Il romanzo postmoderno oggi

Dall’accumulo al minimalismo, dal minimalismo all’accumulo
Adoro gli oggetti vissuti.
Non perché abbiano personalità, non ce l’hanno; ma perché possiedono memoria. Gli oggetti usati hanno attraversato la vita, hanno una storia da raccontare, sono stati utili a qualcuno. Non è nostalgia da rigattiere. Non sono solito liberarmi di oggetti che mi sono stati utili solo perché nel frattempo sono invecchiati e appaiono logori. Possiedo un vecchio trabiccolo come automobile, e non mi sognerei mai di sostituirlo con uno nuovo fiammante. Ha 15 anni e mi ha portato ovunque; era presente quando ancora lavoravo nella mia vecchia azienda, mi osservava in mezzo al campo volo quando mi lanciavo col paracadute, mi ha scarrozzato in terra bulgara, mi ha riportato a casa quando sono rientrato in Italia, mi ha visto rimettermi in carreggiata con fertile fatica e, contro ogni pronostico, ha esultato per i risultati raggiunti. Cioè, non è che l’abbia proprio dato a vedere… ma io credo abbia esultato. C’è forse una correlazione molto profonda tra l’amare oggetti che hanno memoria e scrivere romanzi che vogliono lasciare memoria. E sia la memoria sia i romanzi hanno entrambi una correlazione molto stretta con le parole.
Cosa sono le parole se non portatrici di memoria? Tralasciando quando il problema principale riguarda il saperle usare, le parole hanno quella fastidiosa caratteristica di variare molto l’effetto che inducono negli altri in base a come le usi. E ovviamente ci sono molti modi di farlo. Due in particolare attirano la mia attenzione oggi, e mi hanno quindi indotto a compilare questo articolo sul romanzo postmoderno e i suoi derivati, che sono molti, moltissimi; una plenaria mutevole di forme e variabili che catalogare in modo didascalico poco ci gioverebbe: il minimalismo e l’accumulo. Non sono esattamente due figure retoriche; sono più due forme stilistiche che lavorano: la prima per sottrazione; la seconda per accumulo, appunto. Accumulo. Assaporate questa parola. Alcune hanno un gusto proprio, altre una loro friabilità: le parole non sono tutte uguali e non sono solo suoni. Sono anche sensazioni: ovvero un insieme sinestetico di informazioni che non riguardano solamente il senso del contenuto che veicolano, ma anche il modo in cui lo fanno. E questo è postmoderno.
Partiamo dall’inizio. Il minimalismo è probabilmente la forma narrativa più facile da spiegare. Immaginate uno scultore davanti a un blocco di marmo. La sua idea non consiste nell’aggiungere materiale, ma nel toglierlo. Colpo dopo colpo elimina tutto ciò che considera superfluo, finché non rimane soltanto ciò che reputa essenziale. In letteratura accade qualcosa di molto simile. Hemingway ne è probabilmente l’esempio più celebre. Quando scrive: «Il mondo spezza tutti e poi molti sono forti nei punti spezzati», non c’è una sola parola di troppo. Nessuna decorazione. Nessun ricamo. Nessuna spiegazione. La frase arriva, colpisce e se ne va. Lo stesso accade in Raymond Carver. In certi racconti sembra che non succeda quasi nulla. Una coppia litiga. Un uomo beve. Una donna guarda fuori dalla finestra. Fine. Eppure dentro quella sottrazione si agglutina una quantità impressionante di significato. È come osservare una stanza quasi vuota e rendersi conto che ogni oggetto presente è lì per una ragione precisa. E per uno scopo preciso.
L’accumulo procede nella direzione opposta. Invece di togliere, aggiunge. Invece di eliminare, stratifica. Invece di ridurre il mondo a pochi elementi essenziali, cerca di contenerne il più possibile. Pensate a Umberto Eco. Pensate a Thomas Pynchon. Pensate a Roberto Bolaño. Pensate a David Foster Wallace! Quando aprite Il nome della rosa non trovate soltanto una storia. Trovate una biblioteca. Trovate dispute teologiche, eresie, cronache medievali, citazioni in latino, intrighi politici, riflessioni filosofiche e una quantità di dettagli che un minimalista considererebbe probabilmente criminale. Eppure il risultato funziona. Non perché Eco abbia dimenticato di tagliare, ma perché il suo obiettivo non era scolpire una statua. Era costruire una cattedrale.
