Come distinguere il bello dal brutto

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merda d'artista

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Fenomenologia dell’inutilità/utilità

La capacità di distinguere il bello dal brutto distingue a sua volta lo scrittore dal dilettante. Ogni professionista sa cernere tra il lodevole e lo scarto. In un certo senso, magari a istinto, persino il fruitore ne è capace. Il senso estetico è una delle caratteristiche che ci rendono umani. Passiamo la vita a compiere scelte, le quali molte volte sono il frutto del gusto. Questo è bello, quello è brutto. Questo mi piace, quello non mi piace. Like; don’t like. La donna o l’uomo che desideriamo, il cibo che mangiamo, lo spettacolo che guardiamo, il lavoro che vorremmo fare o facciamo; il libro che leggiamo… Scelte, né più né meno che questo. Ma come selezioniamo ciò che ci piace distinguendolo da ciò che non ci piace? In base a quali parametri discerniamo il bello dal brutto? Gli scrittori se lo domandano da sempre.

La scorsa settimana, lo ricorderete, ho chiesto ad alcuni amici il loro parere. L’assunto da cui sono partito è che uno scrittore, come ogni altro professionista, nel tentativo di perseguire la realizzazione della propria opera produce anche una certa quantità di scarto. La riuscita dell’opera, al di là di parametri più populisti, dipende dalla sua capacità di riconoscere lo scarto, gettandolo, dal lodevole, tenendolo. Loro hanno fornito la propria opinione; in alcuni casi anche molto divergenti. Oggi provo io a dare una risposta. Non ho la pretesa di risolvere il dilemma; mi pongo solo l’obbiettivo di inserire nel discorso una nuova prospettiva da cui guardare al problema.

In quest’ottica, la prima cosa che mi viene in mente di fare è porre in dubbio il binomio bello/brutto. Quando scegliamo tra ciò che ci piace e ciò che non ci piace stiamo davvero distinguendo il bello dal brutto? e cosa significano questi due termini? Il bello, secondo la Treccani, è «ciò che desta nell’animo un’impressione esteticamente gradevole», e lo fa perlopiù attraverso i sensi. Il brutto, per contro, suscita un’impressione esteticamente sgradevole. La definizione che ne dà il vocabolario distingue perfettamente le due cose, ma lascia irrisolto il problema. Il vocabolario, per poter fornire al proprio fruitore una risposta, deve inevitabilmente tenersi in superficie. Calarsi significa cominciare una discesa al termine della quale non siamo sicuri ci sia un fondo. Bello e brutto suscitano gradevolezza o sgradevolezza in base a quali parametri? È soggettivo? È istintivo? È biologico? È frutto di stratificazioni culturali? Una risposta a questo il vocabolario non la può fornire. Ci proviamo noi.

Al di là che ci fa stare bene, qual è la prima cosa che possiamo dire sulla bellezza? Molte, ma potremmo ad esempio azzardare che la bellezza sia movimento; movimento nel tempo, più che nello spazio. Ciò che piace ai figli raramente desta gradevolezza nei padri. Non è sempre vero, certo, ma il più delle volte le “vecchie” generazioni non riescono a trovare un senso in ciò su cui si baloccano le nuove leve – è successo molte volte nella storia dell’arte – per cui non riescono a trarne un giovamento. A loro volta, i figli, notano nella produzione dei padri e dei nonni elementi antiquati e anacronistici: per questo poco lodevoli o degni di attenzione. La bellezza, e la bruttezza di conseguenza, si evolve col passare degli anni. Essa è senz’altro legata al concetto di cultura, e quindi di canone; ma cultura e canone si evolvono, e per questo possiamo notarne un movimento.

