Alexej Ravski

Fondamenti di grammatica per aspiranti scrittori

Dopo aver parlato, negli scorsi mini-ripassi, dell’articolo determinativo e dell’articolo indeterminativo, è la volta adesso del partitivo. Scusate la rima…

Partitivo

Abbiamo già detto di come in alcuni casi si ricorra al partitivo per sopperire all’esigenza di un uso plurale dell’articolo indeterminativo. Al singolare, invece, l’uso di del, dello, della, dice il Serianni, è molto più limitato.

«A differenza dell’indeterminativo singolare un(o), una, il partitivo si usa quasi solo con sostantivi che esprimono una nozione collettiva, per indicare una parte, una quantità imprecisata: “pianger sentì’ fra ‘l sonno i miei figliuoli / ch’eran con meco, e dimandar del pane” (Dante, Inferno, XXXIII 39); “prendeva con sé della gente che teneva sempre pronta a ciò” (Manzoni, I Promessi Sposi, XXX 22)».

Luca Serianni, Ivi p. 186

Non può invece venire adoperato con quei sostantivi «che indicano un singolo oggetto o comunque un concetto indivisibile»: ho dei libro / ho un libro. Inoltre è molto raro con gli astratti. Ad esempio, sostiene il Serianni, abitualmente non si direbbe: «ho della paura», «ho della fame» (ma «ho dell’altra fame!» [Collodi, Pinocchio]). Tuttavia, al suo posto, si può ricorrere agli avverbiali: «ho abbastanza paura», o agli aggettivali: «ho una certa paura», e via dicendo.

Il partitivo resta abbastanza comune con gli aggettivi sostantivati: «c’è del marcio in Danimarca».

Preposizioni articolate

Di tanto in tanto una preposizione e un articolo s’incontrano, si piacciono e fanno comunella. Dal loro incontro nascono le preposizioni articolate.

Le preposizioni articolate d’uso obbligatorio sono (specchietto ripreso dalla Grammatica italiana del Serianni):

ARTICOLO

PREPOSIZIONE

SINGOLARI

PLURALI

IL

LO (L’)

LA (L’)

I

GLI

LE

A

al

allo (all’) alla (all’) ai agli

alle

DI

del

dello (dell’) della (dell’) dei degli

delle

DA

dal

dallo (dall’) dalla (dall’) dai dagli

dalle

IN

nel

nello (nell’) nella (nell’) nei negli

nelle

SU

sul

sullo (sull’) sulla (sull’) sui sugli

sulle

Sono invece facoltative le preposizioni formate con l’ausilio di con: col, collo, colla, coi, cogli, colle.

Anche se: «col regge bene la concorrenza di con il, cui è, anzi, preferito in alcuni sintagmi cristallizzati (“col che”, “su col morale”, “col cavolo!”)» [Jacqueline Brunet, Grammatica critica dell’italiano, 1979].

Tutte le altre forme sono ormai confinate nell’italiano scritto letterario o d’uso popolare. Con popolare s’intende: regionale, in particolare toscano.

«Significativo il fatto che il Manzoni, nel rivedere la lingua dei Promessi Sposi per l’edizione definitiva, abbia mantenuto col (e al plurale co’ per coi), ma abbia accolto in tutti gli altri casi le preposizioni analitiche con lo, con la, ecc.».

Luca Serianni, Ivi p. 187

Arcaiche invece le preposizioni formate con per: pel, pello, pella, pei, pegli, pelle. Pel e pei, ormai rare nell’italiano contemporaneo, per ragioni metriche mantengono una certa «vitalità» nella poesia del Novecento: «S’arrampicano i convolvoli pel muro» [Govoni]; «ninna-nanna / per il bimbo, parola pel compagno» [Saba].

Ormai antiquate anche le forme di plurale maschile con apocope postvocalica: a’, co’, da’, de’, ne’; che andavano tanto di moda fino a tutto l’Ottocento.

«Da notare che il Manzoni accolse nella revisione linguistica del romanzo le forme articolate con apocope, in quanto proprie del fiorentino coevo».

Maurizio Vitale, La lingua di Alessandro Manzoni – 1986

Infine, relegate esclusivamente nell’uso antico le preposizioni composte con fra e tra: fral, tralla, frai, ecc: «fralle sue braccia» [Ristoro Canigiani, poeta trecentesco].

Da notare, ma questa è una mia dissertazione priva di validità, come nell’uso poetico gli arcaismi sopravvivano più a lungo rispetto all’ambiente letterario in prosa; e in questo, più a lungo dello scrivere formale; per poi ricomparire nelle parlate popolari.

Curiosità

Ne avevamo già parlato in precedenza ma, visto che stiamo trattando da vicino le preposizioni articolare, conviene tonarci sopra. Dunque, da un punto di vista grammaticale c’è un problemino «che può creare qualche imbarazzo e che viene variamente risolto dai grammatici» [Serianni]: si tratta del come comportarsi quando si debba usare una preposizione articolata davanti a un titolo che ne comprenda già una semplice.

I promessi sposi > di I Promessi Sposi > de “I promessi Sposi” > dei Promessi sposi?

