Presi a caso dalla biblioteca


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Il Buddha di Brooklyn

Una domanda aleggia serafica sulle pagine di questo romanzo, accompagnandomi dalla prima all’ultima frase del libro: perché, perché leggerlo?

La vita di un uomo è come una palla nel fiume, dicono i testi buddisti: a prescindere dalla nostra volontà e dai nostri desideri, siamo trascinati da una corrente invisibile che alla fine ci consegna all’infinita vastità del nero mare. Quest’immagine mi piace. Lascia intendere che ci sono periodi in cui galleggiamo leggeri sulla superficie dell’esistenza, fluttuando da una pozza lunga e languida all’altra. Ma poi, quando meno ce lo aspettiamo, superiamo un’ansa e ci ritroviamo a precipitare giù in una cascata tornante verso l’abisso tumultuoso sotto di noi. Io ho fatto questa esperienza. E ne ho fatte anche di peggiori.

Benché non sia mia intenzione, devo avvertirvi che nei paragrafi che seguiranno potrebbero venire fornite informazioni sensibili; informazioni che potrebbero dire troppo a chi fosse interessato alla sua lettura. Se avete intenzione di leggerlo, e non capisco davvero perché dovreste, forse è meglio che vi fermiate qui. Ad ogni modo non ne farò né un riassunto né una recensione: innanzitutto perché non ne sono affatto capace, ma soprattutto perché non ne vedo il motivo.

Queste parole possono sembrarvi scoraggianti, me ne rendo conto. Vi stupirò a questo punto dichiarando che Il Buddha di Brooklyn non è affatto un brutto romanzo. Può, anzi, rilevarsi una lettura interessante per chi fosse patito del genere: “romanzi spiritualisti/buddisti”. È scritto con garbo; scorre bene; si fa leggere. Tuttavia, basta affinché una lettura si riveli proficua per il lettore? Con questo post tenterò di dare una risposta.

Oda è un tipico ragazzo giapponese originario del villaggio di Katsurao, nella prefettura di Fukushima, che da piccolo, contro la propria volontà, viene iniziato alla vita sacerdotale. Questo incipit potrebbe rivelarsi interessante, soprattutto se si generasse in Oda e nella vicenda narrata una sorta di conflitto. Purtroppo per noi, ma per sua fortuna, non sarebbe stata possibile una scelta migliore per il piccolo buddha (scritto rigorosamente in minuscolo per non confonderlo con il Buddha vero). Egli infatti ha proprio la stoffa, l’indole, per essere un vero sacerdote del suo culto. Benché patito di poesia romantica britannica (?), compone versi haiku; dipinge nella tipica tecnica giapponese (che però l’autore si dimentica di descrivere); ha il giusto carattere riservato, contemplativo e flemmatico necessario per ergersi come modello sacerdotale assolutamente privo di qualsiasi ambizione per la gerarchia ecclesiastica (eh sì, a quanto pare anche i buddisti hanno i loro conflitti interni).

Tuttavia il romanzo non parla di questi conflitti. Ne accenna solo un po’, a una certo punto della lettura, quanto basta per risvegliare momentaneamente il mio interesse assopito. Poi, il giovane buddha, contro la propria volontà, viene spedito negli Stati Uniti a sovrintendere la costruzione di un tempio buddista. Inaspettatamente, egli si trova a dover fare i conti con dei rozzi americani medi; l’impatto di una cultura ritualistica, quella di appartenenza, con una cultura massificata e mercificata, quella americana, lo lascia in uno stato di prostrazione molto simile alla “molto occidentale” depressione.

Non disperate però, perché a questo punto sarà proprio una donna americana, di origini italiane, a “tirarlo su di morale”, mostrandogli la via. E questo sì, che è originale. Egli, un sacerdote buddista, viene iniziato alla filosofia occidentale. Naturalmente: contro la propria volontà. In fondo, l’incipit, lo dichiara fin da subito: egli è una palla che viene trasportata dalla corrente. E non fa nulla, assolutamente nulla per modificare la propria traiettoria.

