I possessivi

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Fondamenti di grammatica per aspiranti scrittori

La volta scorsa abbiamo parlato dei pronomi allocutivi, adoperati in modo reverenziale per rivolgersi o richiamare l’attenzione di qualcuno. Oggi parleremo dei possessivi, pronomi e aggettivi, i quali indicano la persona a cui appartiene qualcosa o qualcuno. Vediamo quali sono:

MASCHILE FEMMINILE

1ª PERSONA

mio, miei mia, mie

2ª PERSONA

tuo, tuoi tua, tue

3ª PERSONA

suo, suoi

sua, sue

4ª PERSONA nostro, nostri

nostra, nostre

5ª PERSONA vostro, vostri

vostra, vostre

6ª PERSONA loro

loro

I possessivi sono sempre preceduti da articolo o preposizione articolata: «Quello è il mio libro!», «Ti serve una penna? Prendi pure la mia». Aggettivi possessivi e pronomi possessivi in italiano sono formalmente identici. Aggettivo possessivo: «la mia auto». Pronome possessivo: «Sei qui per tuo figlio? Anch’io sono venuto a prendere il mio» [Serianni]. Secondo Satta questi ultimi, però, non sono pronomi ma «aggettivi possessivi sostantivati, perché in sostanza il nome non è sostituito, ma sottinteso».


Come sabbia tra le dita

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In edicola questa settimana

Il ricordo di un grande amore è una cosa strana: tanto era intenso e doloroso prima, ancora fresco nella memoria, quanto pallido e insignificante muta man mano che il tempo impone se stesso. Ogni giorno esso si appanna un po’ di più. Scivola via quasi senza che te ne accorgi. E se ti costringi a trattenerlo, sfarina come sabbia tra le dita.

Sette anni fa, quando la incontrai per la prima volta, ogni segno del nostro incontro era un indizio preciso che quello sarebbe stato un amore eterno. Eravamo entrambi a quel punto della vita in cui non cerchi più la storia di sesso, ma qualcosa che te la riempia per tutti gli anni a venire. Formare una famiglia, cercare e arredare il nido, mettere al mondo dei figli e vederli crescere invecchiando insieme.

Quindi quando lei mi disse: «Non ho più voglia di perdere tempo», mentre in macchina la riaccompagnavo a casa dopo una prima cena meravigliosa, non me ne stupii affatto. Sembrava quasi logico. E fu così che le risposi: «Nemmeno io».

… continua sul numero 41/2016 di Confidenze

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Note

È in edicola già da ieri, correte quindi prima che un’arzilla vecchietta ve la rubi da sotto il naso. Altrimenti passerete il resto della vita sapendo che un’altra persona ha acquistato la vostra copia di Confidenze…

P.S. Il settimanale ha deciso di pubblicare un approfondimento del mio racconto anche sul proprio blog, lo trovate qui.


Intellighenzia e pregiudizi

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Quando il pregiudizio è sinonimo di buona coscienza

Nei primi decenni dell’Ottocento un medico e antropologo americano, Samuel George Morton, è interessato a indagare una teoria definita: poligenetica. Egli cioè si domanda se l’umanità possa essere considerata parte di un’unica specie, o se sia invece costituita da più “atti creativi”. Per rispondere decide di riempire centinai di crani di diversa provenienza – caucasici, mongoli, etiopi, nativi americani, eccetera – con dei semini, così da misurarne scientificamente il volume. I dati raccolti parrebbero avvalorare la tesi iniziale, cioè che ci siano delle differenze anatomiche legate alla provenienza del cranio. Morton e buona parte dell’intellighenzia del suo tempo concordano nell’interpretare questi dati in chiave, come oggi la definiremmo, razziale.

Stephen Jay Gould, uno dei biologi evoluzionisti più influenti del suo secolo, negli anni ottanta del Novecento dedica all’argomento un lungo articolo su Scienze e una buona porzione del libro: The Mismeasure of Man. Nel suo libro accusa Morton di avere inconsciamente manipolato i dati raccolti, premendo bene i semini al suo interno quando per le mani aveva un cranio caucasico, o andando con mano leggera quando si trattava di riempire un cranio negroide. In fondo è facile da immaginare, non pare anche a voi? Cosa faremmo inconsciamente pur di avvalorare la nostra tesi? «Le aspettative sono una potente guida all’azione», dice Gould.