L’aggettivo


ceruleo

Fondamenti di grammatica per aspiranti scrittori

Con lo scorso mini-ripasso abbiamo concluso la nostra epopea con gli articoli. Oggi approdiamo a un argomento decisamente più succoso: gli aggettivi. Cosa sono? quali sono? qual è la loro funzione? come si usano? Per scoprirlo basta continuare a leggere.

Aggettivo

«L’aggettivo è una parola che serve a modificare semanticamente il nome o un’altra parte del discorso con cui ha un rapporto di dipendenza sintattica e, nella maggior parte dei casi, di concordanza grammaticale».

Luca Serianni, Ivi p. 191

Dunque, la funzione dell’aggettivo è quella di aggiungere semantica a una parte del discorso con cui è in rapporto sintattico diretto. Questa parte del discorso è solitamente un sostantivo: «le rose profumate», «il cielo ceruleo», «il caldo afoso». Con esso l’aggettivo mantiene quasi sempre un rapporto di concordanza sia numerale sia di genere, essendo l’aggettivo – ve ne ricorderete – una delle parole variabili del discorso.

Tra aggettivo e sostantivo le affinità non si limitano alla flessione grammaticale, infatti spesso il sostantivo può svolgere la funzione di aggettivo o, ancora più di frequente, l’aggettivo può sostantivarsi: «il caldo», «il freddo», «un povero», «un ricco», e via dicendo.

Tradizionalmente gli aggettivi si suddividono in due gruppi: i qualificativi; i determinativi.

Aggettivi qualificativi

Come dice il nome stesso, essi esprimono una qualità particolare del sostantivo a cui si riferiscono, precisandone una caratteristica legata all’aspetto: colore, forma, grandezza, eccetera o, anche, un carattere morale, intellettuale, astratto, e via dicendo. Ad esempio: «un caffè aromatico», «un tessuto liso», «un garofano rosso», «un cocomero succoso», «un grosso buco», «una donna arguta», «un prete pedofilo», eccetera.

Per ognuno di essi, soprattutto per quelli più comuni e generici, è facile trovare un antonimo: bello / brutto, simpatico / antipatico, nuovo / vecchio, grande / piccolo, alto / basso, eccetera.

Aggettivi determinativi

I determinativi (o indicativi) qualificano un sostantivo non sul piano qualitativo, ma in rapporto alle nozioni di “appartenenza”, “consistenza numerica”, “quantità definita”, “posizione nello spazio”, e via dicendo.

Fra essi si possono distinguere:

  1. I possessivi: il mio compleanno, il tuo libro, il vostro menù, ecc.
  2. I numerali, cardinali e ordinali: due elefanti, trentanove anni, il secondo nello scaffale di destra…
  3. I dimostrativi: queste scarpe, quelle corde, ecc.
  4. Gli indefiniti: riceverai alcune telefonate, corro tutti i giorni, abbiamo poco tempo, ecc.
  5. Gli interrogativi: quale gusto ti piace?, quanti anni hai?
  6. Gli esclamativi: che caldo!

Come avrete notato, aggettivi determinativi e pronomi vanno a braccetto.

Questione di numeri

Tra le due tipologie di aggettivi c’è una differenza «fondamentale»: i qualificativi costituiscono una categoria aperta e in continua crescita, mentre i determinativi appartengono a una «lista chiusa».

«Le possibilità di individuare e qualificare con un nuovo aggettivo un concetto, una caratteristica, una forma, ecc., sono, infatti, teoricamente illimitate e rientrano nelle normali procedure di arricchimento del lessico. […] L’indicazione di nozioni come “appartenenza”, “consistenza numerica”, ecc., è invece parte di un inventario assai ristretto (e difatti gli aggettivi determinativi condividono con i relativi pronomi la caratteristica di “sistema chiuso”, con un numero limitato di elementi)».

Luca Serianni, Ivi p. 192

Aggettivi relazionari

Gli aggettivi relazionari sono una sottocategoria dei qualificativi. Essi sono denominali (cioè che derivano da un nome) «con la proprietà di esprimere una relazione stabile con il nome da cui derivano, riproponendone i contenuti semantici in una categoria diversa» [Serianni] da quella di origine.

Il passaggio da una categoria all’altra si chiama suffissazione. Gli aggettivi di relazione si formano aggiungendo un suffisso al sostantivo di origine. Ne ricordiamo alcuni: –ale (fine → finale), –ico (ritmo → ritmico), –ista (socialismo → socialista), –istico (arte → artistico), –ano (mondo → mondano), –oso (ferro → ferroso), ecc.