Questo movimento è legato a fattori storici, a cambiamenti sociali, a rivoluzioni scientifiche, a nuovi modi di vivere e di intendere la vita. Potremmo dire, semplificando, che è legato a nuove esigenze. Cernere lo scarto dal lodevole, distinguere il bello dal brutto non è altro che il tentativo di rigettare l’inutile e conservare l’utile. Il falegname scarta i trucioli; il pianista, le stonature; il grammatico, gli errori. Va da sé che uno scrittore produce molto più scarto degli altri: ironia dovuta. Ciò che ci pare brutto oggi, può diventare gradevole domani: gli errori grammaticali possono diventare opportunità espressive; i trucioli, bellissime pagine di libri; la musica… un esempio in musica potrebbe essere Luciano Berio.

La distinzione bello/brutto è quindi limitata. I film horror cercano nella bruttezza elementi che suscitino una qualche reazione nei loro spettatori. Anche certa arte contemporanea cerca di fare lo stesso. Il brutto, in alcuni casi, è utile. Se è utile, diventa gradevole. Quindi la distinzione non può essere tra bello e brutto; semmai tra utile e inutile. L’inutile si scarta. Lo scarto non scartato (ad esempio gli escrementi) produce sgradevolezza. E benché anche gli escrementi pare siano ad un certo punto diventati oggetti d’arte, la loro utilità stava nel simbolismo che rappresentavano. Possiamo affermare che un piatto di spaghetti sia esteticamente bello? In un certo senso lo è, perché è utile. Un giorno i nostri discendenti probabilmente mangeranno solo più insetti. Sono sicuro che quando verrà il loro turno, troveranno un piatto di vermi tanto attraente quanto lo è per noi un piatto di spaghetti. È bello ciò che è utile.

I grandi movimenti artistici, e prendo in esame soprattutto quelli apparentemente più astrusi come l’impressionismo il simbolismo e le avanguardie, hanno avuto successo perché sono comparsi in un momento storico in cui erano necessari, ci erano utili. Potremmo azzardare che non sarebbero potuti apparire prima, anche se da sempre esistono gli innovatori quasi tutti incompresi, perché prima non ci sarebbero stati utili. Lo scrittore troppo affezionato alle sue parole è destinato a produrre bruttezza, perché incapace di scartare l’inutile. Solo distinguendo, e quindi separando, l’utile dall’inutile possiamo sperare di produrre bellezza.

La mia opinione in merito, quindi, è che se vogliamo distinguere il bello dal brutto la prima cosa che dobbiamo chiederci è: cos’è che mi è utile?

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Note

Nel frontespizio un quadro di Leonid Afremov, pittore biellorusso: impressionismo moderno.

Più in basso, Merda d’autore di Piero Manzoni.

47 Comments on “Come distinguere il bello dal brutto

  1. Chissà se odora ancora…

    Bisognerebbe peròdistinguere tra bello e arte, perchè non tutto ciò che è bello è arte e non tutto ciò che è arte è bello. Anzi.
    L’idea di associare la bellezza all’“utile” è in fondo un po’ un’estensione del concetto biologico di bellezza. Però biogna in questo anche tener conto che la biologia non è perfetta e che il nostro organismo potrebbe considerare eroneamente utile, per qualche ragione antropologicamente istintiva, qualcosa che in realtà ci è dannoso, come l’esempio dei dolci.

    Resta poi il fatto (curioso) che ci sono cose quasi universalmente belle come un tramonto o una luna piena, fenomeni che peraltro non paiono avere alcuna utilità diretta.

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    • Hanno un utilità simbolica, biologica, culturale, e via dicendo. Potremmo tranquillamente affermare, anche se non abbiamo la capacità di provarlo ogni volta, che tutto ciò che è belle ci è per forza, almeno in qualche modo, anche utile.

      Invece non comprendo la distinzione tra bello e arte. Non porrei dei vincoli al concetto di bellezza. Qui stiamo parlando di estetica nel senso più ampio possibile. E anche l’arte, almeno quella “bella”, è utile.

