«Čechov, il grande Čechov, chiacchierando con un giornalista che voleva sapere come nascevano i suoi racconti, prese il primo oggetto che gli capitò sotto mano – appunto un posacenere – e gli disse: lo vede questo? passi domani e le darò un racconto intitolato Il posacenere».


C’era questa porta, ok? Piazzata nel mezzo del nulla, su un edificio basso di mattoni; in una delle peggiori zone di Torino: tra Porta Palazzo, che non è neanche tanto male, e lungo Dora Napoli, alle spalle del budello del Balôn; dove si sono andati a ficcare tutti ‘sti senegalesi, peruviani, marocchini, tunisini, eccetera; ma in giro non c’era nessuno. Non si vedeva anima viva. Niente di niente. E sì che era la vigilia di Capodanno, ma quello è un quartiere popolare.


Ai fischi, preceduti dall’urlo delle sirene, ogni tanto si aggiungeva il boato di un edificio che crollava giù. Ogni volta ero contenta non fosse il mio. Sotto le bombe, con Matteo, giocavamo a ricordare i nomi dei personaggi famosi. Sceglievamo un lettera dell’alfabeto e gareggiavamo: Romain Rolland, Glenn Miller, Vasilij Kandinskij… Lo facevo vincere sempre, il mio nipotino; vivere a quel modo era già una punizione severa.


Capii che il disegno non faceva per me quando arrivai alla parte più noiosa del manuale: gli esercizi.


Sono seduto all’interno di una lavanderia a gettoni. Quella che c’è a Torino, all’angolo tra via Cigna e via Cecchi. Attendo che il ciclo dei colorati finisca. Nell’attesa sto leggendo “Se una notte d’inverno un viaggiatore…”. Sono a pagina 41, ed è notte. Io il bucato lo faccio solo a tarda sera, dopo che le strade si sono svuotate di gente. Non è inverno però; è estate e fa un caldo proibitivo. Soprattutto qua dentro. Il bucato nella lavatrice ruota con indolenza e la luce al neon ogni tanto saltella.
Entra una giovane donna. Indossa una gonna rossa e una camicetta bianca, scollata sul davanti. Sotto braccio porta una cesta piena di panni. L’appoggia sopra una lavatrice vuota, a lato della mia, e si lascia cadere sul sedile a fianco al mio.