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Se una notte d’inverno un viaggiatore

Premesso che Calvino, al pari di tutta la letteratura del “realismo magico”, non mi piace; Se una notte d’inverno un viaggiatore è, in particolare, uno dei libri più brutti che lo stesso Calvino abbia mai scritto. Detto questo, è anche il romanzo più importante della letteratura italiana da leggere per uno scrittore (o aspirante tale) italiano. Non che non esistano romanzi importanti su cui formarsi: ce n’è; ma questo è scritto originariamente in italiano e, diversamente dai Promessi sposi, scritti in un italiano che era moderno un secolo e mezzo fa, attira tutta la nostra attenzione sulla struttura. In fondo, se ha lanciato Calvino nel panorama mondiale, un motivo deve pur esserci. Calvino, infatti, è diventato famoso oltre confine a partire proprio dalla pubblicazione di questo romanzo qui. Le Lezioni americane arriveranno dopo.

Per prima cosa, chiediamoci: qual è la storia di Se una notte d’inverno un viaggiatore? Al di là delle speculazioni filosofiche, filologiche, paralinguistiche, metaforiche, retoriche, cosmologiche e chi più ne ha più ne metta, Se una notte d’inverno un viaggiatore non ha alcuna storia. Non c’è nulla da fare, possiamo anche scavare fra le parole, iniziare a immaginarci le cose, sparare ipotesi a casaccio… una storia non c’è.

Qualcuno, Giovanni Raboni ad esempio, sostiene che l’idea di fondo sia quella di: «mettere al centro del libro (di ciò di cui il libro racconta o riferisce) un personaggio che di solito ne sta fuori, che di solito viene dopo il libro, cioè il lettore», e che quindi: «più che la storia del (o di un) lettore è, in verità, la storia di una (o della) lettura». Sta di fatto che, se con storia intendiamo un vicenda che possieda una sorta di trama, Se una notte d’inverno un viaggiatore semplicemente non ne possiede una. Ma, attenzione: la cosa è voluta. Non siamo di fronte a un matto, ma a una scelta. Nel postmodernismo, ne ho parlato mercoledì scorso, è proprio la storia a evaporare. E se la storia svanisce, che rimane? Rimane la struttura della storia. O, meglio, la struttura del libro.

Dunque non ci resta che parlare di struttura, ma arriviamoci per gradi. La prima cosa da notare è il tipo di “persona” grammaticale che Calvino decide di adottare in questo romanzo. In genere le scelte possibili sono due: prima persona, o terza persona. In mezzo alle quali ci sono diverse possibilità, sia stilistiche, sia di tempi verbali. Calvino, invece, adotta la seconda persona al presente.

Stai per cominciare a leggere il nuovo romanzo Se una notte d’inverno un viaggiatore di Italo Calvino. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto. La porta è meglio chiuderla; di là c’è sempre la televisione accesa. Dillo subito, agli altri: «No, non voglio vedere la televisione!» Alza la voce, se no non ti sentono: «Sto leggendo! Non voglio essere disturbato!» Forse non ti hanno sentito, con tutto quel chiasso; dillo più forte, grida: «Sto cominciando a leggere il nuovo romanzo di Italo Calvino!» O se non vuoi non dirlo; speriamo che ti lascino in pace.

Quello che avete appena letto è l’incipit di Se una notte d’inverno un viaggiatore. Ma non è solo l’inizio di una storia: è una dichiarazione d’intenti: notiamo subito, ve l’ho appena accennato, la seconda persona al presente; poi notiamo quanto insista su Italo Calvino e, credetemi, non è egocentrismo e neanche marketing da pescivendolo («Vivi! Sono vivi! Guardate come si muovono!»), e, allo stesso modo, su leggere al posto di guardare la televisione (captatio benevolentiae, ma non solo); infine, notiamo che non mette il punto dopo «quello che fa dire al personaggio» (non è una mia distrazione e neanche di Einaudi). Tutti questi elementi comunicano, ci parlano, ci stanno dicendo qualcosa. Non sappiamo ancora cosa, abbiamo appena iniziato la lettura. Però, perlomeno, intuiamo da subito che si tratta di una dichiarazione d’intenti: che è poi quello che dovrebbe fare ogni buon incipit, dico bene? Però non lo fa con le vicende narrate, cioè nel modo di presentare la storia (perché la storia non c’è), ma con tutto il resto, con quello che rimane: la scelta della persona, l’insistenza su certi termini, l’assenza dei punti fermi in determinati luoghi.