Ora, si dice che un aggettivo relazionare traspone (cioè colloca una cosa dopo l’altra invertendone l’ordine) una preposizione e un nome: serata di musicaserata musicale. «Conviene però avvertire che non sempre il rapporto semantico tra un nome e un aggettivo di relazione è riconducibile a quello espresso da un sintagma preposizionale elementare» [Serianni]. Ad esempio: sigarette nazionali → sigarette della nazione. Piuttosto le “nazionali” sono sigarette prodotte dai monopoli di Stato.

Il legame che congiunge un aggettivo di relazione al nome di derivazione non è sempre ugualmente riconoscibile. In una scala ideale si collocano a un estremo quegli aggettivi che presentano in modo lampante il legame: ferroferroso; all’altro, quegli aggettivi che derivano da una radice diversa (spesso di origine dotta) da quella del nome di origine: itticodel pesce, eburneod’avorio, ecc.

«Molto spesso, il nome cui l’aggettivo di relazione si riferisce non viene utilizzato per i suoi significati propri, ma per la sfera di significati e di relazioni semantiche che esso richiama in senso lato».

Luca Serianni, Ivi p. 193

Cioè per l’immaginario che esso scatena nella mente del lettore/ascoltatore: mondano, ad esempio, è in senso letterale lo “stare al mondo”, ma anche il “saperci stare” al mondo, ma anche uno “stile di vita”, riferito a un sistema di feste, avvenimenti, incontri, ecc.

Infine i suffissi con cui questi aggettivi si formano non hanno un’unica accezione, ma essa cambia a seconda del nome con cui compone l’aggettivo: manzon-iano (uno stile di scrittura alla Manzoni), renz-iano (fare parte del seguito politico di Renzi), marx-iano (attinente alla dottrina filosofica di Marx), ecc.

Secondo il Migliorini (Bruno Migliorini, 1896 – 1975, linguista italiano), in italiano l’aggettivo di relazione non può essere soggetto a gradazioni e non ammette un uso predicativo. Cioè, non si può passare da calore solare a calore solarissimo né a questo calore è solare. «Tali restrizioni vengono meno quando l’aggettivo di relazione è adoperato con funzione qualificativa» [Serianni], cioè: verità solareverità solarissima questa verità è solare.

Infine, per ciò che concerne l’analisi logica, nel modificare semanticamente un nome, l’aggettivo ha funzione attributiva. Se la radice è un verbo, allora può avere funzione predicativa (predicato nominale, o complemento predicativo con i verbi effettivi, appellativi, estimativi, ecc.) o avverbiale (quando, in modo indeclinabile, modifica l’intero significato della frase: «Salvatore parla difficile»).

Conclusioni

Siamo arrivati al termine di questo mini-ripasso. Procedendo pian piano verso l’inevitabile incontro con i verbi le cose si faranno man mano più complesse. Qualcuno di Voi è sopravvissuto indenne agli aggettivi, qualcun altro si sarà inesorabilmente perso per strada: non prendetevela, la lingua noi parlanti la usiamo a intuito. I parlanti… ma Voi siete scrittori, o almeno dite di esserlo, per cui queste cose le dovete conoscere a menadito. Lunedì prossimo approfondiremo la conoscenza con l’aggettivo qualificativo, sondandone il genere e il numero. Buona settimana.

______________

Note

Luca Serianni, Grammatica italiana, UTET 1989

In calce: un cumulo di polvere cerulea.

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8 Comments on “L’aggettivo

  1. E’ sempre interessante ripassare quello che ho studiato anni ed anni or sono.
    Con la grammatica ho sempre avuto un rapporto duplice, d’amore-odio: capivo poco leggendo le definizioni ma mi bastavano due o tre esempi ed allora memorizzavo il concetto.

    Grazie per l’articolo (inteso come post!)
    eh eh

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    • Non è sempre facile fare esempi, alcuni – quando l’argomento è particolarmente coplesso – li copio direttamente dal Serianni (indicandolo). Tuttavia ci provo.

      Mi piace

  2. Io faccio un largo uso di aggettivi qualificativi quando scrivo, a volte temo di abusarne, però li adoro, sottolineano meglio un concetto.

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  3. Anfùso, [vc dotta, lat. anfusu(m) part. pass. di anfundere] agg. 1. sciatto, scritto male: brano anfuso, che manca di stile, 2. noioso, pedissequo: romanzo anfuso || anfusétto, dim. || anfusaménte, avv.

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