Il romanzo è narrato tutto in prima persona. Una scelta di cui non riesco a capacitarmi, visto che scegliere la terza avrebbe prodotto lo stesso risultato. Se l’autore fa una scelta di stile, da lettore mi aspetto che dia un taglio particolare alla narrazione: il punto di vista originale del personaggio. Invece no. L’osservazione del piccola buddha (che tanto piccolo non è, perché gli anni passano e in America ci andrà da adulto) si limita a narrare la vicenda come avrei potuto narrarla io, o voi: senza trasporto alcuno.

Mi fermo qui, aggiungendo solo due essenziali informazioni: la prima è che in coda al romanzo c’è un delizioso glossario di terminologie che può rivelarsi utile; la seconda, l’autore, Richard C. Morais, è un perfetto americano medio, nato a Lisbona, di mestiere: giornalista. Il perché Neri Pozza abbia pubblicato questo romanzo mi sfugge. La storia è banale, la scrittura pure, la copertina e il titolo: molto attraenti.

Quando, qualche post fa, forse a proposito di Calvino, ho parlato di romanzi brutti e romanzi belli (definendo Se una notte d’inverno un viaggiatore un romanzo brutto); non conoscevo ancora questo romanzo di Morais, da usare come controcanto: Il Buddha di Brooklyn, stando al parametro espresso in quell’articolo, è proprio un tipico romanzo: bello. Non aggiunge nulla all’esperienza del lettore, se non nozioni basilari, banalucce e tutte da verificare sul buddismo; però ha una storia e una trama (anche se lisce come la vodka spuria).

Con il libro in mano, mi dirigo alla biblioteca Italo Calvino (lo so, sembra una presa in giro ma è così), attraverso l’uscio, lancio un’occhiata alla giovane bibliotecaria e imbocco le scale per il primo piano. Forse l’idea di sceglierli a caso non è stata buona. Ho troppo poco tempo da dedicare alla lettura per sprecarlo senza scopo. Ho in mente un libro specifico questa volta: Stoner, di John William. Continuano a suggerirmelo in tanti e sono convinto della scelta.

Mi avvicino al bibliotecario coleottero e gli consegno il Buddha (lo so, sembra un’altra presa in giro, non posso farci nulla) e chiedo se ha Stoner a portata di zampe. Mi guarda come fossi sterco fresco; la cosa m’impensierisce.

«Già preso». Dice solo questo e inizia a battere i tasti al computer per archiviare il Buddha.

«Infinite Jest, per caso, lo avete?» chiedo.

«Mai acquistato».

«Underworld…?». Non voglio perdere ogni speranza.

«Una copia a Settimo».

L’ultima chance, poi mi rifugio in libreria: «L’arcobaleno della gravità?». Sono pronto a ogni risposta.

Il bibliotecario coleottero batte sui tasti; osserva lo schermo; strabuzza gli occhi.

«C’è, è disponibile». Non riesce a crederci neppure lui.

«Mio! preso, lo prendo».

Esco dalla biblioteca con la mia copia di Pynchon sottobraccio. Mi guardo in giro; diversi avventori si voltano a guardarmi, poi osservano il libro. Lo stringo più forte e allungo il passo. Per sta volta è fatta. Mentre mi avvio verso casa mi guardo le spalle: forse mi seguono.

Tornando alla domanda espressa all’inizio: basta che un romanzo sia scritto bene e sia scorrevole per giustificarne la lettura? Può darsi, certo. Può darsi che basti, perché la lettura è anche un passatempo; la lettura è intrattenimento; la lettura è piacere. Tuttavia, io ho un’obbiettivo preciso a cui mirare e devo concentrare il poco tempo che ho verso letture che non siano solo piacevoli (o che non lo siano affatto), ma anche utili. Per me, un libro non basta che sia bello da leggere, dev’essere proficuo; deve cioè trasmettermi qualcosa: un’informazione importante che non avevo o un’emozione che non avrei altrimenti vissuto. Detto questo, ecco un buon modo di terminare un romanzo:

Grazie per aver letto il mio romanzo. Il vostro tempo è prezioso, le distrazioni non mancano. Vi sono profondamente grato.