Notiamo anche un’altra cosa, e in questo ha ragione Raboni: che Calvino costringe il personaggio, il tu, a fare qualcosa: «La porta è meglio chiuderla»; «Dillo subito, agli altri»; «Alza la voce»; «dillo più forte, grida». Ma questa cosa qui, in realtà, non rientra nel nostro interesse specifico, perché non riguarda la struttura.

Parlando di struttura, in Se una notte d’inverno un viaggiatore Calvino alterna due momenti: la vicenda transitoria del lettore, di quel tu protagonista; e gli incipit di diversi romanzi immaginari che il lettore tenta di leggere ma ogni volta viene o interrotto, o depistato. Ce ne sono ben dieci di questi incipit (che Calvino stesso afferma – cinque anni dopo la pubblicazione, durante una conferenza a Buenos Aires – possono essere fruiti come racconti auto-conclusivi), i cui titoli, alla fine del libro, formano l’incipit di un altro libro che però non ci viene presentato perché il romanzo termina; vale a dire:

«Se una notte d’inverno un viaggiatore, fuori dall’abitato di Malbork, sporgendosi dalla costa scoscesa senza temere il vento e la vertigine, guarda in basso dove l’ombra s’addensa in una rete di linee che s’allacciano, in una rete di linee che s’intersecano sul tappeto di foglie illuminate dalla luna intorno a una fossa vuota, – Quale storia laggiù attende la fine? – chiede, ansioso d’ascoltare il racconto.».

Se il romanzo si fosse fermato qui, o se il personaggio si fosse ritrovato, nel disperato tentativo di consegnare il manoscritto a Ludmilla, in quella stazione nebbiosa dell’inizio del primo incipit, avremmo avuto un romanzo perfettamente circolare; frutto di una costruzione così arguta e intelligente da poterne provare solo ammirazione. Purtroppo il postmodernismo doveva ancora arrivare (eravamo lì lì) e Calvino si lascia fregare dalla soluzione più semplice, che lo stesso Angelo Guglielmi gli rinfaccia, quella cioè di unire in matrimonio lettore e lettrice all’ultimissima pagina del romanzo. Introducendo, in questo modo, un elemento tipico di una storia in senso classico; un elemento di storia lì dove storia non c’era.

Non mi spingo oltre nell’analisi del romanzo. Come avrete intuito, le cose da dire sono molte, troppe per essere racchiuse in un solo post. Inoltre, per poterne parlare argutamente, servirebbe che anche voi l’abbiate letto e di recente. Tuttavia, se ne sto parlando, un motivo c’è. Il motivo è quello di indicarvi un esempio italiano quasi perfetto di romanzo postmoderno. Se una notte d’inverno un viaggiatore non è un romanzo postmoderno, ma ne possiede alcune caratteristiche: una storia evaporata, inesistente; una struttura che assolve la funzione di comunicare (funzione che in genere è riservata alla storia); una trama (e passatemi il termine) quasi circolare; dei sostrati intelligenti, nel senso che assolvono a una funzione (ad esempio l’incipit di un altro libro, quello che non leggeremo mai, costruito unendo i titoli dei diversi incipit), eccetera.

Tuttavia, Se una notte d’inverno un viaggiatore, ha un grosso limite: è un romanzo brutto. C’è chi sostiene che il compito di un romanzo debba essere eminentemente estetico. Non condivido questo pensiero fino in fondo. Tuttavia un romanzo intelligente, che comunica in modo alternativo (cioè, come alternativa a un uso comune) mostrandoci altre vie, che senso ha di esiste se è illeggibile? È vero che esiste un’estetica dell’intelletto… ma non è destinata a tutti. Un romanzo, per sua natura, dev’essere rivolto al pubblico più vasto che si riesca a raggiungere.

Infine, chiediamoci ancora cosa intendo per: brutto. Se una notte d’inverno un viaggiatore non è scritto in modo sgrammaticato o pieno di refusi, come certe autopubblicazioni. Quindi, con brutto, non intendo questo. Calvino può piacere o meno, ma è fuor di dubbio che sappia scrivere e bene. Quindi, con brutto, non intendo nemmeno questo. Con brutto intendo dire che la sua estetica non combacia con il conformismo estetico del lettore medio. Il quale, com’è noto, ricerca come prima istanza una storia (come contenuto) e una trama. Se una notte d’inverno un viaggiatore non può piacere al lettore medio perché non ha una storia né una trama. È il gusto classico, quei romanzi cioè che pongono la loro attenzione nell’immersione del lettore, a trovare maggiore corrispondenza di gusto con l’estetica del lettore medio. Quindi, se volete vendere molto, vi conviene scrivere un romanzo classico di un genere che interessi parecchio i lettori nel periodo storico in cui pubblicate: sarà sicuramente un romanzo bello.

