Ogni romanzo ha una data di pubblicazione. Molti hanno anche una data di stesura. Pochissimi, una vera e propria data di nascita. Ulpia non è nato quando ho scritto la sua primissima pagina, e nemmeno quando ho deciso di raccontare la storia di una ragazzina cresciuta in un lupanare. La sua origine è molto più antica. Per ritrovarla bisogna tornare indietro di parecchi anni, a un’immagine che cominciava a prendere forma tra la prima e la seconda superiore. Poteva essere il ’92 o il ’93. L’idea di allora era semplice: un uomo del futuro vuole convincere Giulio Cesare a non attraversare il Rubicone, cambiando in questo modo il destino di Roma: le lunghe, estenuanti guerre civili che hanno fiaccato l’Impero molto più di quanto non abbia fatto il Cristianesimo o i barbari sul limes o l’esaurimento delle miniere d’argento iberiche. Il guaio, all’epoca, è che non ero in grado di scriverla una storia così. Non al livello che avrei voluto io. Così, avendo una mente logica, ho catalogato e archiviato l’idea. La stessa fine l’hanno fatta numerose altre. C’è di buono che adesso ne ho un’inesauribile scorta. Ogni tanto tornavo con la mente alla tenda di Cesare. Aggiungevo qualche dettaglio, ne approfondivo un altro, e l’idea piano piano ha lievitato in me. Silenziosa. Fatua.

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Costretto ad allestire per sé e gli amici una vera e propria “tipografia” amatoriale, si può facilmente immaginare come Attico avesse in seguito deciso di trasformarla in un’attività speculativa. Nascono così le “librerie editrici”; ovvero delle taberne aperte sulla pubblica strada, come parte aperta delle domus private o negli edifici pubblici, in cui si vendevano manoscritti di autori classici. Competitori di Attico in questa attività troviamo i Sosii, proprietari di un negozio di libri (i volumina) nei pressi del vico Tuscus, come ci ricorda Orazio; mentre Tito Livio, e più tardi Seneca, facevano i loro acquisti da Doro. Infine, molto nota, era anche la bottega di Trifone.

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Nel 1930 Robert Musil pubblicava a Berlino il primo dei due volumi de L’uomo senza qualità, un vastissimo romanzo diviso in tre parti. Il secondo volume uscirà nel 1933, mentre il terzo non uscì affatto. L’Uomo senza qualità, opera monumentale, al pari dell’Ulisse di Joyce e della Ricerca del tempo perduto di Proust è considerato uno dei massimi capolavori della letteratura mondiale rimasto, ahimè, incompiuto. È ambientato nella capitale di un impero pluri-etnico immaginario chiamato Kakana, la quale non è dissimile dalla Vienna dell’autore, che è austriaco. Narra la vicenda esistenziale e spirituale di Ulrich – l’uomo ideale – il quale riassumendo in sé le qualità del secolo appena iniziato, il Novecento, vive un’esistenza priva di autentici interessi in modo quasi alienato dal mondo reale.


Tutti conoscono la storia dell’anima gemella, dell’altra metà della mela. Ma questa è, appunto, solo una storia. Bella da ascoltare e, forse, da raccontare; persino romantica. Ma solo una storia. La verità è che nasciamo soli, moriamo soli, e passiamo buona parte della nostra vita da soli. Non è la persona che abbiamo al nostro fianco a fare di noi ciò che siamo. Quella persona non è un accessorio costoso da indossare solo per sentirci “migliori”. E un uomo/donna che vede in noi quello che noi, proprio, non riusciamo a vedere.


Quello che separa l’edonismo, la magia, la religione e la medicina è un confine labile. Ossessioni, sventure, malattie e malocchi in principio sono la stessa cosa: un castigo che si cerca di scongiurare con un sacrificio. Le prime ostie furono sostanze psicoattive non diverse dalla canapa, dal vino o da certi funghi. Le prime droghe comparvero non per caso, ma come estrema difesa del mondo vegetale da quello animale. Vatti a immaginare che questo fu poi allo stesso tempo la ventura e la sventura di flora (e fauna).