Infatti, una caratteristica abbastanza comune del romanzo postmoderno è il sospetto verso le spiegazioni semplici. Il mondo contemporaneo appare frammentato, contraddittorio, impossibile da ridurre a una singola chiave interpretativa. Di conseguenza molti autori postmoderni – e non sto affermando che Eco fosse postmoderno – rinunciano all’idea di raccontare una storia lineare e ordinata. Preferiscono accumulare punti di vista, registri linguistici, citazioni, riferimenti culturali, materiali eterogenei. Non è un caso se alcuni dei grandi romanzi della scuola postmoderna sembrano assomigliare più a continenti che a libri. Pensiamo a L’arcobaleno della gravità di Pynchon, a Infinite Jest di David Foster Wallace o a 2666 di Bolaño. Leggendoli, si ha spesso la sensazione che gli autori stiano tentando di stipare dentro il romanzo una quantità di realtà superiore a quella che il romanzo stesso sarebbe teoricamente in grado di contenere.
La cosa divertente è che minimalismo e accumulo vengono spesso presentati come nemici: da una parte i sacerdoti della sottrazione, dall’altra gli apostoli dell’eccesso. In realtà, osservandoli bene, fanno esattamente la stessa cosa. Entrambi cercano di produrre nel lettore un effetto emotivo, intellettuale o estetico. Cambia soltanto il percorso scelto per arrivarci. Hemingway vuole farvi sentire il peso della guerra togliendo quasi tutto ciò che potrebbe distrarvi. Tolstoj vuole farvelo sentire aggiungendo eserciti, famiglie, campagne militari, salotti aristocratici e centinaia di personaggi. Di nuovo, non sto affermando che Hemingway o Tolstoj fossero in senso stretto postmoderni, ma alcuni loro romanzi possiedono elementi e prodromi che poi ritroviamo nella letteratura postmoderna come capisaldi del canone. Carver ottiene la malinconia mostrando una cucina vuota. Eco la ottiene mostrando una biblioteca piena. Uno sottrae fino a lasciare soltanto l’osso. L’altro accumula fino a costruire uno scheletro completo. Ma tutti stanno cercando di evocare qualcosa che va oltre le parole.
Diffido sempre di chi trasforma una tecnica in religione. Ogni epoca letteraria sviluppa le proprie mode. Alcune durano pochi anni, altre qualche decennio. Poi arrivano autori nuovi che si stancano delle “vecchie regole” e ricominciano a fare esattamente il contrario. Rincorrendosi in una spirale infinita di corsi e ricorsi storici. Ci sono periodi, infatti, in cui il minimalismo diventa una moda e ogni editor sembra posseduto dal demone della forbice. Come se la letteratura fosse una gara a chi riesce a dire meno cose possibili usando il minor numero possibile di parole. In altri, accade il contrario e ci si innamora dell’enciclopedia romanzesca, della grande opera-mondo che pretende di contenere tutto. Ulpia nasce da questo stesso contesto: vuole contenere tutto, ma soprattutto vuole trascinare il lettore dentro la storia, in mezzo al fango, facendolo sporcare della stessa polvere che ricopre i calzari dei personaggi, facendogli annusare gli stessi odori che sentono loro. Ma, vedete, nessuna delle due strade è superiore all’altra. Una cattiva pagina resta una cattiva pagina, che sia minimalista o cumulativa. Allo stesso tempo, entrambe possono raggiungere il medesimo obiettivo: convincerci che ciò che stiamo leggendo non poteva essere scritto in nessun altro modo.
La differenza tra un romanzo riuscito e uno che non lo è non ha niente a che fare con la quantità di parole usate per scriverlo. Non il numero di personaggi. Non la lunghezza. Non il genere. Quando leggiamo una frase di Hemingway abbiamo l’impressione che non si possa togliere nulla. Quando leggiamo una pagina di Eco abbiamo l’impressione che non si possa aggiungere nulla. In entrambi i casi percepiamo una forma di inevitabilità. Tutto è esattamente dove dovrebbe essere. Ed è a quel punto che accumulo e sottrazione, dopo essersi rincorsi per centinaia di pagine e decenni di polemiche letterarie, finiscono per incontrarsi sullo stesso pianerottolo: quello del lettore!
E voi, qual è l’ultimo romanzo postmoderno che avete letto?