Sia inteso che non intendo sminuire la narrativa d’intrattenimento, né quella di genere. Esse assolvono a una funzione primaria e importantissima: intrattenere il pubblico; tenere vivo l’interesse per la lettura; far sopravvivere le case editrici e le librerie… e scusate se è poco. Inoltre scrivere narrativa di genere dal gusto classico non è affatto facile: bisogna essere scrittori abili per non cadere nei cliché e riuscire a guidare il lettore in un’immersione continua priva di distrazioni. Ammiro molto chi ci riesce. Quello che intendo dire, con questo post, è che esiste anche un altro tipo di narrativa: una narrativa egocentrica, con delle pretese. Una narrativa egoista, non per tutti. Una narrativa elitaria (passatemi il termine). Questa narrativa, però, dovrebbe domandarsi quale sia la propria funzione nel modo. Per la narrativa di genere: la funzione è chiara e non secondaria. Per la narrativa elitaria?

Una buona narrativa elitaria deve riuscire, secondo me, a bilanciare i fattori in campo. Ma ne riparleremo…

51 Comments on “Struttura-romanzO

  1. Calvino, in genere, non è uno di quegli scrittori sui quali puoi rimanere vago: o ti piace o non ti piace.
    Ricordo di averlo scoperto proprio come curiosità indotta dalla “bocciatura” di mia madre che non lo amava affatto. Io, invece, lo apprezzo molto, trovo che abbia una genialità narrativa tutta sua, anche se capisco possa non incontrare il favore di tutti. Non ho letto il libro di cui discuti, quindi, riesco poco a entrare nel merito, ma certo, è un fatto che soltanto pochi autori possano concedersi il “lusso” di scrivere in simili modi. Pensa a un esordiente che provi a scrivere il suo libro con le caratteristiche di quello di Calvino (che poi, forse, a pensarci bene, potrebbe essere la sua fortuna, chissà!)

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    • Il senso del post non è una critica alla Struttura-romanzO di Calvino, esattamente il contrario: ne è un’esaltazione. Tuttavia, come noti, ci sono dei limiti. Uno di questi limiti è proprio quello di esordire con un romanzo la cui struttura diventa contenuto. È il discorso che facevo la volta scorsa sul postmoderno. Mi chiedo, per un esordiente, se non sia più efficace bilanciare i fattori in campo; cioè non tralasciare del tutto la presenza di una storia.

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        • Ecco, sempre restando sul paragone pittorico, mi rendo conto che in letteratura si osi molto meno che in pittura. A luglio ho visitato la mostra dei diplomi qui all’academia di belle arti di Dresda e devo dire che i pittori neodiplomati osino molto più di quanto osi un autore agli inizi, e spesso anche con risultati notevoli. Ma forse quel genere di pittura (o arte più in generale) ha meno bisogno di confrontarsi col mercato.

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          • Questo succede perché nella pittura un quadro è un pezzo unico; per vendere bene basta che sia acquistato da un solo acquirente. Diversamente, la letteratura ha bisogno di rivolgersi a un pubblico, e che sia il più vasto possibile. Questo spiega il conformismo narrativo.

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            • Dove ho già sentito questa cosa…
              Comunque il mezzo pittorico soggiace solo alle leggi fisiche, non ha una grammatica: è un mezzo nel quale puoi fisicamente fare di più. Inoltre il pubblico della letteratura è notoriamente conservatore, mentre quello della pittura, attualmente, ha il culto della personalità, vuole che ogni artista sia unico e irripetibile.

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      • Picasso, per restare sul paragone pittorico, iniziò come pittore accademico, realista, per poi arrivare dove tutti sappiamo, ma Picasso era un genio assoluto. Come lui ce ne sono pochi.