________________

Note:

Prima di andarmene guardo fra gli scaffali se hanno La Storia infinita di Ende. No… non c’è.

28 Comments on “Presi a caso dalla biblioteca

  1. Non conosco questo romanzo. Inizialmente pensavo ti confondessi con “il buddha delle periferie”, di cui non ricordo l’autore. E – se devo essere sincera – nemmeno di cosa parli perché l’ho abbandonato a metà. Poi, mentre leggevo, ho notato che il filone buddhista va alla grande. Se devo essere sincera, un po’ mi incuriosisce e credo che leggerò qualche recensione.

    Due osservazioni istantanee:

    1) L’assenza di conflitto mi ha fatto venire in mente il film “Il piccolo buddha” di Bartolucci, una pellicola che dura quasi tre ore senza l’ombra di un turbamento eccetto – forse – verso la metà, quando i genitori di Jess discutono sull’eventualità di portarlo il Nepal per scoprire se davvero è il Lama reincarnato. Ciò nonostante, credo sia uno dei film più belli che abbia mai visto. Se non ricordo male (ma non vorrei dire fregnacce) vinse anche l’oscar.

    2) Secondo te, il distacco della narrazione in prima persona, potrebbe essere legato alla volontà di tener fede ai principi della filosofia orientale, che hanno alla base la volontà di essere “testimoni non giudicanti” di ciò che accade? Il tal caso, il punto di vista, seppur freddino, sarebbe comunque coerente.

    P.S. Grazie per aver messo il finder: “chiedi e ti sarà dato”, mi sento onnipotente! 😀

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    • Sì, potrebbe essere che l’autore volesse riprodurre proprio la proverbiale pazienza buddista, anche se poi, dalla descrizione che fa dei sacerdoti, ne escono fuori delle macchiette che si aggirono nel reparto golf degli ipermercati americani… Tuttavia, il beneficio del dubbio… Secondo me, comunque, il romanzo è fiacco e basta.

      Il piccolo buddha è un film bellissimo (anche se mi ero addormentato più o meno a metà); questo libro… no. Ma è un’opinione personale. Tu di buddismo ne sai molto più di me; magari lo leggi e cogli delle cose che io non ho potuto cogliere. Però, se fosse così, c’è comunque qualcosa di sbagliato: il romanzo lo scrivi potenzialmente per essere letto da tutti; se delle cose sono appannaggio solo di alcune persone (i buddisti ad esempio), allora dovresti scrivere in modo tale che anche chi non ne sa nulla riesca comunque a capire dei concetti base.

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      • Sì sono d’accordo. Però, come ho scritto anche nel post, non è semplice. si danno per scontati termini e definizioni che spesso gli altri non sanno capire… l’autore deve essere molto sapiente. Quando ho letto “scrivere zen” della Goldberg non avevo alcuna base, però ho capito tutto. Credo sia stato il manuale in assoluto più importante per la mia scrittura…

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  2. Neri pozza non è infallibile ma resta comunque una buona casa editrice. Per quanto riguarda infinite jest in una piccola biblioteca di quartiere (come immagino sia la tua) non lo troverai mai. Se ti fidi dei consigli di uno sconosciuto ecco 2 titoli
    Breve trattato sulle coincidenze / Dara
    Compromesso / Dovlatov

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    • Ciao Angelo, non ricordo se ti avessi già dato in precedenza il benvenuto sul mio blog… quindi: benvenuto! 🙂

      Condivido la tua opinione su Neri Pozza (lo avevo anche scritto nel post precedente di “presi a caso dalla biblioteca”). Loro hanno pubblicato libri come La ragazza dell’orecchino di perla. È una casa editrice con una certa idea della letteratura. Per questo la scelta di pubblicare questo romanzo mi stupisce un po’. Ma è possibile che sia io a non aver compreso e apprezzato questo libro. La mia è sempre un’opinione personale.

      La biblioteca non è così piccola, in fondo ho preso l’Arcobaleno della gravità, che è un altro libro non proprio così comune, però certi libri immagino non si riesca proprio a trovarli.

