Osservo l’orizzonte della pagina bianca: oltre l’orlo scorgo vite vissute da altri; ho anteposto al vivere lo scrivere, e sono tentato di chiedermi se ne sia valsa la pena.


«Čechov, il grande Čechov, chiacchierando con un giornalista che voleva sapere come nascevano i suoi racconti, prese il primo oggetto che gli capitò sotto mano – appunto un posacenere – e gli disse: lo vede questo? passi domani e le darò un racconto intitolato Il posacenere».


C’era questa porta, ok? Piazzata nel mezzo del nulla, su un edificio basso di mattoni; in una delle peggiori zone di Torino: tra Porta Palazzo, che non è neanche tanto male, e lungo Dora Napoli, alle spalle del budello del Balôn; dove si sono andati a ficcare tutti ‘sti senegalesi, peruviani, marocchini, tunisini, eccetera; ma in giro non c’era nessuno. Non si vedeva anima viva. Niente di niente. E sì che era la vigilia di Capodanno, ma quello è un quartiere popolare.


Ai fischi, preceduti dall’urlo delle sirene, ogni tanto si aggiungeva il boato di un edificio che crollava giù. Ogni volta ero contenta non fosse il mio. Sotto le bombe, con Matteo, giocavamo a ricordare i nomi dei personaggi famosi. Sceglievamo un lettera dell’alfabeto e gareggiavamo: Romain Rolland, Glenn Miller, Vasilij Kandinskij… Lo facevo vincere sempre, il mio nipotino; vivere a quel modo era già una punizione severa.


Sono le sette e ventitré di mattina. I primi cronisti, ancora assonnati, vengono respinti uno dopo l’altro dai poliziotti di turno nell’atrio. Un uomo, ammanettato, attende solo in una stanza. Nell’ufficio attiguo l’ispettore sta consultando il suo superiore.