Lo spazio bianco

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Un carattere invisibile ma indispensabile

Un testo non è fatto solo di segni. Ciò che tracciate sul foglio, a mano o a macchina, non avrebbe un ordine né un senso se a separarli non ci fossero gli spazi bianchi. Gli spazi bianchi dividono prima le parole, poi i capoversi, quindi i capitoli e infine i testi. Alcuni credono che i caratteri e la punteggiatura siano gli unici segni da dominare nella scrittura: non è così. Lo spazio bianco è esso stesso un carattere; un carattere dominante per di più.

«[…] da un sistema antico, greco-latino, di separazione delle parole con punti rigo, si è passati, già nel I secolo d.C., a un sistema di scrittura continuo, privo di spazi separativi; da esso, gradatamente, fra VII e XII secolo, per impulso soprattutto di scribi irlandesi e anglosassoni, si è giunti prima all’introduzione di spazi fra gruppi di parole e quindi all’uso moderno della regolare separazione delle singole parole fra loro».[1]

Quanto.poco.comprensibile.potrebbe.essere.per.noi.un.testo.le.cui.parole.
sono.divise.anziché.da.spazi.bianchi.e.dalle.marcature.interpuntive.solo.
da.punti?
O,peggioancora,unafilainterminabiledicaretteridivisi,ditantointanto,da
segniparagrafemiciilcuiunicoscopoperò,èsoloquellodidividerelesingoleunità
disenso,cioèlefrasi.


Considera l’o’o

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«Avevi promesso!» disse il piccolo Abe: braccia incrociate, sguardo infuocato.

Il vecchio Corbin Keep, che fissava i margini della palude da ormai cinque minuti buoni, parve non sentirlo. Era tutto proteso verso le fronde degli alberi. Il mento alto, i lineamenti tesi.

«Avevi promesso…» ripeté Abe, un po’ meno convinto.

«Eh?» Corbin mosse impercettibilmente il viso nella direzione della sua voce. Lo scorse con la coda dell’occhio e ne fu sorpreso. «Come dici?»

«La storia,» precisò Abe, «avevi promesso».

«Ah. Sì, sì certo: la storia…» Per un momento il vecchio tornò a fissare la palude. Soprappensiero. Poi parve ricordarsi della presenza del nipote. «Hai finito i compiti?» Il tono completamente diverso: più serio.

«Tutti!» puntualizzò Abe.

Corbin era di Oakland, California. Da ragazzo aveva seguito il padre alle Hawaii. Come molti suoi coetanei era partito per il Vietnam. Dismessa la divisa, era tornato a casa e aveva conosciuto Leia, che era hawaiana: pelle color caramello, lineamenti sottili. Si erano sposati l’anno successivo. Nel frattempo Corbin aveva trovato lavoro come guardiacaccia nel parco dell’isola Kauai, la quarta per grandezza. Avevano avuto due figli maschi e una femmina. I quali, a loro volta, si erano sposati e avevano dato loro molti nipoti. Abe era l’ultimo arrivato, figlio di sua figlia, e più di tutti assomigliava alla nonna di cui aveva preso i lineamenti.


Il loquace silenzio del punto

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Come si usa, il punto?

Siamo abituati a immaginare le interpunzioni come a delle pause; le stesse che si fanno parlando o leggendo ad alta voce. Tuttavia la lingua scritta non ha marcature specifiche atte a indicare delle interruzioni fonetiche: servirebbero per esse molti più punti. Quelli esistenti servono invece a indicare una marcatura ideale che è traccia «dei processi di pianificazione e guida per la lettura»[1] di un testo.

Una strutturazione difettosa si manifesta attraverso un disagio interpuntivo. L’indecisione a inserire il punto corretto nella giusta posizione è sintomo di quel «male oscuro» che è l’incapacità di costruire il testo. Costruire un testo in forma scritta segue procedure diverse da quelle del parlato. Nell’oralità le pause e le intenzioni sono indicate dall’intonazione e dal ritmo naturale del respiro. Il compito della punteggiatura, invece, è di marcare la struttura sintattica. Lo si nota in modo lampante quando si cerca di trascrivere, nel modo più fedele possibile, le registrazioni di colloqui orali.


Love coach

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In edicola la prossima settimana

Alcune sere d’autunno sanno essere interminabili. Soprattutto quando te ne stai chiusa in casa, in attesa che qualcosa succeda. Ma a starsene sola le probabilità che questo avvenga, che la tua vita improvvisamente prenda una nuova piega, non sono favorevoli. Cosa potrebbe mai accadere? Il principe azzurro non bussa alla tua porta; quasi mai…

Con mio padre ho sempre avuto un pessimo rapporto. Lui era buono, gentile, premuroso ma, per quanto amorevole potesse essere, prevaleva l’apprensione, l’ansia, la paura che qualcosa potesse accadermi. E infatti in tutta la mia infanzia e in buona parte dell’adolescenza non mi è mai capitato nulla. Ero una figlia devota, una bambina educata, una compagna di scuola gentile; in una parola: insipida e insicura. La prima parte della mia vita è scivolata via senza lasciare alcuna traccia; come se non l’avessi veramente vissuta. Il resto è trascorso nell’ansia di recuperare il tempo perduto.

A casa mi sentivo soffocare. Così, quando finita l’università mi trovai un lavoretto da segretaria in una grossa azienda, presi un piccolo appartamento in affitto in centro città, con il cuore colmo di speranza, e fuggii dalla campagna. In città speravo che qualcosa capitasse, che qualcuno mi notasse, che l’amore tanto desiderato, quello dei romanzi, di certi romanzi, bussasse alla mia porta.

I primi tempi, quando i trent’anni erano ancora lontani, per lenire quest’ansia piena di aspettative mi affezionavo a chiunque dimostrasse nei miei confronti anche solo un pizzico di curiosità. Bastava uno sguardo attento davanti alla fotocopiatrice, o una parola gentile in coda alla macchinetta del caffè, o un gesto pieno di attenzioni quando un foglio restava bloccato nella stampante: e io cominciavo a sospirare. Passavo il resto della giornata a fantasticare su quello sguardo, su quel gesto, su quella parola; a immaginarmi tra le braccia di quell’uomo così gentile da aver notato la mia presenza in questo mondo. Sognavo sere romantiche, cene a lume di candela, parole dolci come il miele. Sognavo notti infuocate, gesti azzardati, una fuga verso la felicità.

Quando questo avveniva, quando credevo di innamorarmi, capitavano due tipi di cose…

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… continua sullo speciale 01/2017 di Confidenze, in edicola dal 28 dicembre.

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Note

Quest’anno quelli di Confidenze hanno deciso di raccogliere nel loro numero uno, il primo volume dell’anno, solo racconti d’amore.


L’interpunzione nei dialoghi

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Come usare la punteggiatura nei dialoghi

Imparare ad adoperare correttamente la punteggiatura non è quasi mai uno spreco di tempo; per uno scrittore lo è ancora meno. L’uso controllato dei segni para-grafemici non solo aiuta chi vi legge a capire ciò che state dicendo, rende anche più naturale e quindi gradevole la vostra scrittura. Ciò che si ama davvero di un romanzo è la capacità dello scrittore di catapultarvi lì: dentro la storia. Gran parte del merito va alla sua immaginazione, una parte cospicua alla capacità retorica; ma retorica e fantasia nulla possono davanti a una punteggiatura scorretta. La naturalezza, in un romanzo, è sempre il prodotto di un abile artificio.