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        • In realtà il realismo fa parte dell’apprendistato, la parte per apprendere la tecnica, lui non ha mai voluto dire “sì, accademia, voglio piacere ai critici!”, visto che già dai primissimi lavori mostrava comunque uno stile personale. è impazzito dopo aver incontrato Matisse, che aveva un carattere, per sua natura, “pedagogico”, e ascoltando le sue teorie Picasso, che invece non sopportava gli spiegoni, gli ha detto chiaramente che per lui l’arte era un’altra cosa: e ha fatto il cubismo “africano”.Poi per assurdo, a fine carriera, si pente un po’, non voleva forse andare oltre come poi sono andati…
          Tra l’altro: il realismo è tutto fuorché accademico. L’accademica vuole il soggetto idealizzato, vuole le dee nude (non le donne, che sono impure; le dee vanno bene) con gli angioletti attorno, figurarsi se tollera il realismo.

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  2. “Se una notte d’inverno un viaggiatore è, in particolare, uno dei libri più brutti che lo stesso Calvino abbia mai scritto” :O Ma come, uno dei miei romanzi preferiti 😦
    Ma forse io non sono il lettore medio, io sono proprio il lettore di cui parla Calvino, ed è per quelloche mi è piaciuto così tanto. Io sono proprio così, ho bisogno di tranquillità per leggere, di una poltrona comoda, e ricordo che quando lessi quell’incipit mi parve che Calvino si rivolgesse davvero a me. Però quel che dici è vero, non c’è la trama, eppure quando lo lessi non ne sentii affatto la necessità, anzi…
    Però in fondo tu dici che il “brutto” è un brutto per il lettore “leggero” che cerca una trama e che qui non la trova. A sto punto mi retsa la curiosità di come pensi tu di scrivere un romanzo postmoderno “bello”, ma mi sa che dovrò aspettare almeno fino a mercoledì prossimo, giusto? 😉

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    • Un po’ di più: si va verso il Natale e bisogna cominciare ad alleggerire un po’ i temi. Inoltre sto ancora ragionando… Non mi pare di essere arrivato a una soluzione soddisfacente.

      La tua analisi del post è perfetta: hai colto i sostrati. Dire “brutto” o “bello” non significa nulla. Dipende a chi il romanzo si rivolge. In questo caso, ad esempio, il romanzo di Calvino non può piacere a un lettore medio, quindi per il lettore medio è un romanzo brutto. Ma ci torneremo… 😉

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      • Però non vorrei neanche ragionare sul “brutto”/”bello” col solito parametro relativistico/soggetivo. O meglio forse bisognerebbe andare un po’ più a fondo del concetto, definirlo meglio che “mi piace”/”non mi piace”.

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        • Esatto; però, il mi piace/non mi piace, come avrai notato ad esempio dai social media, è anche il modo in cui l’uomo medio vede il mondo. Una bistecca, ad esempio, può essere cucinata bene o male, essere nutriente o meno, cancerogena o meno, ecc. Ma l’uomo comune dice semplicemente: mi piace; non mi piace. È una battaglia, capisci? E va combattuta un like alla volta. 😀

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  3. Mentre leggevo il post mi è venuto in mette un paragone con la pittura. All’uomo medio (posso chiamarlo così?) la pittura contemporanea non piace, in genere, proprio perchè cerca la forma, cerca qualcosa di riconoscibile e storce il naso di fronte a qualsiasi cosa a cui non riesca dare un senso (per uscirsene poi con la solita frase: “ma son capaci tutti”), e magari considerano belli certi quadri manieristi completamente privi di spessore (che non comunicano niente per intenderci, un po’ come i miei :D).
    Ecco, a me l’arte contemporanea piace (non tutta ok, non tutta). Forse sono proprio io che sono strano 😀

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    • No, non sei strano per nulla. Hai un gusto più raffinato (passami il termine) e cerchi un prodotto più mentale. Ricorderai che la volta scorsa, a proposito di postmoderno, ho scelto due quadri di Gerhard Richter. Richter è un pittore espressionista, forse il più importante. Tuttavia, in quei due quadri, anche se sfocata, s’intravede un figura di donna. È come dire: il contenuto c’è… sta sotto, ci sono dei sostrati, una struttura ragionata che la distorce, ma c’è. Ecco, il mio romanzo vorrei che fosse come quei due quadri di Gerhard Richter. 🙂

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    • Presente! Sono una che non capisce l’arte moderna, però capisce che l’espressione di un artista si misura nel pensiero che lo ha portato a realizzare quella opera. Dietro lo strappo in una tela c’è un mondo, una, cento elucubrazioni che sono approdate a quella forma d’arte.
      Credo possa dirsi lo stesso per la letteratura, poi intervengono i gusti personali che guidano, com’è giusto che sia, le scelte.