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      • ste cose difilosofia estetica sono più complicate degli elementi finiti 😛 ogni volta che provo a formulare un discorso mi si intreccia con un altro 😀

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    • Il problema è linguistico: il “bello” si riferisce a una percezione personale; “arte”, non si sa: si può riferire a un insieme di qualità dell’oggetto, o anch’esso a una percezione personale, ma non è chiaro. I termini hanno un loro campo semantico: se quello di “bello” è in buona parte condiviso come un certo tipo di sensazione, quello di “arte” è talmente ampio da essere difficilmente condivisibile tra i parlanti. La mia idea comunque è che “arte”, come “bello”, si riferisca a un tipo particolare di percezione, a una classe di percezioni, e il suo campo può essere in sovrapposizione con “bello”, nel senso che, avendo un set di parole limitato, ci possono essere punti in cui ci viene il dubbio sul dove mettere un termine relativamente lontano da tutti i prototipi papabili. Il pomodoro è una verdura, un frutto, o una bacca?

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  2. Questo post è molto interessante, ma la tua interpretazione in chiave “pratica” mi sembra un po’ riduttiva. Può essere vero che un “bel” libro e una “bella” canzone lasciano qualcosa al fruitore, e quindi sono anche “utili”, ma ci sono anche opere che danno un puro piacere, senza aver alcun impatto a livello pratico. Penso per esempio agli abiti di alta moda: quando guardo qualche sfilata, dico: “meraviglioso, ma… dove cxxxo vado?!” Stesso concetto può essere valido per certi piatti di novelle cuisine: il loro aspetto è quello di una vera e propria opera d’arte, ma vai a pagare 50 euro per tre olive e, appena uscito dal ristorante, ti fermi a comprare il panino con la porchetta dal furgoncino parcheggiato all’angolo della strada. A volte, nella bellezza, ci può anche essere un piacere fine a se stesso. 🙂

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    • Tutto ciò che ti procura “puro piacere” è per sua stessa definizione utile. La vita umana, oltre alle esigenze biologiche impellenti, ha anche bisogno di qualcosa di impalpabile ma necessario come, appunto, il piacere. Quindi no, non concordo. 🙂

      Il piatto della nouvelle cuisine e il panino del porcaro sono entrambi “belli” pur rispondendo a esigenze diverse, e entrambe legittime, del fruitore. Quindi si posso apprezzare entrambe senza per altro essere in contraddizione.

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      • Forse, allora, avevo frainteso io il tuo concetto di utilità. Vista da questa prospettiva, la questione assume luce diversa. ora concordo. 😉

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      • Il bisogno del piacere potrebbe essere momentaneo, perché ci si assuefa a tutto. Per esempio, gli orrendi quartieri privi di qualsiasi pianificazione che abbiamo creato a Mestre sono l’inferno per chiunque arrivi da un paese sano; eppure, stando là, ci si assuefa, non si sente più il bisogno di qualcosa di diverso. A proposito di utilità, quei palazzi sono utili ad accatastare come sardine migliaia di persone arrivate in poco tempo; però di norma a chi viene da fuori non appaiono belle. Se tu usi un senso così ampio di utile, viene da chiedersi: cosa non è utile? Anche un oggetto diventa utile per il solo fatto che è possibile interagire con esso, che è possibile percepirlo. Tutto ciò che è commestibile è utile; anche tutto ciò che è bevibile; ma allora anche tutto ciò che è ascoltabile, guardabile, pensabile… perché se non ci fossero quelle cose, non potrei vederle e pensarle, quindi sono utili in relazioni alla mia possibilità di pensarle e vederle.

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        • Non è utile tutto ciò che ci pare brutto. Ad esempio, parlando di Mestre, ci saranno sicuramente modi molto più razionali ed efficienti di inscatolare tante sardin… persone. Mestre è brutta e basta.