Tutto è esattamente dove dovrebbe essere: non male come obiettivo per un autore. Anche da lettrice, trovo molto gustoso poter dire: “questo libro aveva tutte le carte in regola per non piacermi, invece…!” Anche questo è un pianerottolo: l’autore e io ci siamo incontrati, alla faccia dei ragionamenti e dei criteri di valutazione.
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È proprio quello il punto che mi interessa di più: quando un libro riesce a superare i criteri con cui credevamo di giudicarlo e ci costringe a incontrarlo da un’altra parte. In fondo, è lì che la lettura smette di essere una verifica e torna a essere un’esperienza. 🫶
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Concordo su tutto. Uno degli ultimi letti, che mi ha colpito come un pugno nello stomaco, è stata in realtà l’accoppiata “Il passeggero” e “Stella Maris” di Cormac McCarthy. Lì ho avuto proprio la sensazione del “non potrei togliere nulla, non potrei aggiungere nulla”. Il fatto è che te ne accorgi dopo averli terminati entrambi.
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È una sensazione bellissima, quella del “non toglierei né aggiungerei nulla”, e credo sia anche una delle più difficili da ottenere in letteratura. Interessante poi che, nel caso di Il passeggero e Stella Maris, la compiutezza si manifesti soltanto dopo averli terminati entrambi: quasi che ciascun libro modifichi retroattivamente la lettura dell’altro. Tuttavia, io non ho letto nessuno dei due. Di McCarthy ho letto solo Cavalli selvaggi. Quindi lo prendo per buono come consiglio di lettura. 🫶
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Chiaramente parteggiare per l’una o l’altra parte non ha molto senso. A me invece piace una via variabile, che purtroppo si trova poco fra gli scrittori. Cioè quella capacità di un’opera di poter cambiare registro e non essere un continuo uniforme. Lo scrittore deve essere bravo ad accelerare, arricchire, ingombrare quando serve alla narrazione e a sintetizzare, ridurre quando bisogna essere più semplici e minimi. E qui sta la grande difficoltà, l’equilibrio. Ad esempio nelle mie storie si intrecciano sempre dramma e commedia, perché come la vita siamo tutti dentro a una variabilità di momenti. Invece, spesso ci ritroviamo in romanzi asciutti, mai una risata, un sorriso o romanzi comici. Soprattutto in Italia non si riesce a esprimere ciò che gli americani sintetizzano come dramedy, quel misto di dramma e commedia che può caratterizzare una storia.E tale ingessatura negli scrittori non c’è soltanto nello stile, o nel sentimento della storia, ma anche nel genere di cosa si scrive. Uno scrittore può essere mainstream, giallista, storico, di fantascienza, fantasy, ma mai crossover. Non esistono, quasi, scrittori che come molti registi per il cinema: Nolan, Kubrick, Scott, Spielberg, solo per citarne alcuni, riescono a cambiare genere da un romanzo all’altro. Come se ciò che si riesce a raccontare, ciò che si vuole raccontare, anziché abbracciare la molteplicità della vita si riduca a un unico discorso da portare avanti.
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Guarda, lo stai dicendo a uno che ha scritto un romanzo postmoderno che simula di essere una ucronia in salsa romana con innesti fantascientifici… Capisco il problema. Davvero.
Detto questo, mi trovo particolarmente d’accordo con te. Si ha quasi la sensazione che in Italia, non saprei all’estero, l’editoria sia un po’ ingessata. E gli scrittori, naturalmente, agiscono di conseguenza. Se vogliono essere pubblicati devono farlo.
Mi piace la parte in cui dici che ami le narrazioni che sappiano alternare i momenti a seconda dei contesti e delle situazioni. Proprio così! Voglio dire, se la letteratura è una simulazione della realtà, allora non mi puoi presentare un romanzo che parte in un modo e resta tale, con la stessa voce, la stessa inflessione, lo stesso tutto, dall’inizio alla fine. Non sarebbe realistico.
Se la pensiamo allo stesso modo su questo, e mi pare di sì, e se come noi anche altri la pensano allo stesso modo, forse allora significa che si sta affacciando nella letteratura italiana una nuova stagione, un nuovo modo di essere “realisti”. Una nuova forma di realismo, insomma.
Bisogna solo vedere se avremo la forza di imporci. Presumo che lo scopriremo col tempo…
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