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Fondamenti di grammatica per aspiranti scrittori

La volta scorsa abbiamo introdotto il discorso sull’uso dell’interpunzione. Oggi vediamo nello specifico il punto, la virgola e il punto e virgola. Curiosi di sapere se li state usando a dovere?

Il Punto

Il punto fermo serve a indicare una pausa forte, che conclude un periodo o anche solo una singola frase. Può considerarsi il segno interpuntivo fondamentale, sia perché è il più antico (frequente già delle epigrafi latine), sia perché tende a invadere il campo di altri segni, come il punto e virgola, i due punti, la virgola.

Esempio (tratto dal Serianni):

«L’incontro è stato spiccio. Il dialogo breve. Troppo».

Il punto si usa anche nelle abbreviazioni, che possono distinguersi a seconda che avvengano:

  1. Per contrazione, se consistono nelle lettere iniziali e finali, dove il punto si colloca al centro: f.lli = fratelli, s.lle = sorelle; ill.mo = illustrissimo; gent.ma = gentilissima; ecc.
  2. Per compendio, quando riproducono una o più lettere iniziali della parola abbreviata: dott. = dottore; avv. = avvocato; ing. = ingegnere; ecc.
  3. Per sequenza consonantica, quando risultano dalla consonante iniziale seguita da una o più consonanti: sg. e sgg. = seguente, seguenti; ms. e mss. = manoscritto, manoscritti; ecc.
Curiosità:

Quando una frase si conclude con un’abbreviazione, il punto fermo non si scrive perché inglobato già nel punto abbreviativo.

Le lettere di una sigla possono essere seguite da un punto, ma più spesso no; sempre senza punto le sigle automobilistiche. Nelle sigle complesse, quelle in cui si aggiungono delle vocali per facilitarne la pronuncia, il punto manca: CONAD (= Consorzio Nazionale Dettaglianti). Il punto manca pure in sigle molto comuni per le quali si sia perso il significato delle singole componenti: FIAT (= Fabbrica Italiana Automobili Torino); UPIM (= Unico Prezzo Italiano di Milano).

La Virgola

È forse il segno più usato, vario e articolato. Indica una pausa breve e, di norma, non va usata all’interno di «blocchi unitari». Ad esempio: tra soggetto e predicato (Giorgio legge); tra predicato e oggetto (leggo il giornale); tra aggettivo e sostantivo (i vecchi nonni).

«Tuttavia, questa norma viene meno tutte le volte che uno dei due elementi del sintagma è messo in evidenza, perlopiù alternando l’ordine abituale delle parole» [Serianni]. Ad esempio: «sorrideva, lui, senza cappello e cravatta, con il colletto della camicia a righe rovesciato indietro» [Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini – la virgola, tra predicato e soggetto, è richiesta dall’inversione]; «Persino ora i miei venticinque lettori che impressione dovesse fare nell’animo del poveretto, quello che s’è raccontato» [Manzoni, I promessi sposi – il soggetto di dovesse è dislocato in fine frase ed è separato dal resto per mezzo della virgola]; «Dai retta a tua madre, Marina… quel Bube, lascialo perdere» [Cassola, La ragazza di Bube – prolessi dell’oggetto, seguito da virgola, che viene ripreso nella frase successiva col pronome lo]; «Lui, non raccontava mai nulla» [Satta], «Il prete, non poteva dirle nulla» [Pasolini]: messa in evidenza del soggetto.

La virgola, più spesso, può trovarsi:

  1. Nelle enumerazioni e nelle coordinazioni asindetiche: «Bravi, don Rodrigo, Renzo, viottole, rupi, fughe, inseguimenti, grida, schioppettate»; «vide confusamente, poi vide chiaro, si spaventò, si stupì, s’infuriò, pensò, prese una risoluzione» [Manzoni, I promessi sposi].

In questi frangenti, la virgola può venire a mancare per una maggiore ricerca di tensione espressiva, come nella prosa dannunziana: «le palpebre di lei gonfie rosse arse», e in tanta poesia del novecento: «e grave grave grave m’incuora» [Pascoli].

Può mancare anche nelle serie sindetiche (cioè: per via di congiunzione, attraverso congiuntivi), con vocaboli separati da una congiunzione coordinativa (e, , o, ma, ecc.), specie all’interno di frase: «ubbidirà, volente o nolente»; «io non posso né pentirmene né correggermi per l’unica ragione che me ne pregio» [Carducci, Prose]; «Dov’è la forza antica, / dove l’armi e il valore e la costanza?» [Leopardi].

Tuttavia si adopera quando si vuole mettere in risalto l’elemento coordinato: «il pensiero che don Rodrigo […] tornerebbe glorioso e trionfante, e arrabbiato» [Manzoni].

Nelle enumerazioni prima di eccetera o ecc. può esserci oppure no: il primo caso è più comune.

