Stephen King

… quando i segreti fanno l’arte

Un sogno. È quello che segretamente coltiviamo: vivere dei frutti della nostra passione. Ah, come sarebbe bello poter dedicare buona parte del giorno, o della notte, a scrivere i nostri romanzi, oppure a far ricerche per i nostri romanzi, o, ancora, a viaggiare per osservare dal vivo i luoghi in cui i nostri romanzi saranno ambientati. Lo so, lo so cosa state pensando: solo pochi, pochissimi, forse addirittura nessuno, può permettersi di vivere di sola scrittura.

Non intendo contestare quest’affermazione. D’altronde è un’evidenza. Non vale solo per la scrittura però, vale per ogni campo, artistico o meno, dell’umana intelligenza. Un esempio? In Italia quale esempio più calzante dei calciatori? Forse sono un centinaio i calciatori che possono essere definiti ricchi, ricchissimi. Non tutti, ma buona parte di quelli che giocano in serie A. Gli altri, però, di calcio ci vivono, giusto? Almeno fino a un certo livello… Vale a dire al di sopra del dilettantismo. Oltre questo livello, di calcio non si vive. Ma sono in molti i giovani che sperano, che alimentano la speranza di diventare calciatori ricchi e famosi.

Se parliamo di scrittura, solo una ventina in Italia, forse, sono gli scrittori ricchi per via della propria arte. Molti altri di scrittura, però, ci vivono: i giornalisti ad esempio, i mestieranti, coloro che lavorano in tutti quei rami che vanno a coprire le varie attività di una casa editrice, ecc. Di scrittura, quindi, si può vivere. Certo, entro un certo livello. Oltre il quale di scrittura, purtroppo, non si vive.

Quando, però, noi parliamo di vivere di scrittura, intendiamo una cosa diversa, dico bene? Ecco, il tema di questo post è: come fare a vivere di solo scrittura. Ovvero: come diventare scrittori famosi (e ricchi).

Vivere di sola scrittura

Vivere di sola scrittura, l’abbiamo detto, è facile. È un mestiere come ogni altro. L’anno scorso ho trovato sul web un annuncio di lavoro che offriva una paga (misera) per gestire due blog. Bisognava scrivere due o tre post al giorno per ciascuno dei due blog, per cinque giorni alla settimana. L’ingaggio era semestrale. Ogni mese veniva corrisposta in cambio una somma di denaro regolarmente dichiarata. Questo è il livello basso. Da qui in avanti, di scrittura, si può vivere.

Ho conosciuto un ghost writer, ormai in pensione, che negli anni settanta viveva di sola scrittura. Faceva un sacco di lavori per un paio di piccole/medie case editrici. Ogni tanto gli commissionavano la stesura di un libro per il “solito” VIP. È perfino riuscito a farsi pubblicare tre romanzi propri, due con pseudonimo e uno con il proprio nome. Non era ricco, ma ci manteneva la famiglia. Ogni mattina si svegliava all’alba, saliva in macchina e andava a pescare nelle valli di Lanzo. Quando il resto degli altri lavoratori iniziava a uscire di casa per dirigersi nel rispettivo posto di lavoro, lui tornava giù, a Torino, e entrava in casa editrice.

Un giorno scriveva un articolo, un altro curava l’impaginazione di un lavoro editoriale commissionato dalle “solite” banche o assicurazioni, un altro ancora scriveva un romanzo come ghost writer. Si chiama: mestierante. È quell’individuo che fa della scrittura, in senso lato, il proprio mestiere. Il figlio di quest’uomo è finito a curare, negli anni ottanta, l’impaginazione di diversi magazine. Anche il suo era un mestiere. A noi però, quello del mestierante (o se preferite dello scribacchino) non è il lavoro che ci interessa. A noi interessa un’altra sfaccettatura della scrittura, quella del: romanziere.

Fare il romanziere

Fare il romanziere significa scrivere romanzi e vivere degli introiti della loro vendita. Anche in questo campo ci sono dei livelli. I self-publisher compulsivi, ad esempio, sono il gradino basso di questa attività. Sfornano romanzi come fossero focacce, li piazzano su Amazon e vivono degli introiti della loro vendita. Più si scrive, più si guadagna. Qualcuno riesce anche a mantenere, non la famiglia, ma se stesso sì. Da qui in avanti, fare il romanziere e vivere di romanzi, è possibile.

