L’esitazione corre sul filo dei tre punti…
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La fortuna di uno dei segni interpuntivi più rappresentativi della nostra epoca
Senza lasciarci sfuggire l’opportunità di citare il caro, vecchio e ormai defunto Zygmunt Bauman a proposito della società dell’incertezza – la nostra – ovvero: «La generazione meglio equipaggiata tecnologicamente di tutta la storia umana è anche la generazione afflitta come nessun’altra da sensazioni di insicurezza e di impotenza», non possiamo evitare di segnalare quanto la funzione allusiva dei tre puntini di sospensione sia perfettamente rappresentativa dell’epoca storica che stiamo attraversando.
Ne usiamo in quantità industriali, indifferentemente dal tipo di mezzo: sms, chat, mail, post, annunci… romanzi perfino. E non parlo di quelli auto-prodotti, i quali sembra si stiano in proposito auto-disciplinando; parlo di romanzi particolarmente quotati, scritti da romanzieri (passatemi il termine) coi fiocchi. Thomas Pynchon, tanto per dirne uno, l’icona del postmoderno chiude quasi ogni periodo con i tre puntini. Se non ci credete andate a leggervi L’arcobaleno della gravità – io l’ho fatto. Ma senza espatriare, giusto per restare cautamente all’interno dei nostri confini, come potremmo non citare Carlo Emilio Gadda: grande anticipatore di tempi. Tra le altre cose, anticipò perfino David Foster Wallace nel non concludere le storie nei propri romanzi. E come loro, tanti altri.




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