  1. Prima di un’apposizione (sostantivo che si aggiunge a un altro per determinarlo e attribuirgli una proprietà particolare, ndr): «Marlon Brando è andato a Tahiti per far visita a Cheyenne, la figlia sedicenne». Anche prima e dopo un’apposizione al centro di una frase: «non avevo che un vago ricordo di Palermo, mia città natale, dalla quale ero partita a tre anni» [Ginzburg, Lessico famigliare].
  2. Prima, ed eventualmente anche dopo, un vocativo assoluto: «Senti, babbo»; «Via, caro Renzo, non andare in collera».
  3. Negli incisi di qualunque tipo: «Non esce mai di casa, però, la sua figliuola» [Pirandello, così è (se vi pare)]; «Eh sì, ecco, bisogna che io dica» [Pirandello]; oppure: «una città, questa Roma del primo Settecento, ammorbata e stagnante», «gli altri oggetti, a differenza dei loro compagni morti e inconsistenti sparsi nell’ombra del salotto, rivelano tutti i loro colori e la loro solidità» [Moravia, Gli indifferenti].
  4. Prima e dopo (o solo prima o solo dopo) proposizioni subordinate che condividono in qualche misura le caratteristiche dell’inciso. Ad esempio le relative esplicative: «Latina, che fu fondata nel 1932, è la seconda città del Lazio», niente virgola, invece, prima di una relativa limitativa: «i discorsi che fai tu», «colui al quale ho scritto»; i costrutti temporali impliciti col participio: «don Abbondio, pronunziando quel nome, si rovesciò sulla spalliera della seggiola»; le preposizioni-complemento in genere, specie se anteposte alla reggente: temporale: «Quando nevica, all’inizio di una lunga salita che porta ad un paesello statunitense sostano gruppetti di ragazzini»; concessiva: «Sebbene un’amnistia rimettesse di lì a poco in libertà il Garibaldi, l’indignazione […] travolse il ministro Rattazzi»; ipotetica: «Dobbiamo tenercela la malaria: se tu ce la vuoi togliere, ti manderanno via».
  5. Nelle ellissi: «il primo indossava un berretto; il secondo, un cappello».

Conclusioni

Al di là di tutte queste chiacchiere, si nota una certa libertà nell’uso della punteggiatura. Con essa, si esprime il massimo della creatività artistica, tanto che, come avete potuto notare, non si può parlare di punteggiatura senza riferirsi strettamente alla narrativa. C’è tuttavia una regola assoluta, che vale per tutti i segni di interpunzione, e per la quale vorrei citare Giulio Mozzi: «usala: nel modo più opportuno».

Non si fa più in tempo per il punto e virgola, temo. Ne parleremo la prossima volta. State bene.

__________________

Note:

Luca Serianni, Grammatica italiana, UTET universitaria, 2006.

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29 Comments on “Punto, virgola, punto e virgola

  1. “Con essa, si esprime il massimo della creatività artistica…” infatti ne hai subito approfittato separando soggetto e predicato con una virgola 😉 (era voluto, vero?)
    Comunque ero curiosi di sapere qualcosa sul puntoevirgola, tocca aspettare, lo fai per mantenere la tensione narrativa, vero?

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  2. Pingback: La punteggiatura | Salvatore Anfuso – il blog

  3. Questo post mi ha fatto venire in mentre Andrea De Carlo che, nelle enumerazioni, non usa mai la virgola ma “e”: al decimo libro, ormai non faccio più caso a questa stranezza stilistica, che è a tutti gli effetti parte di lui.

    Detto questo, mi rincuora vedere che uso la virgola correttamente, io. 😉

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  4. Io non la trovo quasi mai nelle subordinate tipo: “Se Salvatore non avesse un blog dovremmo dirgli di aprirne uno”, quando è corretto scrivere “Se Salvatore non avesse un blog, dovremmo dirgli di aprirne uno”.
    Forse in qualche caso si omettere quella virgola, quando magari la frase è breve, come: “Se vai dimmelo subito”.

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    • No, ci andrebbe lo stesso, secondo me. Poi… boh, credo che se lo scrittore è un veterano, alcune scelte siano stilistiche. Altrimenti è ignoranza o distrazione. Come dici tu, ho notato anch’io questa tendenza, per di più in scrittori affermati. Forse non vogliono dividere troppo il paragrafo in subordinate che spezzano la continuità. Tanto, quando leggi, non te ne accorgi. Questa è l’unica giustificazione che ho trovato.

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    • Nel tuo caso, Giulia, sotto l’albero oltre al punto e virgola aggiungo anche i due punti: ok? 🙂

      P.S. regalo più grosso per le femminucce! 🙂 … è sempre stato così dalle mie parti. 😦

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  5. Ok, queste regole le conoscevo, oggi non devo fare i compiti di punizione!
    A me non dispiacciono le eccezioni alla regola, se usate bene.
    Baricco in Mr Gwyn usa una punteggiatura peculiare, specialmente nei dialoghi, che aiuta il ritmo della narrazione e rende il libro ancora più unico e spettacolare.

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  6. Pingback: L’interrogativo e l’esclamativo, ma anche i puntini… | Salvatore Anfuso – il blog

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