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          • Molte cose della scienza appaiono brutte, però sono utili. O quantomeno appaiono brutte a molti italiani, visto la fobia che hanno per il suo formalismo. Il problema della tua idea, sulla quale ti consiglio di non sedimentarti troppo, è questo: se da un lato è vero che la percezione dell’utilità, l’economia, l’efficienza (come quella di un disegno tecnico, ingegneristico, spesso percepito come bello in effetti) hanno dei legami con l’estetica, pure è vero che il concetto di “utilità” è soggettivo, estremamente variabile, e in buona sostanza indipendente da quello del bello (nel senso che nel perseguire l’utilità una persona pone criteri diversi dall’estetica, di norme, e il porsi come criterio l’estetica diversamente porta a cose utili in senso proprio). Piuttosto espanderei l’idea per la quale etica ed estetica siano lo steso tipo di giudizio, solo applicato ad àmbiti diverso (l’etica ad azioni/situazioni di interazione umana, l’estetica ad oggetti).

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            • La mia idea non vuole essere esaustiva, ma allo stesso tempo non mi pare poi così fuori luogo. Il fatto che l’utilità sia molto soggettiva, e questo è certamente vero (perché le esigenze possono cambiare da uomo a uomo), spiegherebbe ad esempio le differenze di gusto da individuo a individuo. Invece inserirei nel ragionamento una certa dose d’inganno. Mi spiego meglio: prendiamo il brufolo. Il brufolo è uno dei modi che il corpo umano ha di espellere scarti. Potremmo quindi definirlo senz’altro utile, ma altrettanto certamente nessuno si sognerebbe di definire bello un brufolo. Questo è spiegabile in due modi: da un lato abbiamo la tendenza a guardare solo la superficie delle cose, quella più evidente, e non riscontrando un’immediata utilità nel brufolo lo classifichiamo come brutto. Poi il giudizio diventa sociale e via dicendo. Dall’altro il brufolo fa parte del meccanismo dello scarto; cioè il corpo espelle da sé ciò che non gli viene utile, e quindi è effettivamente brutto. Mi spiego?

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              • Se vuoi usare l’utilità come giustificazione alla soggettività del gusto, allora dovresti dire che una singola persona trova sempre bello ciò che trova utile in base ai suoi bisogni, e sempre brutto ciò che trova non funzionale ai suoi bisogni. Il che è chiaramente falso: basti pensare a chi compra un sacco di cose che non gli servono a nulla…
                Si potrebbe dire che in genere in una donna piacciono quelle caratteristiche che segnalano l’avere una buona probabilità di produrre una prole sana: in questo senso sono caratteristiche utili. D’altro canto, essendo io molto insicuro e molto frustrato, tendo a percepire come “belle” caratteristiche che le altre persone potrebbero definire repellenti, perché mi fanno sentire più a mio agio, mi fanno sentire meno il peso dell’aspettativa, mi dànno l’impressione di dovermi forzare di meno. Ora, definiremmo tali caratteristiche utili? A me pare chiaramente invece un superstrato sociale che va a sovrapporsi alla mia biologia; alla base c’è sempre la ricerca di un vantaggio, ma questo vantaggio non è dato in base alla mia biologia o ai miei bisogni, ma in base a ciò che io credo di sapere sulle persone che mi circondano (e non in base alle vere caratteristiche di queste persone).

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                • Forse dovremmo allora discutere l’estensione semantica della parola utilità, perché non è vero che comprare compulsivamente un mucchio di roba inutile sia inutile, è utile ad esempio al morale. Così anche giocare ai video games: sembra un’attività inutile, ma non è meno inutile che leggere narrativa. È una provocazione, ma fino a un certo punto. Entrambe per lo meno aiutano a intrattenere, distrarre dalla quotidianità (e i suoi problemi), arricchire la vita “immaginifica”.

                  Mi trovo molto più d’accordo con la seconda parte: il senso del bello è in qualche modo lusingato dalle aspettative sociali e dall’opinioni del prossimo, soprattutto se percepito meritevole di fiducia o autorevole in un determinato campo. Per intenderci, portare i pantaloni a metà sedere è indubbiamente una cosa inutile (oltre che stupida), tuttavia entrano in gioco anche altri fattori.

