Il nostro non può che essere un punto di vista limitato e momentaneo di un qualcosa che è di gran lunga più grande (leggi = solenne) e, allo stesso tempo, più semplice di quello che i nostri sensi ci fanno intendere. In tutto questo, il nostro posto, che pur esiste, è quello di osservatori. Se la creazione fosse un libro, noi saremmo i suoi lettori.


Il vero segreto della scrittura, quello che nessuno scrittore – soprattutto se famoso – ti rivelerà mai, non è di saper scrivere bene di getto, ma di scrivere e riscrivere finché il risultato voluto non si paleserà nel modo desiderato. Va da sé che la riscrittura è una fase essenziale, nella stesura di un romanzo.


Verso la fine di febbraio ricevo il messaggio di una ragazza che sta preparando una tesi. Questa ragazza si chiama Serena e mi chiede ragguagli tecnici sullo spazio e sul tempo in narrativa, offrendomi così l’opportunità di sperimentare una cosa che volevo tentare da tempo. Le ho chiesto quindi il permesso di copiare alcuni stralci dello scambio che ne è seguito e di postarli qui, sul mio blog:


Sostenere che scrittori si nasca, anziché essere il traguardo di un lungo e faticoso percorso fatto di studio, di esercizi, di rinunce non è un’idea eccentrica, davanti alla quale si può sorridere e compatire chi l’ha formulata; è un’idea pericolosa che divide il mondo in categorie immutabili.


Dunque, sia per filosofare sia per scrivere servono gli attrezzi giusti e gli attrezzi giusti, in questi due campi, si ottengono solo attraverso lo studio, l’apprendimento e la fatica. Serve quindi almeno un po’ di filosofia allo scrittore? Era questa la premessa iniziale, se non ricordo male. Be’, certo che serve. Serve a scrivere un post come questo, ad esempio. Ma più in generale, allo scrittore servono gli strumenti di riflessione concettuale tipicamente adottati dai filosofi, quanto ai filosofi servono gli strumenti retorici, per esprimere le proprie teorie e illustrare i propri pensieri, tipicamente adottati dagli scrittori. Insomma, per farla breve, un po’ di retorica non ha mai fatto male a nessuno, si dice.


Ammetto che il titolo qualche perplessità possa lasciarla. Con scrivere fatti non intendo certo suggerirvi l’uso di stupefacenti durante una sessione di scrittura; semmai, piuttosto, il ricorso a una scrittura stupefacente. Scrivere fatti è l’unico modo per essere pubblicati, per essere letti, per vendere un milione di copie di quel manoscritto che serbate nel cassetto. Quasi tutti gli scrittori scrivono fatti, nei loro romanzi. Persino i giornalisti, nei loro articoli, scrivono fatti. C’era una pubblicità negli anni ottanta, di una marca che non ricordo più, che suonava più o meno così: «Sono i fatti, quelli che contano», da non confondere con un’altra: «Fatti, per credere». Irvine Welsh, negli anni novanta, ha preso un certo numero di “fatti” e ne ha scritto un libro diventato icona di quel decennio, Trainspotting, ma è un caso più unico che raro; per tutti gli altri, gli unici fatti che contano sono quelli veicolati dalle azioni.


Come si vede da questo stupidissimo esercizio, pur rimanendo vaghi, cioè non vi ho detto com’è fatta la casa, dove ci troviamo, in che anno o in che periodo dell’anno, né di chi sia il bambino, quanti anni abbia e via dicendo, l’immagine ha assunto a ogni stratificazione una esattezza maggiore. Ecco, quando dico che nella letteratura esattezza e vaghezza coincidono, intendo esattamente questo. Il segreto di una buona narrativa, al di là dello stile personale di ogni scrittore, sta tutto qui.


Io ho questo principio: «Di ogni storia, prima di scriverne il romanzo, fanne un racconto».


Che si scelga la vaghezza o l’esattezza, è inevitabile giungere alla conclusione che tanto l’infinito quanto l’infinitesimale non sono alla portata della mente umana. La mente umana non potendo immaginare l’infinito s’accontenta dell’indefinito, cioè di un’illusone. Il linguaggio, mezzo finito, non è bastevole a definire all’infinito, e in questo è destinato al fallimento. A questo punto, c’è chi si chiede se la parola scritta abbia ancora un senso. Io so perché scrivo: scrivo perché è l’unico modo che conosco per mettere ordine al disordine.


C’è chi sostiene che la traduzione di un romanzo tenda a uniformare lo stile. Romanzi scritti da un acclamato giapponese contemporaneo o da un geniale russo nell’Ottocento o da una raffinata scrittrice britannica del Settecento tradotti in italiano davvero ci apparirebbero tutti uguali? Con questo post intendo confutare questa tesi.