L’esitazione corre sul filo dei tre punti…

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La fortuna di uno dei segni interpuntivi più rappresentativi della nostra epoca

Senza lasciarci sfuggire l’opportunità di citare il caro, vecchio e ormai defunto Zygmunt Bauman a proposito della società dell’incertezza – la nostra – ovvero: «La generazione meglio equipaggiata tecnologicamente di tutta la storia umana è anche la generazione afflitta come nessun’altra da sensazioni di insicurezza e di impotenza», non possiamo evitare di segnalare quanto la funzione allusiva dei tre puntini di sospensione sia perfettamente rappresentativa dell’epoca storica che stiamo attraversando.

Ne usiamo in quantità industriali, indifferentemente dal tipo di mezzo: sms, chat, mail, post, annunci… romanzi perfino. E non parlo di quelli auto-prodotti, i quali sembra si stiano in proposito auto-disciplinando; parlo di romanzi particolarmente quotati, scritti da romanzieri (passatemi il termine) coi fiocchi. Thomas Pynchon, tanto per dirne uno, l’icona del postmoderno chiude quasi ogni periodo con i tre puntini. Se non ci credete andate a leggervi L’arcobaleno della gravità – io l’ho fatto. Ma senza espatriare, giusto per restare cautamente all’interno dei nostri confini, come potremmo non citare Carlo Emilio Gadda: grande anticipatore di tempi. Tra le altre cose, anticipò perfino David Foster Wallace nel non concludere le storie nei propri romanzi. E come loro, tanti altri.


‘na serata tra amici

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“Sono un vero sognatore
musicista un po' pittore
strimpellando sopra i tasti
molto spesso salto i pasti.”

– Leo Chiosso

«U canùsci a Giacomo Valente?» Alfredo Carfì si versò una doppia dose di Bourbon liscio dal mobiletto poco fornito degli alcolici. La domanda, posta in apparenza alla bottiglie disposte in ordine sul ripiano e ai bicchieri di cristallo capovolti a testa in giù davanti a queste, era rivolta a uno solo dei tre amici che attendevano seduti al tavolo.

«U furnaio supra ‘u stratuni pi Paternò?» chiese Mario Venuti. L’amico era lui. Era appena tornato dal bagno; il gioco si era interrotto proprio per dargli il tempo di fare i suoi comodi. Nelle mani rovinate dai troppi anni di lavoro in cantiere stringeva tre sette.

«Iddu».

«’ntzù» fece Mario, schioccando la lingua sul palato e alzando il mento in aria.

Alfredo si voltò a guardarlo. Il bicchiere fermo a un passo dalle labbra. «Ma come ’ntzù? Prima dici U furnaio supra ‘u stratuni, e poi fai ’ntzù

«Nun àiu avùtu ‘u piaciri» si giustificò lui, senza dare troppa importanza alla cosa.


Come distinguere il bello dal brutto

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merda d'artista

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Fenomenologia dell’inutilità/utilità

La capacità di distinguere il bello dal brutto distingue a sua volta lo scrittore dal dilettante. Ogni professionista sa cernere tra il lodevole e lo scarto. In un certo senso, magari a istinto, persino il fruitore ne è capace. Il senso estetico è una delle caratteristiche che ci rendono umani. Passiamo la vita a compiere scelte, le quali molte volte sono il frutto del gusto. Questo è bello, quello è brutto. Questo mi piace, quello non mi piace. Like; don’t like. La donna o l’uomo che desideriamo, il cibo che mangiamo, lo spettacolo che guardiamo, il lavoro che vorremmo fare o facciamo; il libro che leggiamo… Scelte, né più né meno che questo. Ma come selezioniamo ciò che ci piace distinguendolo da ciò che non ci piace? In base a quali parametri discerniamo il bello dal brutto? Gli scrittori se lo domandano da sempre.

La scorsa settimana, lo ricorderete, ho chiesto ad alcuni amici il loro parere. L’assunto da cui sono partito è che uno scrittore, come ogni altro professionista, nel tentativo di perseguire la realizzazione della propria opera produce anche una certa quantità di scarto. La riuscita dell’opera, al di là di parametri più populisti, dipende dalla sua capacità di riconoscere lo scarto, gettandolo, dal lodevole, tenendolo. Loro hanno fornito la propria opinione; in alcuni casi anche molto divergenti. Oggi provo io a dare una risposta. Non ho la pretesa di risolvere il dilemma; mi pongo solo l’obbiettivo di inserire nel discorso una nuova prospettiva da cui guardare al problema.