                  Che il discorso fosse complicato era ben chiaro, ma non scarterei l’idea dell’utilità/inutilità. Mi pare di scorgere in essa delle potenzialità, soprattutto se focaliziamo poi il discorso alla scrittura: imparare a distinguere ciò che in una determinata narrazione è utile da ciò che è inutile non può non produrre un beneficio estetico.

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                  • Così ritorniamo all’inizio: cioè in realtà non c’è nulla di inutile. E allora com’è che qualcosa può apparire brutto? Tu fai un ragionamento tautologico, infalsificabile: per esempio, qui quello che stai dicendo è “il piacere è utile, un videogioco bello è piacevole, quindi un videogioco bello è utile”, e grazie tante! Sarebbe più facile dire che un essere umano agisce per inseguire il piacere, e se insegue il dolore allora il dolore è il suo piacere, ché pure questo è un ragionamento tautologico.

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                    • Il punto è che forse non c’è qualcosa di utile o inutile in senso assoluto, come non c’è qualcosa di bello o di brutto in senso assoluto. Le due cose sono appaiate. E così anche per l’etica. Utilità, bellezza e etica mostrano lo stesso difetto se adoperati per spiegare l’estetica. Solo che rispetto agli altri due termini, l’etica mi pare molto più pericolosa da tirare in ballo.

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  3. Io credo che il bello sia bello punto, ma che rivesta. Quando parli di biologia mi viene facile l’esempio: siamo ossa, nervi, vene, muscoli… ma sembriamo altro. La bellezza maschera la sostanza come un velo è la carta dorata del regalo. Per questo io spesso trovo belle le cose brutte ma che nascondono il vero bello.

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    • Ma il bello che si nasconde dentro è sempre legato in un certo senso all’utilità: una persona buona dentro è, ad esempio, una persona da cui non temere un’aggressione; è questo è senz’altro utile.

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    • Non proprio, noi siamo un insieme di tutte quelle cose che hai elencato, e quell’insieme si chiama essere umano, non è che sembriamo altro, sembriamo proprio quel che siamo 😉

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      • Sì ma sinceramente se vedi un bel paio di gambe pensi che belle vene, che bel muscolo, che bellissimo e perfetto osso o solo l’insieme? Se fossimo tutti calvi e con la pelle macchiata tipo fungo siamo certi che ci piaceremmo lo stesso?

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        • Che bel muscolo sì 😛 A parte la battuta ovvio che guardiamo l’insieme ma l’insieme non è altro, è proprio l’insieme di quelle cose lì: quando guardi un paio di gambe vedi pelle che copre muscoli, grasso, ossa, tendini, ecc. che nel loro insieme armonioso formano delle belle gambe 😉

          A parte che i calvi sono bellissimi 😀 😛 se fossimo tutti così sì, ci vedremmo belli lo stesso, sarebbero diversi i canoni perchè saremmo diversi noi.

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          • se lo fossimo tutti hai ragione e qui infatti sta il tranello ma se lo fossero solo alcuni, allora no, sarebbe impietoso il suddivere per canoni estetici. Non volevo pestare i calli ai calvi, ops, ma mettiamola così: una donna calva sa di malata… sono tutti preconcetti ma spostano il senso del bello, ahimè.

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        • Se fossimo tutti così, senza dubbio: esattamente come un rospo trova bella una rana. Questo lo diceva Leopardi… Anche una donna calva sarebbe bella se per qualche motivo quello ci viene presentato dai molti come desiderabile.
          Guardando una gamba non penso all’osso; ciò nonostante, una tavola anatomica ha il suo modo di essere bella.