Ci sono un sacco di romanzieri che vivono degli introiti dei loro romanzi. Valerio Evangelisti lo ha recentemente dichiarato in un forum. Non sono in grado di ritrovare quella discussione, ma la fonte, ve lo posso assicurare, è certa. Rimpingueranno l’introito con vari altri lavoretti legati all’editoria, certo. Ma fondamentalmente c’è tutta una fascia di scrittori (quelli da 20.000 copie a romanzo) che è riuscita a fare del romanziere un lavoro. Questa è una fascia intermedia.

Tuttavia, quando noi parliamo di romanzieri, non ci riferiamo, con tutto il rispetto, agli Evangelisti o ai vari Franco Forte pur presenti in Italia e nel mondo. Romanzieri capaci e meritevoli. Noi ci riferiamo alle vette di questo lavoro, cioè coloro che vengono definiti scrittori famosi: gli Stephen King, i Ken Follet, i Nicholas Sparks e tanti altri. Non sono pochi, in fondo, se ci fate caso. Loro sì, che vivono di sola scrittura così come la intendiamo noi. Ecco, cosa serve per arrivare al loro livello? Voglio dire, loro ci sono riusciti giusto? Perché noi no? Qual è il segreto?

Il segreto del successo

Esattamente come le Logge Massoniche, quelle che custodivano le tecniche della costruzione delle cattedrali, avevano i loro segreti, anche gli Scrittori Famosi hanno i propri segreti. Ve ne sto per svelare uno…

Il segreto del successo, quello che, se c’è di fondo un talento, permette di diventare gli scrittori famosi del futuro, è scrivere per il piacere di farlo. Lo so, sembra una presa in giro. Tuttavia non lo è. Chi scrive mirando al guadagno è, di fondo, un mestierante. L’unica vera differenza tra un buon scrittore e una delle vette della narrativa mondiale è la passione.

Vi lascio con un breve estratto di On Writing – Stephen King. Leggetelo con attenzione, perché è la pagina più importante di tutto il libro:

Quando aveva circa sette anni, mio figlio Owen si innamorò della E. Street Band di Bruce Springsteen, in particolare di Clarence Clemons, il corpulento sassofonista. Owen decise che avrebbe imparato a suonare come Clarence. Io e mia moglie ne fummo divertiti e compiaciuti. Alimentammo anche noi la speranza, come ogni genitore del mondo, che nostro figlio rivelasse del talento, che fosse magari un bimbo prodigio. Per Natale regalammo a Owen un sax tenore e un corso di lezioni con Gordon Bowie, uno dei musicisti della nostra zona. Poi incrociammo le dita e ci affidammo alla speranza.

Sette mesi più tardi proposi a mia moglie di sospendere le lezioni di sax, se Owen fosse stato d’accordo. Lui lo fu, e con palpabile sollievo. Non aveva avuto il coraggio di confessarlo, visto che era stato proprio lui a chiedere il sax, ma sette mesi gli erano bastati perché si rendesse conto che, per quanto amasse il suono potente di Clarence Clemons, il sax non era cosa per lui: Dio non gli aveva donato quel particolare talento.

Io lo sapevo, non perché Owen avesse smesso di esercitarsi, ma perché lo faceva solo nei periodi che gli aveva assegnato il signor Bowie: mezz’ora dopo la scuola per quattro giorni la settimana, più un ora durante i weekend. Owe aveva imparato le note e le scale, non gli mancavano memoria, polmoni e buona coordinazione tra occhi e mani, ma non lo avevamo mai sentito partire per una tangente, sorprendere se stesso con qualcosa di nuovo, bearsi della propria musica. E appena finivano gli esercizi, lo strumento tornava nel suo astuccio e lì restava fino alla prossima lezione o alla prossima esercitazione.

Stephen lo chiama talento, io la chiamo passione. Non sono cose diverse. Il segreto, nella scrittura come in ogni altro campo, sta proprio in questo: passione. Il resto – ricchezza, fama, successo – sono solo una conseguenza. Una conseguenza ben accetta, intendiamoci, ma poco importante rispetto alla passione che alimenta l’attività di scrittore.

E voi, provate passione per ciò che state facendo? Passate i giorni pensando alla vostra storia? Scrivete ad ogni occasione, con quell’impulso febbrile del folle? Oppure siete aspiranti mestieranti…?

