Corbin era di Oakland, California. Da ragazzo aveva seguito il padre alle Hawaii. Come molti suoi coetanei era partito per il Vietnam. Dismessa la divisa, era tornato a casa e aveva conosciuto Leia, che era hawaiana: pelle color caramello, lineamenti sottili. Si erano sposati l’anno successivo. Nel frattempo aveva trovato lavoro come guardiacaccia nel parco dell’isola Kauai, la quarta per grandezza. Avevano avuto due figli maschi e una femmina. I quali, a loro volta, si erano sposati e avevano dato loro molti nipoti. Abe era l’ultimo arrivato, figlio di sua figlia, e più di tutti assomigliava alla nonna di cui aveva preso i lineamenti.


Era la domenica prima di Natale. Io e Mattia sedevamo sugli scalini di casa, sotto un cielo avorio, aspettando che finalmente smettesse di nevicare. L’avevamo desiderata tanto, tutto l’anno, e alla fine la neve era arrivata. Solo che adesso, mentre l’osservavamo accumularsi sull’aia, non ci sembrava più così importante.


Giorgio si era limitato a sorridere e a mostrargli il badge. Erano saliti di corsa, evitando l’ascensore. La camera si trovava al secondo piano. Davanti alla porta, avvinghiati l’uno all’altro, aveva avvicinato il badge al sensore e si erano catapultati dentro incuranti che qualcuno potesse vederli.


Osservo l’orizzonte della pagina bianca: oltre l’orlo scorgo vite vissute da altri; ho anteposto al vivere lo scrivere, e sono tentato di chiedermi se ne sia valsa la pena.


«Čechov, il grande Čechov, chiacchierando con un giornalista che voleva sapere come nascevano i suoi racconti, prese il primo oggetto che gli capitò sotto mano – appunto un posacenere – e gli disse: lo vede questo? passi domani e le darò un racconto intitolato Il posacenere».