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  4. È bello ciò che utile per noi…oggi sono uscita prima dall’ufficio e mi sono fermata a fare una passeggiata in centro, con il sole il centro di Bologna mi è sembrato bellissimo ed è stato molto utile al mio spirito. Ho respirato nell’aria il profumo della primavera ed ero così contenta che ho dato un euro a un barbone e lui mi ha sorriso con gratitudine, anche il suo sorriso mi è sembrato bello anche se poveretto aveva tutti i denti gialli.
    La bellezza può essere anche ciò che agli altri sembra brutto…

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  5. Io ero rimasta a “Bello e impossibile”. Devo aggiornare a “Bello e utile”? XD
    Che poi dovremmo discutere pure sull’utilità, pure quella è soggettiva. Mentre i miei colleghi osservano segretarie bellissime dalla testa vuota e le trovano parecchio utili, io le trovo parecchio inutili, perché la testa ce la devo mettere io al posto loro, o peggio deleterie proprio, perché fonte d’invidia e sragionamenti vari. E mai, dico mai, che abbia la possibilità di essere nella condizione inversa… Niente segretari.
    Quindi se la bellezza è soggettiva, non è che con l’utilità ci salviamo.

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  6. Alla fin fine io ti risponderei come il professor Keating. In questo caso: noi amiamo il bello perché siamo membri della razza umana, e la razza umana è piena di passione.
    Perché una cosa è bella o perché non lo è. Perché ci suscita emozione o ci lascia indifferenti, dipende dall’intricata selva di ramificazioni nervose e dna di cui è composto il nostro corpo. Comprendiamo la bellezza per istinto e per cultura.
    Quel nostro progenitore che disegnò per anni dentro le Grotte di Lascaux, chi era? Quale impulso di arte e bellezza lo ha spinto a voler rappresentare quel che vedeva del mondo. Quel che i suoi occhi filtravano del mondo. A imprimerlo sulla roccia, per suscitare emozioni per sé e forse per altri.
    Io non so l’arte o la bellezza sono utili. L’arte può essere utile o inutile allo stesso tempo.
    E’ utile perché risveglia in noi umani istinti e piaceri che altrimenti resterebbero sopiti. E’ inutile perché nella storia, ogni qual volta che la civiltà entrava in crisi e la sopravvivenza diventava la necessità quotidiana, la prima vittima era l’arte. La ricerca del bello il superfluo da sacrificare per la pura e semplice sussistenza.
    Per me il bello è come la luce. In termini grezzi la luce è composta da fotoni scagliati a 300 mila chilometri al secondo. In termini reali è la percezione del mantello di colori che si distende tutto attorno a noi.

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    • Andando ancora più in profondità dovremmo dire che i fotoni stessi sono nostre interpretazioni. Secondo Tegmark, se togli le interpretazioni, la cosa più semplice è dire che l’universo, nella sua essenza, è matematica: alla fine, secondo questo modo di vedere, Platone aveva più ragione di Aristotele. E anche io, comunque, sono nulla più che un frammento di una equazione differenziale.
      All’epoca di Lascaux non si faceva arte principalmente per “emozione”, quanto per religione, per protezione mistica. L’idea dell’arte come emozione è una nostra fissa, ma, per dire, al tempo di Michelangelo era ancora artigianato, al tempo di Voltaire era un qualcosa di sostanzialmente politico. L’arte come emozione diventa dominante quando gli altri scopi si sono rivelati o insostenibili, o meglio realizzabili da altri mezzi. D’altro canto certi casi di “design” geometrico preistorico sono interessanti da questo punto di vista. Ma mi viene da pensare: diresti che un bambino che fa scribbling che esprime un’emozione? In realtà è solo uno sfogo fisico, un gesto, non deve esserci emozione per forza dietro un gesto artistico.
      A tal proposito, l'”utilità” dell’arte non può certo essere paragonata al tipo di utilità della scienza: non è l’arte che mi sta facendo scrivere queste cose, non è l’arte che può farci uscire da una crisi, non è l’arte che può curare il cancro. Ciò nonostante, non direi che nei periodi di crisi l’arte venga sempre messa da parte, nonostante sarebbe logico. In realtà, per qualche motivo, la nottola di minerva spicca il suo volo al crepuscolo: è per la filosofia, ma si adatta bene anche all’arte; per esempio, l’arte del Rinascimento raggiunge il suo apice solo dopo la morte di Lorenzo e la ripresa delle guerre, cioè quando le cose iniziavano ad andare peggio. Il medioevo è sicuramente vero che perde nozioni tecniche, ma la sua arte non è inferiore a quella del Rinascimento o dei Romani, anzi per molti aspetti è più razionale e funzionale a scopi concreti (per questo preferisco l’architettura medievale a tutta la successiva). Eccetera.