17 Comments on “Vivere di sola scrittura: il segreto del successo

  1. Sono d’accordo fino a un certo punto con quello che hai scritto, in particolare penso che talento e passione siano cose distinte. Prendiamo ad esempio il figlio di King: secondo me lui non aveva né passione né talento. Un talento non aiutato dalla passione (anche perché rimasto nascosto o perché scoraggiato) produce forse qualche evento degno di nota ma niente che duri nel tempo. La passione senza talento è in grado, secondo me, di creare mestiere ma senza la scintilla che fa sfociare nell’arte. Solo una buona combinazione dei due ci dà un ottimo lavoro.
    Aggiungo, non senza amarezza, che c’è almeno un fattore che aiuta o addirittura può sostituire uno dei due: il culo.

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    • Del fattore K (il culo) avevo già parlato in un altro post ed è purtroppo imprescindibile. Per quanto riguarda la passione e il talento, io non credo che siano cose distinte. Il talento non è una cosa che arriva dal cielo. Il talento è il frutto, invece, di tanta passione. Semmai possiamo parlare di quantità… Più passione provi per una cosa, maggiore sarà potenzialmente il risultato. Dico “potenzialmente” perché bisogna sempre tenere presente il fattore K, appunto. 😉

      Poi ci sarà l’attitudine… L’attitudine ti indirizza verso un campo, piuttosto che un altro. Ma l’idea del talento puro, che è come dire: verso quella cosa non faccio fatica perché mi riesce a occhi chiusi, secondo me c’è tanta speculazione. Non è che a King scrivere non pesi, nel senso di fatica. Anche per lui è faticoso scrivere. Però la passione, come racconta nelle sue pagine, gliel’ha fatto riuscire bene. Se avesse avuto un talento innato, i prima racconti non glieli avrebbero rifiutati sempre. 😛

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  2. Mi viene in mente un aforisma, non ricordo di chi, che recitava “chi ama il proprio lavoro non lavora nemmeno un giorno nella sua vita”… credo che tu abbia centrato il punto, perché quando tu ami quello che fai la fatica quasi non si sente e il successo – a fronte di un grande impegno, certo – arriva quasi spontaneamente, basta saperlo accogliere … I nostri blog credo ne siano la prova. 🙂

    P.S. ora come ora mi basterebbe fare la “mestierante”, credimi. Ne abbiamo parlato proprio ieri via email. 🙂

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    • A me piace il mio lavoro invece, la scrittura dev’essere qualcosa di diverso: una realizzazione personale e artistica. Ma credo che, al di là della voglia di cambiare lavoro, valga la stessa cosa anche per te. In questo non credo siamo troppo diversi. Tempo al tempo… 😉

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      • Certo, infatti io separo la scrittura dei romanzi dalla scrittura (ad esempio) di testi per siti. Anche se so che fare la copywriter mi piacerebbe molto. In generale, sono attratta da qualunque lavoro autonomo, proprio per la situazione di cui ti parlavo ieri. Una volta ho detto a un mio collega “andrei anche a pulire i cessi se potessi decidere quando detersivo mettere nel secchio” 😀 😀 😀
        Forse è solo una fase transitoria, chi lo sa. Perché io penso che se non ci fosse “quella situazione lì” nel mio ufficio starei benissimo. Faccio un lavoro stimolante, sto bene con i colleghi, mi pagano bene, ho ferie, malattia, bonus… insomma… vorrei solo un po’ di realizzazione personale in più. 🙂

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  3. Per me passione e talento sono due cose diverse però vanno comodamente a braccetto: mio figlio suona il pianoforte, il suo insegnante dice che ha talento, impara facilmente, gli bastano poche ore di allenamento per entrare nel pezzo, ha superato gli esami di accesso al Conservatorio senza troppi sforzi. Bravo, sì, ma io non percepisco in lui il fuoco della passione per la musica classica, il trasporto emotivo, la voglia di impiegare il tempo libero suonando il piano.
    Io, invece, scrivo solo ed esclusivamente per passione: ho sempre il bisogno di scrivere qualcosa, compulsivo, febbrile, come lo chiami tu e me ne accorgo perché non so stare troppo alla larga da una penna o da una tastiera di computer, mi invento di tutto pur di scrivere: quando ero diffusore di diritto internazionale umanitario per la C.R.I. avevo stilato una dispensa utile per i corsisti senza che qualcuno me l’avesse commissionata; quest’estate ho regalato ad un’amica in crisi sentimentale una storiella scritta per lei, dopo avere raccolto i suoi sfoghi; ho scritto soggetto e sceneggiatura per un progetto scolastico: tutto questo per dire che mi trovo ogni motivo o scusa per scrivere qualcosa.
    Una passione che confluisce nel mio sogno di diventare Scrittrice con la S maiuscola, come sottolineavo ieri. Mi piace “osare” nei sogni, tanto non ho nulla da perdere! 😉

