La coscienza del libro


La coscienza del libro

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Tutta una questione di evoluzione

Dare una definizione univoca e universalmente condivisa di coscienza è tanto complicato quanto dare una definizione univoca e universalmente condivisa di bellezza. Abbiamo capito, e forse lo sapevamo già istintivamente, che è la coscienza a distinguerci dagli altri animali. Sapersi riconoscere allo specchio è, ad esempio, il primo segnale del fatto che una coscienza in effetti la si possiede. I cani non si riconoscono allo specchio; i gatti neppure. Scimmie antropomorfe come gli scimpanzé, i gorilla e i babbuini invece sì. Eppure guardando un cane negli occhi possiamo realmente affermare che egli non sia cosciente di sé, dei suoi padroni e del mondo che lo circonda? E quanta differenza c’è tra la coscienza umana e quella di un babbuino, nonostante quest’ultimo allo specchio riconosca se stesso esattamente come facciamo noi?

In un certo senso ciò dipende dalla quantità di coscienza. Un polipo, ad esempio, è in grado di riconoscere un granchio – il suo piatto preferito – chiuso all’interno di un barattolo sigillato da un coperchio; è in grado di capire che per arrivare al bocconcino deve prima svitare il tappo ed è in grado i compiere tutti i gesti necessari affinché questo avvenga. Eppure il polipo allo specchio non pare riconoscersi; e sfido chiunque di voi, pur possedendo le capacità linguistiche per farlo, a instaurare una discussione filosofica o teologica con lui. Insomma, probabilmente più si è coscienti più si è vicini allo stato che normalmente definiamo “umano”. Ma siamo sicuri che sia solo una questione di quantità? Tutti gli esseri umani hanno lo stesso livello di coscienza?

Se c’è una questione quantitativa, c’è pure una questione qualitativa: posso possedere un milione di informazioni sulla mia epoca storica eppure non essere completamente cosciente della realtà che sto vivendo; oppure posso possederne solo mille, ma ciò basta a rendere il mio quadro chiaro e lucido. Se con coscienza intendiamo consapevolezza, allora non solo ne dobbiamo possedere il più possibile, ma anche la qualità di questa coscienza fa una certa differenza distinguendo un individuo da un altro. Quanti possono dirsi completamente consapevoli della realtà in cui stanno vivendo? Io una risposta ce l’ho: nessuno fino in fondo.

Ognuno di noi, infatti, possiede solo una visione parziale della realtà; porzione legata alle esperienze personali, agli obbiettivi che si vuole perseguire, al contesto in cui si vive, e via dicendo. Ognuno di noi possiede una tessera del puzzle. Una tessera preziosa, sia chiaro, ma pur sempre limitata a se stessa. Possedere consapevolezza può anche voler dire avere la capacità di guardare il mondo con gli occhi degli altri; ovvero di sbirciare la tessera di qualcun altro. Non come fanno gli attori però, i quali recitano: cioè fingono, con gradi diversi di immedesimazione, di calarsi in una prospettiva diversa dalla propria (e alcuni ci riescono così bene da avere poi delle conseguenze legate alla propria identità); ma come fanno i lettori, i quali attraverso le esperienze di un protagonista cartaceo sono in grado di guardare il proprio mondo, o un mondo inventato, con uno sguardo diverso o da una prospettiva differente rispetto alla propria.

Leggere dunque significa aumentare il grado di consapevolezza verso se stessi, gli altri e il mondo che ci circonda. Un non lettore è una persona che possiede una sola tessera del puzzle dai cui confini non è in grado di evadere. Vedrà il mondo sempre e solo da una prospettiva: la propria; e in alcun modo riuscirà mai a immedesimarsi nel punto di vista degli altri. Più si aggrava questo limite, più ci si vicina al grado di analfabetismo funzionale. Leggere, dunque, non solo aumenta la quantità di coscienza, perché si assumono più informazioni e punti di vista di quanti se ne potrebbero avere vivendo solo la propria limitata esistenza; ma aumenta anche la qualità della coscienza, essendo un allenamento fino in grado di abituare il cervello a promuovere l’immedesimazione e l’estraniazione da sé.

Scrivere, come leggere, è un gesto teso a esternare il proprio punto di vista sia per condividerlo con gli altri, arricchendo in questo modo la coscienza umana collettiva, sia per incontrare anime affini che hanno uno sguardo simile al nostro. Leggere e scrivere sono pratiche fondamentali per qualsiasi civiltà. Anzi, essi sono il fondamento stesso della civiltà. Allora, forse, potremmo dire che la differenza tra la coscienza umana e quella di un gruppo di babbuini o di un cane dipende non dagli alieni, da un creatore, o dalla semplice evoluzione stocastica ma dalla pratica della lettura e della scrittura: la coscienza si evolve con la pratica.

Tassello dopo tassello ci siamo costruiti la nostra coscienza così come è ora. Davvero vogliamo privarcene, ripiombando a uno stato animale, solo perché leggere può essere più noioso (ma è da dimostrare) che giocare alla Xbox? Spero vivamente di no, anche se ciò che vedo attorno a me non mi pare così confortante. Dunque, questa estate, vi invito a leggere; ma a leggere soprattutto libri che normalmente non incontrano il vostro favore. Può essere una pratica interessante e istruttiva.

Con questo pensiero vi saluto. Questo è il penultimo articolo di questa prima metà del 2017. A differenza degli altri anni infatti, quest’anno ho deciso di chiudere il blog, ovvero di non aggiornarlo, per entrambi i mesi di luglio e agosto. In questi mesi sarò impegnato a evolvere la mia di coscienza, naturalmente giocando alla Xbox. A presto, cari follower.

7 Comments on “La coscienza del libro

  1. “Scopo dei libri è di ricordarci quanto siamo somari, dissennati. Sono i pretoriani di Cesare, i quali mormorano, mentre il corteo trionfale passa rombando: Ricordati, Cesare, che anche tu sei mortale. La maggior parte di noi non può correre qua e là notte e giorno, parlare con tutti, conoscere tutte le città della terra, non abbiamo tempo, denaro, nemmeno tanti amici. Le cose che voi cercate, Montag, sono su questa terra, ma il solo modo per cui l’uomo medio potrà vederne il novantanove per cento sarà un libro…” ( Fahrenheit 451, R. Bradbury)

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  2. Quindi stai per andare in vacanza? Che poi mica ci credo trascorrerai la torrida estate giocando con la Xbox, secondo me scriverai, scriverai, e ancora scriverai e ci sorprenderai al rientro con un magnifico romanzo.

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