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      • «All’epoca di Lascaux non si faceva arte principalmente per “emozione”, quanto per religione, per protezione mistica. L’idea dell’arte come emozione è una nostra fissa, ma, per dire, al tempo di Michelangelo era ancora artigianato, al tempo di Voltaire era un qualcosa di sostanzialmente politico. L’arte come emozione diventa dominante quando gli altri scopi si sono rivelati o insostenibili, o meglio realizzabili da altri mezzi» – e in tutto questo non possiamo leggerci delle forme di utilità/inutilità? L’arte cambia funzione a seconda del periodo storico in base a ciò che in quel contesto è più utile.

        Io ricordo una lezione di Ferraris, quando studiavo estetica con lui, in cui citava credo un russo (o forse era un tedesco?) che parlava proprio della funzione dell’utilità nella narrativa come fattore estetico. Riuscissi a ricordare chi cacchio citava…

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        • @Alessio
          Il tuo discorso è coerente e in buona parte sono d’accordo. Però io credo che in un artista, il fattore emotivo, l’urgenza di esprimere qualcosa, è insito nella creazione.
          Le suggestioni, le associazioni del vissuto, l’inconscio, sono tutti elementi che influenzano l’artista. Dietro ogni creazione si cela un’emozione. Anche Einstein che matematicamente cercava di far quadrare la relatività sprigionava un’emozione.
          Il fatto che gli storici interpretino Lascaux per esigenze religiose, è una nostra interpretazione. Non eravamo presenti ai tempi. Non sappiamo se il pittore fosse uno schizofrenico, uno che era diventato un santone o un asociale emarginato.
          L’emozione del creare l’arte è una costante che ci tramandano sin dall’antichità. L’invocazione alle muse cosa sarebbe se non il desiderio di poter avere l’ispirazione creativa. E quindi un impulso che portasse il poeta a compiere un viaggio portentoso dentro e fuori se stesso. Ai tempi di Michelangelo avevano già una piena consapevolezza che la pittura non fosse una roba da imbianchini. Michelangelo gettava i martelli se qualcuno lo importunava nella sua creazione.
          E poi è molto interessante quel che evidenzi. Cioè il massimo splendore al momento della decadenza. Basti pensare che il momento culminante della filosofia greca con Socrate, Platone e Aristotele si ha quando sostanzialmente Atene, con la sconfitta nella guerra del Peloponneso, è in profonda decadenza politica ed egemone.
          O la Venezia del seicento settecento, che nel momento del declino finale ancora sapeva esprimere alti livelli artistici.
          A volte nei declini si crea una sorta di coda lunga. Però è innegabile che caduto l’impero romano d’occidente, l’arte figurativa, architettura, la poesia, la filosofia, hanno avuto un lento e inesorabile declino.
          La nostra stessa cultura occidentale si è salvata grazie agli arabi, alle abbazie e a quel tipo megalomane di Carlo Magno. 😉

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    • Una cosa interessante che si può trarre dal tuo commento, Marco, è che probabilmente ci sono diverse scale di utilità. Allora dovremmo in qualche modo “complicare” il termine stesso distinguendolo sia per intensità sia per valore: ci sono, ad esempio, cose più utili alla sopravvivenza in un determinato contesto, che però diventano poi inutili quando quel contesto è ormai superato ed entrano in gioco altri fattori. È tutto così liquido…