Una soluzione potrebbe essere quella di accompagnare l’espressione con un’apposizione: «del romanzo I Promessi Sposi…». Ciò renderebbe però l’espressione un po’ posticcia, artificiosa… pedante. Alcuni prediligono la forma staccata, così che il titolo resti integro: «de I Promessi Sposi…», ma: «ciò potrebbe andar bene quando si rinnovino grafie antiquate (come de i, a la, su le), ma non certo quando si scrive ne il o ne i (“ne Il deserto dei Tartari”, “ne I Malavoglia”), forme puramente artificiali; infatti, nel e nei derivano dal latino (I)N ĬLLUM e (I)N ĬLLI: la e appartiene quindi all’articolo (lat. ĬLLUM, ĬLLI) non alla preposizione» [Serianni].

L’uso che avevo consigliato a suo tempo, e che viene raccomandata dalla stessa grammatica del Serianni, è di fondere preposizione e articolo «così come si fa parlando»: «dei Promessi sposi possiamo dire…», posticipando la maiuscola alla prima parola del titolo (i titoli andrebbero scritti sempre in minuscolo tranne la prima parola; nel caso del suddetto romanzo: I promessi sposi – in questo la Grammatica del Serianni pecca di sudditanza).

Il discorso può apparire più complicato per quei cognomi che conservano un articolo: La Rocca, Lo Schiavo… In tal caso, dice il Serianni, l’articolo non è che un «relitto etimologico», il quale non interferisce sulla sintassi: «le opere del La Farina».

«Allo stesso modo, non si terrà conto dell’articolo presente in alcuni toponimi o titoli di opere straniere».

Luca Serianni

Conclusioni

E siamo arrivati alla fine di questo lungo excursus sugli articoli. Mi pare non ci siano state particolari difficoltà: sbaglio? Dal prossimo mini-ripasso tratteremo gli aggettivi.

______________

Note

Luca Serianni, Grammatica italiana, UTET 1989

In calce: un quadro di Alexej Ravski.

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19 Comments on “Il partitivo e le preposizioni articolate

  1. Lo specchietto è molto simile a quello che fece la mia maestra alle elementari, solo che se mi cambi l’ordine delle preposizioni io mi perdo 😛 in testa ho “diadaincuonsupertrafra” a mo di filastrocca 😀
    Ricordo che la maestra alle elementari (o forse era la professoressa delle medie) ci disse che “col” era ormai desueto, io continuai ad usarlo perchè mi piaceva il suono, però col tempo mi pare sia tornato di moda.

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    • Io raccomando di fondere preposizione e articolo e di posticipare la maiuscola alla prima parola utile del titolo: è il modo più istintivo e lineare. Odio gli altri metodi, quando mi capita di leggere una recenzione su un quotidiano dove il titolo viene anticipato da “de”: smetto di leggere.

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      • Credo che il mio sia un retaggio del liceo quando mi fu imposto, immaginati i miei temi: ne I promessi sposi Manzoni sostiene che a differenza de Le ultime lettere… 😀
        In effetti la fusione risulta più leggibile, ma è un po’ come se l’articolo non facesse davvero parte del titolo. Tra l’altro ho trovato alcuni elenchi alfabetici di testi che, appunto, escludevano l’artiolo dal titolo, quindi i promessi sposi stava sotto la lettera P

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        • Esatto. Inoltre c’è sempre questa pretesa d’inviolabilità cristallizzata che andava benissimo in epoca fascista, ma che oggi risulta un po’ posticcia. Se i Promessi sposi li scrivi così, non viene meno il valore del libro mi spiego? Una cosa che ho notato nella grammatica del Serianni, ad esempio, è che lui adotta per tutti i libri che cita lo stesso schema espressivo, cioè quello che uso anch’io; invece, per i Promessi sposi, scrive così: I Promessi Sposi, contravvenendo alle sue stesse indicazioni: è o non è sudditanza?

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  2. Sui titoli sono con Salvatore. Con il tempo, invece di diventare “conservatore”, ho notato che mi viene l’orticaria quando uno scritto (anche saggistico) contiene inciampi che rallentano la lettura. Non riuscirei più a scrivere “… il Foscolo de Le ultime lettere…”, vade retro!
    Per lo stesso motivo mi piace “col”. Non si può vedere “Con il piffero!” al posto di “Col piffero!”, soprattutto in un dialogo. anche indiretto.
    “Diadainconsuperfratra”, e con mio figlio ho visto che i oggi ne usano una diversa! Senza le filastrocche non mi sarei mai ricordato le regole, a scuola.
    Qualcuno ricorda a cosa serviva “Pipupaemitae” (pronunciato “pipupemite”)? Un piccolo aiuto… serviva a latino. 🙂

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    • Sì, anche a me viene l’orticaria.

      “Col piffero” infatti è una locuzione cristallizzata. Nel linguaggio scritto creativo, al di fuori cioè delle locuzioni cristallizate, il suo uso a mio avviso è molto più limitato. E lo diventa ancora di più nel caso di scritture “accademiche”.

      Non ho fatto latino… per ora. 😉

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    • “Pipupemite” serviva a ricordarsi tutti i verbi impersonali piget, pudet, paenitet, miseret, taedet.
      … le reca giù, mamma mia… ma senza era impossibilie ricordare tutta la sequenza delle Alpi…

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