Iudicantibus

 

giudicare

Chi giudica sarà giudicato

“Hoc est iudicium, in quo vos de reo,

populus Romanus de vobis iudicabit.”

Cicerone, In verrem

A chi non capita di giudicare? Diciamocelo, una delle cose che ci distinguono dal mondo animale non è il pollice opponibile o l’articolazione di suoni fonetici, ma la capacità di formulare, dentro o fuori di noi, un giudizio di valore, di merito, di approvazione o di biasimo su persone o cose che fanno parte, per breve o lungo tempo, del nostro mondo, della nostra realtà.

Ci avviciniamo al Natale, e quindi, inevitabilmente, dobbiamo essere tutti più buoni: altrimenti Babbo Natale non verrà a visitare il nostro camino. Anche lui, come si vede, si fa di noi un’idea; formula un giudizio di approvazione o biasimo del nostro comportamento. La stessa cosa si può dire della Befana o, perché no, del Dio cristiano: severo e rigoroso. Egli, dall’alto dei cieli, ci giudica. E tutti noi dovremmo temere la sua sentenza. Ma nel profondo del nostro cuore sappiamo che anche noi, ogni giorno, giudichiamo il nostro creatore:

«Era solo un bambino».

«Era tutto ciò che possedevo».

«Boia d’un cane, che vita grama…».

Sì, lo giudichiamo. Più di quanto lui faccia con noi. Le conseguenze non sono le stesse, ma provate a immaginare sette miliardi di persone che ogni giorno, più volte al giorno, ti mandano a stendere. E mai un ringraziamento…

Torniamo seri. Oggi voglio parlare del “giudizio”. Non quello universale; quello umano. Per farlo dovrò prendere una strada un poco lunga, spero abbiate la voglia di passeggiare un po’ con me. Per non farvi perdere tempo, cominciamo subito col chiederci se il giudizio, ovvero l’atto di giudicare, sia una cosa buona o cattiva; positiva o negativa; dovuta o maleducata; conveniente o sconveniente. Secondo voi?


Grammar-nazi

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Scegli la grammatica

Sì, scegliete la grammatica. Scegliete un complemento di termine. Scegliete la sostantivazione dell’aggettivo, un’ortografia pulita e un superlativo del cazzo. Scegliete gli aggettivi singolativi, il refuso controllato e una sintassi lineare. Scegliete uno stile semplice con locuzioni in tinta. Un discorso diviso in tre parti e riempitelo di retorica. Scegliete di evitare la virgola tra soggetto e verbo; e domandatevi a che serva il punto e virgola. Scegliete di sedervi in poltrona a spappolarvi il cervello con un romanzo russo o di rispondete a un telequiz sul congiuntivo mentre vi ingozzate di schifezze commerciali. Alla fine scegliete di marcire in una squallida biblioteca di periferia, ridotti a motivo di imbarazzo per gli stronzetti viziati ed egoisti che avete votato per rappresentarvi. Sì, scegliete la grammatica. Ma perché dovrei fare una cosa così? Io ho scelto di non scegliere la grammatica. Ho scelto di sbagliare il congiuntivo. Le ragioni? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni quando si è aspiranti scrittori?


Gli indefiniti collettivi

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Fondamenti di grammatica per aspiranti scrittori

Lo scorso lunedì abbiamo osservato da vicino, molto da vicino, gli indefiniti singolativi. Oggi è il turno dei pronomi e aggettivi indefiniti collettivi. Pur non determinandone la quantità, i collettivi indicano l’insieme di «tutte le singole unità di un determinato ambito concettuale («tutti i mesi» / «ogni mese» / «ciascun mese»)», o attribuiscono a ciascuna unità «la capacità virtuale di rappresentare l’insieme»[1].