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    • Bisogna fare attenzione – anche se in fondo non si rischia nulla – a non confondere il talento con l’attitudine. Tutti noi abbiamo un certo numero di attitudini. Io, anni fa, ho scoperto di avere attitudine per la statistica e la finanza (l’una applicata all’altra). Tuttavia non provo alcuna passione verso la statistica, men che meno verso la finanza. Quindi non coltiverò mai con vera passione alcun talento in quei campi. L’attitudine è data assieme alla nascita, come il colore degli occhi o dei capelli, il talento invece si coltiva con la passione. Almeno, io mi sono fatto questa idea. 🙂

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  4. pare che i self publisher americani, parlo di quelli che hanno all’attivo alcuni libri, ci riescano a vivere di scrittura 🙂 Beh naturalmente loro hanno altri numeri e pur non sfornando best seller ci campano dignitosamente.

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  5. Si campa con 20000 copie a romanzo solo se si scrive un romanzo ogni anno e ogni volta vende 20000 copie (o ogni tanto se ne azzecca una molto più fortunato che va coprire gli anni di magra) oggi su queste cifre viaggiano pochissimi autori italiani. Si può andare per accumulo, avere tanti romanzi editi che continuano a vendere discretamente bene nel tempo e tra questo, laboratori di scrittura e lavoretti su commissione si può campare, ma senza fare i nababbi.
    La stragrande maggioranza dei romanzieri che conosco o è ricca di famiglia (succede), o si limita ad arrotondare il bilancio famigliare con la scrittura, o ha un altro introito più o meno fisso (spesso lavora come editor, curatore, etc., etc.) o ha un lavoro part time, o è in pensione (ho sentito una scrittrice parlare dei suoi romanzi come della “pensione integrativa”). Quelli che vivono di soli diritti d’autore e bene in Italia sono pochissimi.
    Negli USA forse talento e passione bastano a sbarcare il lunario, qui in Italia ne dubito.

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    • Parlando di mestieranti, in Italia ce ne sono tanti che vivono di sola scrittura. Ne conosco uno che ogni tanto gli pubblicano la sceneggiatura per un “Bonelli” (Dylan Dog se non sbaglio), ogni tanto scrive testi per La7, ogni tanto scriverà qualche articolo e a questo unisce i romanzi. Chiaro è che se scrivere è il tuo lavoro, almeno un libro all’anno lo vorrai scrivere? Altrimenti che lavoro è? E come se tu come insegnante insegnassi un anno sì e uno no… Insegni tutti gli anni e in più classi, perbacco. Tuttavia, nell’articolo, faccio riferimento non a caso a quei “20 nomi” che magari di copie ne vendono anche uno o due milioni… Se devo puntare, con tutto l’egocentrismo che mi contraddistingue, punto a quello. 🙂

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      • Non so se ammirarti per il coraggio o cedere al cinismo!
        Di certo a me va bene essere letta e continuare con il mio lavoro, senza puntare a diventare “una dei 20”.
        In ogni caso, non perdere l’entusiasmo.

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  6. Né l’una, né l’altra: sono una che aspira a scoprire la passione gratuita, visto che quella originaria – e qui non ci posso fare niente – è stata immediatamente collegata all’ambizione. I danni che nascono dalle aspettative, in tutti i campi, sono incalcolabili. (Ma in questa maxi-tragedia scrivo e pubblico, diciamolo. ;))

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  7. bella riflessione, bello il passaggio scelto. Io capisco bene la passione che il figlio di SK non aveva perché ho fatto la stessa identica cosa con il pianoforte. La mia famiglia sperava che mi innamorassi della musica, ma a sedici anni ho poi deciso che ero più interessata ad avere una vita sociale. Il piano comunque è servito, ci ho appoggiato sopra un sacco di libri 🙂

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