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      • Esatto, bravissima. 🙂
        Non ci trovo nulla di male nella narrativa di genere, serve a svagarsi. Il piacere di leggere è qualcosa di personalissimo e ingiudicabile. Poi però c’è anche un’altra forma di letteratura. La sfida sta nel cercare di avvicinare la seconda alla prima. 😉

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      • Ammetto che anche io non la capisca molto l’arte contemporanea 😀 ma mi piace lo stesso, son proprio strano 😀 Però se una cosa mi piace e non la capisco cerco di capirla (anche se a me non piace ma a altri sì cerco di capire il perchè, perchè magari mi sto perdendo qualcosa).
        Vale un po’ lo stesso per la letteratura, non è che la capisca tutta la letteratura “alta”, però mi piace 😀

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        • In questo caso dai ragione a chi dice che lo scopo principale dell’arte (in generale) dev’essere eminentemente estetico; dove, per estetica, s’intende un combaciare di gusto fra l’opera e il modello di gusto del pubblico. Non è sbagliato.

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    • Zola diceva che per i moderni (e per lui sono gli impressionisti) il soggetto è un pretesto, mentre per il pubblico “facile” il soggetto è tutto. Le cose non sono cambiate, anzi: oggi il soggetto non serve, si fa molta metapittura, ragionamento su forme, linee, colori fini a sé stessi: e in fondo è logico, perché forme-linee-colori, a prescindere dal soggetto, è l’unica cosa che collega Michelangelo, Monet, Mondrian (notare che i grandi artisti hanno sempre il cognome in M, come Montagner).

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      • Esatto, grazie per averlo detto. Purtroppo, però, ci si confronta con un pubblico; proprio quel pubblico “facile” a cui accenni. Lo stesso pubblico che rimane bloccato davanti al termine “brutto” da me attribuito al romanzo di Calvino, senza fare un passo avanti e chiedersi se ha senso parlare di “bello” o di “brutto”, anziché di “efficace”. 🙂

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  4. Brutto e bello sono definizioni soggettive, però. A me è piaciuto, come tutto ciò che ho letto di Calvino. Chi più, chi meno, a me i suoi testi sono piaciuti.

    Calvino non è un autore per il lettore medio, ma per un lettore che ama geni come Calvino e buona letteratura.

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    • Esattamente. Il termine “brutto” che mi sono permesso di usare ha un significato più profondo, che va individuato nella linea di demarcazione di una narrativa destinata ai “più” e una destinata ai “meno”. 🙂

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  5. Mi sono un po’ persa in questo post, sarà blogging postmoderno?
    Al di là di tutto, Calvino, anche con Se una notte d’inverno un viaggiatore è in genere molto amato da chi bazzica narrativa di genere, me in primis e quando ho letto “è un libro brutto” mi è venuta una sincope. È citato moltissimo nelle conferenze sulla letteratura di genere (sopratutto se si parla di fantastico) quindi il fatto che sia “per pochi” o che in qualche modo si opponga alla narrativa di genere mi giunge nuovo. Calvino è tra gli autori italiani più letti. Uno dei pochi che viene tutt’ora letto per diletto, non per un obbligo scolastico, insomma, uno dei pochi che arriva proprio a quel “lettore medio” che di solito rifugge gli intelletualismi. La sua forza sta proprio nel proporre fini giochi intellettuali senza appesantire la prosa, proponendo molte (in questo caso tendenti a + infinito) linee interpretative e lasciando a ciascun lettore la possibilità di scegliere la sua. Lui diceva di voler produrre non dei best seller ma dei long seller, cioè libri in grado di essere letti a lungo da un numero costante di lettori e così in effetti è stato. Non mi sembra molto elitario come proposito. O, se lo è, sia agli atti che darei un rene per diventare un’autrice elitaria quanto Calvino e vendere quanto ha venduto lui.

