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“Le mie prime mestruazioni si sono presentate inattese e silenziose in un assolato pomeriggio di fine luglio. Era l’82. Faceva un gran caldo. L’aria era tersa e immota. Il sole batteva con tanta forza sulla sabbia della riviera romagnola da costringere noi bambini, nelle ore centrali del giorno, a nasconderci sotto l’ombra stentata dei pini mediterranei. Questi se ne stavano allineati come soldatini ai margini della spiaggia. Il suolo era un tappeto di aghi. Camminarci a piedi nudi era un dolce supplizio. Quando la spiaggia diventava impossibile, era lì che la nostra comitiva si rifugiava. Ci divertivamo scorrazzando, vivendo alla giornata, seguendo regole non scritte che ci governavano. E io ero la più scapestrata della banda. A guardarmi, non l’avreste detto che ero una bambina.
L’anno prima, quando i seni avevano cominciato a puntare la maglietta, mia madre del costume mi aveva costretta a indossare il pezzo di sopra. In genere quando ero al mare me ne andavo in giro a petto nudo, assolutamente indifferente a quello che gli adulti ne potessero pensare. E avrei continuato volentieri così, se non fosse stato per mia madre. Ciò che odiavo di quella fascia non era il fatto che mi cingesse il torace dandomi l’impressione di soffocare, ero snella come un chiodo a quel tempo; odiavo quella fascia perché sottolineava la mia femminilità, distinguendomi dagli altri ragazzini. “Una femmina”, era l’espressione che più odiavo sentire. Dovetti fare a botte un paio di volte per ristabilire la gerarchia della banda.”
… continua sul numero 12/2016 di Confidenze.
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P.S. Anche questa volta, nel blog di Confidenze, trovate una bella introduzione al racconto a cura di Valeria Camagni.






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