Come progettare un’ambientazione


Ambientazione

…quando plausibile non è il realismo

Torno sull’argomento ambientazione, anche se l’avevo già introdotto quando ho parlato dei cliché in narrativa, perché per me è tutt’altro che esaurito. Personalmente non ho mai dato troppa importanza all’ambientazione. I miei racconti non sono ambientati da nessuna parte, ad esempio. Non solo, ma sono scritti in modo tale che potrebbero essere presi e ficcati a forza un po’ ovunque nel mondo. In un mondo occidentale, certo. Ecco forse questo, a cui mai si pensa, è il primo vero spartiacque.

The Incipit, come tutto ebbe inizio


incipit

…quando la stretta dev’essere calda e forte

La prima impressione, quella sbagliata, è l’unica che conta. Se da bambini vi hanno detto il contrario, be’, si sbagliavano oppure mentivano. L’inizio del vostro romanzo, racconto, curriculum vitae, relazione, saggio o qualunque cosa stiate scrivendo, è fondamentale. È il vostro bigliettino da visita; lo date in mano all’interlocutore nella speranza che abbia interesse ad approfondire la conoscenza. Dareste un bigliettino logoro, vuoto o privo di personalità? Sì, certo che lo fareste. Ecco perché dovete continuare a leggere.

Il buono dei cliché, in narrativa


Il cliché in narrativa

…quando lo stereotipo è una buona idea

Gesti ripetuti, personaggi già visti, soluzioni facili, espressioni ben note, modi, gesti, parole, azioni, nomi, il mondo della narrativa è di seconda mano, quando giunge a noi è già vecchio e logoro: un prodotto vintage di epoche passate. La sola lettura dei ben noti cliché ci fa storcere il naso come poche altre cose al mondo. Eppure ne abusiamo. Ma cos’è un cliché e come nasce?

Culo grasso


Culo grasso - racconto

Cu-lo grasso! Cu-lo grasso! Cu-lo grasso!

Erano più o meno queste le parole che si sentiva ripetere da sempre, fin da piccola. Le sentiva ancora, anche se di anni ormai ne aveva trenta. Non più però urlate da ragazzini che la rincorrevano nel cortile della scuola o lungo la strada polverosa verso casa. No. Le udiva nella testa, rimbombando contro le pareti del cranio. Le udiva ogni volta che si guardava allo specchio. Le udiva la domenica mattina, giornata dedicata alla pesa, quando saliva su quella dannata bilancia. Le udiva infine, a ogni nuovo dietologo.

Ne cambiava molti in effetti. Lo faceva perché i tanto sospirati risultati tardavano a venire. Non voleva aspettare in eterno per poter sfoggiare in spiaggia un costume a due pezzi o entrare in un negozio di vestiario che non vendesse solo taglie forti. Voleva poter andare al cinema senza sentirsi addosso le solite occhiate, quelle di chi pensa che di biglietti ne avrebbe dovuti acquistare due, anziché uno. Voleva potersi concedere una serata di hamburger e patatine fritte senza sentirsi in colpa come una peccatrice lussuriosa. Soprattutto, desiderava stare bene con se stessa e voleva farlo prima che la vecchiaia lo rendesse inutile.

Il senso delle cose


Il senso delle cose

…quando la bussola punta al centro

Come sapete sto lavorando al nuovo romanzo breve. Non lo dico per asfissiarvi, solo per tenere una sorta di diario di bordo dell’esperienza. La volta scorsa avevo dichiarato che questo progetto era nato anche come una sorta di esperimento, oltre al fatto che la storia mi aveva flashiato fin da subito. Questo, però, avviene sempre e mi motiva ogni volta a iniziare. In genere non basta perché prima o poi la brace si spegne, ma in questo caso c’è la necessità di capire – capire come sviluppare un mio metodo – a fare da traino. Vorrei  quindi condividerla con voi, ci state?

Dicevo, sto lavorando al mio nuovo progetto da almeno una settimana ormai. Anche grazie all’aiuto degli altri blogger che pubblicano sempre post tematici molto validi, permettendomi di capire meglio o di vedere le cose da altre angolazioni, la progettazione sta andando molto bene. Sono soddisfatto. Sto portando avanti un lavoro che prima non avevo mai fatto. È difficile certo, ma soddisfacente. Su questo però ci tornerò in un’altro post. L’argomento di questo, invece, è: il senso delle cose.