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    • Sono piani, secondo me, diversi. Calvino viene letto molto da chi “bazzica” narrativa di genere perché in tutti gli altri romanzi, ma anche in questo, è un autore squisitamente leggero, fantastico (nel senso che scrive storie di genere fantasia) e per la lucida genialità della sua scrittura. Nelle lezioni americane egli stesso indica quelle che devono essere le caratteristiche del romanzo moderno per poter piacere: leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, eccetera. Altra cosa, però, è parlare di Se una notte d’inverno un viaggiatore. Forse intendi dire che ho una bassa stima del lettore medio? Non è una questione di stima; questo romanzo alza a livello di contenuto la struttura: ergo non è un romanzo per il lettore medio. Nulla vieta che possa piacere comunque.
      Che poi si ritrovano anche in questo romanzo le caratteristiche della scrittura di Calvino credo sia normale: significa che il romanzo non è posticcio, o manieristico.
      In realtà, Se una notte d’inverno un viaggiatore è un esempio abbastanza coerente di modello che vorrei seguire per il romanzo che vorrei scrivere: un romanzo elitario, leggibile da tutti. (Tuttavia non sono convinto che questo romanzo di Calvino – non Calvino in sé, ma questo – sia davvero leggibile da tutti… e qui sì, che sono diffidente). 🙂

      I long sellers sono elitari; sono proprio i romanzi elitari a durare e venire riscoperti nel tempo, in genere.

      P.S. è ovvio che con brutto non intendo dire brutto; spero si capisca: a me sembra chiaro.

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      • Sì, ho capito cosa intendevi, anche se il primo impatto è stato da infarto.
        Poi, non so. I lettori in Italia sono pochi, sono già élite. Io del lettore ho stima, a prescindere. Magari ho gusti diversi da qualcuno (o da molti), ma di chi legge ho stime. Altrimenti non scriverei.

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        • Sì, questo assolutamente anch’io. Infatti non mi permetto di giudicare. Mi limito a notare che in letteratura ci sono romanzi “facili” e romanzi “difficili”. Io vorrei scrivere un romanzo “difficile” che sia facile da leggere. Sono egocentrico? XD

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    • C’è l’abitudine di affiancare i “lettori di genere” con il concetto dei “molti”. In realtà, se si esclude il romance, i lettori di genere sono ben pochi: il fantastico, per esempio, copre appena il 2% del bacino dei lettori.
      Calvino non è per pochi, senza dubbio. D’altro canto certi suoi testi, per essere apprezzati, richiedono un dato tipo di analisi che i “molti” non fanno.
      Intendo che non puoi cercare nell’opera quel che non può esserci, così come non puoi guardare un quadro impressionista e cercare un soggetto importante e definito: serve un preciso “atteggiamento mentale”, devi agire secondo un preciso schema di fruizione che normalmente applicheresti inconsciamente. Se l’Ulisse di Joyce è “per pochi” non è assolutamente perché richieda grande cultura (non la richiede: Joyce stesso ha detto che i suoi lavori possono divertire anche senza alcuna conoscenza pregressa), ma perché richiede di puntare gli occhi in luoghi dove per molte persone non è normale puntarli.

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  6. Le ultime cose che scrivi fatico a seguirle. Mi sembra che intendi il tuo manifesto come il luogo dove possono starci frasi, parole, concetti in libertà.
    Finirai per pubblicare l’elenco del telefono, perché non ha trama ma solo struttura. 🙂

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    • E non sarebbe un’idea così malvagia. Dall’elenco del telefono puoi farti un’idea della realtà di un dato luogo; poi portresti iniziare a immaginarti storie che quei nomi sembrano suscitare; e, alla fine, trovare una logica che unisca il tutto. Un’idea davvero fantastica, Hell, complimenti. 🙂

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    • Struttura senza trama è proprio il nostro ideale di letteratura. Purtroppo Joyce non è stato abbastanza ardito, decidendo comunque di mantenere eventi riconoscibili. Noi dovremo andare a pescare in certe cose del nouveau roman e del gruppo 63, probabilmente…
      A proposito: Avoledo ha pubblicato “L’elenco telefonico di Atlantide”. Purtroppo ci ha molto deluso: non è un vero elenco telefonico.

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  7. Off-topic: sai che io ho studiato nello stesso Liceo di Calvino? Speriamo sia di buon auspicio! Lui è cresciuto a Sanremo, infatti parla spesso della città nei suoi romanzi. 🙂

    Detto ciò, mi ha colpito nel tuo post specialmente questa frase: ” Un romanzo, per sua natura, dev’essere rivolto al pubblico più vasto che si riesca a raggiungere”. Domanda: perché? Non stiamo parlando del Gieffe. Un romanzo può anche avere un target ben definito, forse più esiguo di quello di un best-seller “universale”, ma non per questo insignificante.

