oh non saprei, ce ne sono molti. Sai, in tanti anni. Forse… la prima volta. Sì, quello. La prima volta che la tenni in mano. Fu un dono, sai? Non me l’aspettavo. Non ci pensavo neanche. Che emozione! Andavo in giro tutto il giorno con lei. A quei tempi tutto tendeva ad avere dimensioni notevoli e io facevo quasi fatica a sorreggerla. Le foto venivano mosse. Che disastro ero…

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Io non sono come te, aspirante scrittore


aspiranti scrittori

…quando lo specchio non riflette te

Io non sono come te, aspirante scrittore. Ti guardo e mi fai pena. Susciti in me qualcosa di simile a pietà mista a vergogna. Tu infanghi la mia categoria. Con la tua sola presenza rappresenti tutto ciò che c’è di nefasto e marcio nell’aspirazione più bella: diventare scrittori. Mi fai schifo!

Nella rete dei tanti

Capita tal volta di imbattersi in uno dei tanti articoli di blog in cui si disserta in modo più o meno ironico sulla categoria più bistrattata, ignorata e derisa della storia: quella degli aspiranti scrittori.

Conosco i difetti della categoria a cui appartengo. Forse, dei tanti elencati di volta in volta, ne possiedo qualcuno pure io. Non è questo il punto, però. Il punto è che in genere quelli che scrivono questi articoli sono a loro volta aspiranti scrittori.

Questi, quelli che non si sentono aspiranti scrittori come te o me, quelli che per qualche motivo si sentono superiori, argomentano i loro panegirici sottolineando la tua foga nell’attirare l’attenzione, il tuo desiderio di essere letto, di spiccare nel mucchio dei tanti.

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Dieci regole per scrivere meglio


Dieci comandamenti nella scrittura

Scrivere è un mestiere difficile. Non ci si fa mai veramente il callo. Non importa se si è principianti o scrittori affermati. Non importa se si è alle prime armi o nell’autunno di una carriera prolifica. Scrivere è mestiere duro.

Per farlo al meglio mi sono dato delle regole. Regole che non sempre riesco a seguire, ma quando lo faccio migliorano la mia resa. Scrivere non diventa meno faticoso, ma più proficuo sì.

Sulla base della mia esperienza, delle mie osservazioni, dei miei tentativi e fallimenti, ecco le mie dieci regole per scrivere meglio:

1. Se vuoi scrivere, scrivi! Leggi quando hai tempo.

Se vuoi imparare a nuotare, non stai seduto sul bordo della vasca a guardare farlo agli altri: ti butti e nuoti. Se vuoi imparare a scrivere, allora devi scrivere. Scrivere è una palestra. Farlo tutti i giorni, un allenamento. Leggere è una fonte di informazioni. Leggere è una sorgente di ispirazione. Leggere è rilassante. Leggere è intrigante. Leggere è interessante. Leggere è indispensabile per sapere cosa scrivono gli altri. Leggere è bello, ma se vuoi scrivere: scrivi!

È questo che vuoi fare, giusto? Allora fallo, scrivi. Scrivi dopo aver letto e dopo aver scritto torna a leggere. Continua così finché sarai stanco. Quando sarai stanco, riposa. Non impegnarti in altro, perché non serve al tuo mestiere; scarica le energie, fa perdere tempo e annebbia le idee. Non distrarti, resta focalizzato.

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Chi c’è al café Wha?


Ho scritto questo racconto nel lontano 2006. Gli anni passano in fretta, sembra ieri eppure sono già quasi dieci anni. È un brutto racconto, non vale la pena leggerlo. Io ti ho avvertito…

Café Wha?

Note di Blues nella moderna Gomorra. New York, The Big Apple. Una città ragnatela, dicevano. In grado di spremerti e gettarti via come un guscio vuoto. Ma io non cercavo di capirla: la vivevo. Sì, proprio così. Ogni notte nel cuore del Greenwich Village, in uno di quei miserabili buchi senza nome stipati tra la Bleecker e la 3rd Street, guadagnandomi da vivere gomito a gomito con gli altri musicisti da caffè.

Ognuno si inventava un modo tutto suo di tirare avanti, ma tutti facevamo girare il cappello. Un tale, un certo Richie Havens, che vestiva sempre con pantaloni laschi color cachi, camicia sbottonata e una grezza pelliccia di castoro sulle spalle, si era messo d’accordo con una ragazza. Il pubblico allungava qualche dollaro in più con una ragazza. Gran donna quella. Si muoveva tra i clienti con una camicetta scollata. Sopra la camicetta, un cappotto; ma sembrava nuda dalla cintola in giù. Per chi era generoso aveva un modo molto grazioso di ringraziare, con un occhiolino e una scrollata di spalle; ma per chi allungava le mani un ringraziamento speciale gli veniva dal buttafuori alla porta.

Le strade del Greenwich Village erano piene di locali. Minuscoli, fumosi e affollati, proprio come piacciono a me. Le insegne luminose, quando c’erano, riportavano il nome del proprietario o dell’artista di punta. Tranne quel club su MacDougal Street, il Café Wha. Una sorta di caverna sotterranea senza licenza per gli alcolici. Male illuminata e dal soffitto basso. Lì l’imperatore indiscusso era Freddy Neil. Un vero amico, Freddy. Molto gentile nei modi, anche se non ti faceva mai una confidenza. Mi allungava sempre qualche spicciolo dopo la mia esibizione.

«Così stai alla larga dai guai», diceva.

Eravamo in molti a frequentare quel posto. Li giravamo un po’ tutti, ma quello aveva qualcosa di speciale. Era per la gente che ci passava o forse per l’atmosfera che si respirava, non saprei. Ma era unico, a suo modo.

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