      Domenico Dara non è passato dal Calvino? Mi pare di ricordare qualcosa del genere. Non l’ho ancora mai letto, comunque. I russi, invece, sono i miei preferiti, anche se non ho ancora trovato il tempo di leggere Sergej Dovlatov. Grazie per i consigli! 🙂

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    • Ecco, quando leggerai “Stoner” sarà interessante sapere cosa ne pensi. La scrittura asciutta di Williams dovrebbe piacerti. È uno dei pochi libri che ho voluto leggere più per capire come scrive che per la trama.
      D’accordo sul fatto che abbiamo troppo poco tempo per sprecarlo su libri brutti. Io sono spietato: se un libro non mi convince lo abbandono, senza pensarci due volte. Grazie dunque per il sacrificio con “Il Buddha di Brooklyn”: sarè utile a molti. 🙂

      Dimenticavo: refuso (cancella pure questa parte del commento una volta corretto), nella frase “In fondo, l’incipit, l’ho dichiara fin da subito:… “

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      • Grazie per il refuso, Pad. Non c’è bisogno di cancellare; di refusi ne lascio in giro di continuo: sono come le briciole di Pollicino: servono a trovare la strada di casa. XD

        Mi sto appostando tutti i giorni vicino all’entrata della biblioteca. Aspetto di vedere qualcuno uscire con Stoner sottobraccio. Quando capiterà, lo cecchino e me lo porto via! Posso farcela!

        A parte gli scherzi: nel sistema bibliotecario di Torino ci sono sette copie di questo libro, Stoner, tutte e sette sono perennemente prese… Non se lo filava nessuno John Williams; mo’ lo vogliono tutti. -.-‘

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        • Merito/colpa di Alessio: da quando lo ha consigliato, tutti lo vogliono. Perfino mia moglie me lo ha sottratto quando ancora non l’avevo finito.

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          • Capisco, ma con quante persone potrà mai aver parlato, Alessio? Qui, tutta Torino si muove in sordina alla ricerca di Stoner… È una guerra, una maledettissima guerra… e la stiamo perdendo! XD

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            • Eh eh, 🙂 hai ragione, Alessio lo consigliava quando era già tornato in auge… pur essendo un libro “datato” avevo visto già un anno fa intere vetrine Feltrinelli foderate con il faccione di Stoner come fosse una novità. Comunque Alessio consiglia ottimi libri. Adesso leggo Faulkner, ad esempio, sempre consigliato da lui.

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              • Anche Faulkner andava molto di moda negli anni… settanta? Poi è sparito del tutto. Adesso pure Mozzi lo consiglia. Le vetrine della Feltrinelli foderate di Stoner me le sono perse, mannaggià a me!

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  3. Di base la trama di questo libro mi ispira, contrasti a parte, so molto poco di buddismo e potrebbe essere interessante entrare nella mente di un monaco giapponese. Se avessi la certezza che l’autore sa di che parla. Ecco. Se è un monaco giapponese a raccontarmi una storia senza conflitti di un monaco giapponese posso sperare in un punto di vista per me originale e in un sacco di cose che io non so da imparare. Se è un americano che si è documentato, faccio prima a leggermi un saggio.
    Del resto le recensioni servono anche a evitare ad altri di perdere il proprio tempo, quindi grazie.

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  4. Da questo post mi sarei aspettato qualcosa di più, sulla giovane bibliotecaria 😛
    Mi sa che il prossimo sarà fra 3 mesi, vista la mole di Pynchon 😉

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  5. Secondo me l’hanno pubblicato perché la sola parola “budda” garantisce tante vendite.
    La gente al giorno d’oggi va matta per qualsiasi forma di auto-aiuto, se poi viene in frasi corte, facili da ricordare e adatte a varie situazioni quotidiane… i libri vanno a ruba.

    Inoltre, tutto ciò che è America, specialmente New York e California, vende. Quindi il titolo del libro è azzeccatissimo da un punto di vista commerciale.

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  6. Pingback: Letture nel 2015 | Salvatore Anfuso – il blog

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