    Non concordo nemmeno sul fatto che un romanzo dovrebbe rappresentare il gusto estetico del lettore medio. Io penso invece che un romanzo debba rappresentare il gusto estetico del target che ha scelto. Questo non necessariamente lo penalizzerà. Prendi Baricco, per esempio. Secondo te è per tutti? Assolutamente no. Con il tempo è diventato un classico e ha venduto tanto, anche se il suo stile non è alla portata dell’italietta più becera.

    P.S. Ti consiglio di leggere Walter Benjamin! 😀

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    • Per due motivi, ma forse è un argomento che meriterebbe un post a parte, cioè: un romanzo non lo scrivi per te stesso, lo scrivi per comunicare qualcosa a qualcuno, a più di qualcuno, a chiunque sia disposto ad ascoltarti (poi, è chiaro che ci sarà un pubblico che dipende dal genere o da quello che scrivi, ecc.); un romanzo, quando diventa libro, è anche un prodotto e un prodotto, come qualsiasi prodotto, ha lo scopo di essere venduto il più possibile. Quindi, scegliere coscientemente di rivolgersi solo a una nicchia (cosa possibile, per carità) è, secondo me, una sorta di contraddizione.

      Io non ho detto che un romanzo dovrebbe rappresentare il gusto di un lettore medio. Ho detto che i romanzi più venduti spesso sono quelli la cui estetica combacia con il gusto estetico del lettore medio. È una cosa diversa. 🙂

      No, secondo me Baricco non è per tutti e, sì, vende parecchio bene. Questo mi fa sperare… 🙂

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      • Esistono tre livelli, secondo me:
        1) cerchi di incontrare il gusto del lettore medio rinunciando a una fetta della tua qualità;
        2) targhettizzi la tua opera mantenendo l’equilibrio fra la vastità e la specificità del pubblico;
        3) scegli una nicchia di intellettualoidi: le vendite sono poche ma costanti. Hans Tuzzi (per me illeggibile) ha una carriera ventennale alle spalle, però avrà dieci lettori. 😀

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        • Io cercherei una via simile al tuo punto due; cioè, il mio obbiettivo è di scrivere qualcosa qualitativamente di valido (quindi senza scendere a compromessi), ma con una formula che possa essere apprezzata anche dal lettore medio. Inoltre credo in quello che dice Tenar, cioè che il lettore medio non è per forza uno zombi (nel senso di: decerebrato). XD

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  10. Mi piace questo blog che ho scoperto da pochissimo! Io sono un assoluto esordiente (vale a dire che ho scritto una ( 1 ) sola pagina… Ho seguito con attenzione l’intero dibattito. Non intervengo per aggiungere granché, solo ribadire quello che ho trovato molto giusto: la teorizzazione di un equilibrio indispensabile alla massima estrinsecazione dell’arte, quel “compromesso” (solo in apparenza tale!) virtuoso, di cui è capace soltanto il genio, tra la godibilità dell’opera per un pubblico più esteso possibile, e l'”egoismo” dell’artista che non rinuncia minimamente alla densità del messaggio che vuole veicolare né al suo personalissimo estro, ma che anzi questi ultimi esalta esponenzialmente quanto più è stato capace anche di piacere…! Questa è davvero la più alta esperienza artistica a mio modesto avviso, e volendo fare un esempio musicale (mi viene semplice perché suono da sempre), ho ritrovato questa “perfezione” nei dischi di Battiato, in particolare (non a caso) quelli del suo periodo considerato più “pop”. Popolare, ed Elitario. Si può ambire forse a qualcosa di più? Quanto vorrei che un mio (eventualissimo) libro somigliasse ad un disco così..!

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    • Ciao Luca, benvenuto nel mio blog. Mi fa molto piacere ti siano piaciuti, il blog e l’articolo. Piacere a moti e rimanere se stessi è davvero la sfida del nuovo millennio. La letteratura colta, spesso compilata più per autocompiacimento che per veri motivi, mi pare affettata e obsoleta. La narrativa di genere, che riproduce se stessa all’infinito, mi pare noiosa e antiquata. Forse bisognerebbe provare a fare qualcosa di alto (uso alto al posto di colto) ma, allo stesso tempo, di bello. Io, almeno, la penso così. Battiato, che mi pace molto, mi pare un buon esempio.

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