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      • Credo che nel cogliere la realtà liquida, ci sia qualcosa di fortemente bello.
        Non c’è nella evoluzione dell’uomo un percorso coerente. Ma come in una continua evoluzione della specie (fatta di casualità) man mano si sono creati percorsi differenti nell’arte, nella tecnica, nel pensiero.
        Noi umani abbiamo una forte necessità di catalogare e spiegare tutto. Spiegare il periodo romano, le correnti artistiche, la religione, i segni astrologici in cielo. E spesso in questo dare un nome e una definizione a ogni cosa, ci dimentichiamo di chi quelle cose le ha vissute realmente e che probabilmente ignorava le definizioni che noi gli avremmo dato. Fra cinquecento anni giudicheranno e catalogheranno il nostro tempo, in stereotipi in cui, la tua esperienza di vita, i miei singoli giorni, le aspirazioni collettive o le grandi tragedie, avranno una definizione che sarà indubbiamente falsa. Non è la somma di quel che siamo tutti assieme adesso, a dare un significato inappellabile al nostro tempo. Ma la singolarità di ciascuno di noi, che nella sua unicità, sostanzialmente non verrà compresa.

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        • Probabilmente è vero. Il nostro “lavoro” di scrittori però è proprio quello di attribuire nomi più precisi possibili alle cose. Cos’è altrimenti un romanzo, se non il tentativo di attribuire un nome complesso a una determinata sfumatura dell’esistenza? Il romanzo, o almeno certi romanzi, è secondo me un nome complesso: un insieme di nomi singoli incatenati fra di loro che spirano verso uno scopo finale: l’obbiettivo del libro. Quando non hai un singolo nome per spiegare la bellezza, ci fai un film. Magari non ci riesci lo stesso, a spiegarla, ma hai fatto comunque qualcosa di bello. Bello, perché utile (almeno nelle intenzioni).

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          • Hai ragione, noi tentiamo di dare un nome preciso alla cose. Ma sostanzialmente il massimo che possiamo è avvicinarci per approssimazione.
            Se guardiamo la carriera artistica di Michelangelo, se vogliamo prenderlo a modello del bello, notiamo la perfezione della Pietà giovanile, quella del Vaticano. L’impetuosa mole del David. La rabbia concreta del Mosè. L’immensità della Cappella Sistina. Ma io dopo aver veduto tutte queste opere di un bello pressoché perfetto, preciso, mi sono commosso con una emozione vera, come nessun altra sua opera, di fronte alla Pietà Rondanini, al Castello Sforzesco di Milano.
            Immaginarsi il Michelangelo vecchio a scolpire quel duro marmo. Vedere l’espressività di quella figura volutamente abbozzata, non finita, incisa da colpi di scalpello volutamente non perfetti, mi ha fatto comprendere che il bello è anche nel cercare l’imprecisione. Il bello, anzi, spesso è l’imprecisione di una cosa perfetta.
            E questo posso dirlo perché da giovane componevo musica. Registravo dalla tastiera elettronica i brani tramite il midi al computer.
            La composizione che io registravo aveva un anima. Ma se le stesse mie note le eseguiva da spartito il computer, che le eseguiva con una perfezione al milionesimo di secondo, era sterile. Uno spartito di qualsiasi sinfonia, se suonato alla perfezione da un computer è orrendo. Per questo, un direttore d’orchestra, che interpreta lo spartito, che ne scandisce i tempi in una matematica imperfezione, riesce a riempire di anima e bellezza le note inanimate di un foglio.

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  7. Dai primi commenti sotto vedo che il concetto di utile va ben al di là di una mera questione biologica, il che mi conforta come essere umano; di fatti molte sono le cose “utili”, e su molti differenti livelli. Prima di tutto si distinguono due tipi di “utile”, sotto quest’ampia accezione: quello materiale – il piatto di spaghetti, un letto comodo, ecc. – e quello che possiamo chiamare spirituale, in cui includo il piacere estetico. Ci sono cose che non ci servono, almeno in apparenza, su un piano strettamente pratico, eppure stimolano in noi quel senso d’attrazione, di piacevolezza cui il vocabolario accenna. Mi sembra un buon punto su cui riflettere.

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  8. Pingback: Bello o brutto? – Profezia privata

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