«U canùsci a Giacomo Valente?» Alfredo Carfi’ si versò una doppia dose di Bourbon liscio. Il panciotto gli tirava un poco i bottoni in prossimità del ventre.

«U furnaio supra ‘u stratuni pi Paternò?» rispose Mario Venuti. Era appena tornato dal bagno. Nelle mani rovinate stringeva tre sette.

«Iddu».

«’nstu» fece Mario, schioccando la lingua sul palato e alzando il mento.

Alfredo si voltò a guardarlo. Il bicchiere fermo a mezza altezza, a un passo dalle labbra. «Ma come ‘ntsu? Prima dici U furnaio supra ‘u stratuni e poi fai ‘nstu?»

«Nun àiu avùtu ‘u piaciri» si giustificò lui.


Corbin era di Oakland, California. Da ragazzo aveva seguito il padre alle Hawaii. Come molti suoi coetanei era partito per il Vietnam. Dismessa la divisa, era tornato a casa e aveva conosciuto Leia, che era hawaiana: pelle color caramello, lineamenti sottili. Si erano sposati l’anno successivo. Nel frattempo aveva trovato lavoro come guardiacaccia nel parco dell’isola Kauai, la quarta per grandezza. Avevano avuto due figli maschi e una femmina. I quali, a loro volta, si erano sposati e avevano dato loro molti nipoti. Abe era l’ultimo arrivato, figlio di sua figlia, e più di tutti assomigliava alla nonna di cui aveva preso i lineamenti.


Era la domenica prima di Natale. Io e Mattia sedevamo sugli scalini di casa, sotto un cielo avorio, aspettando che finalmente smettesse di nevicare. L’avevamo desiderata tanto, tutto l’anno, e alla fine la neve era arrivata. Solo che adesso, mentre l’osservavamo accumularsi sull’aia, non ci sembrava più così importante.


Giorgio si era limitato a sorridere e a mostrargli il badge. Erano saliti di corsa, evitando l’ascensore. La camera si trovava al secondo piano. Davanti alla porta, avvinghiati l’uno all’altro, aveva avvicinato il badge al sensore e si erano catapultati dentro incuranti che qualcuno potesse vederli.


Osservo l’orizzonte della pagina bianca: oltre l’orlo scorgo vite vissute da altri; ho anteposto al vivere lo scrivere, e sono tentato di chiedermi se ne sia valsa la pena.