Dagli anni cinquanta in avanti i ranghi di alcune professioni maschili si sono progressivamente aperti alle donne e questo ha comportato oscillazioni che non sempre la lingua è stata in grado di governare. È vero in particolar modo per i titoli, le cariche e le professioni.


Come già detto in precedenza, ha senso parlare di formazione del femminile solo per quei nomi che appartengono a esseri animati di cui si distingue effettivamente un individuo maschile e uno femminile: maestro/maestra, gatto/gatta, figlio/figlia, ecc. In tutti gli altri casi, pur numerosi, in cui si presenta un’alternanza di genere (arco/arca, busto/busta, maglio/maglia, tappo/tappa, ecc.), la modificazione semantica interviene a segnalare che ci troviamo di fronte non al femminile di un nome, ma a un nome femminile. Un nome femminile per di più che non ha nel corrispondente maschile una corrispondenza semantica.


Il nome può essere maschile o femminile; il genere indica questa appartenenza. La scorsa volta abbiamo visto che nel passaggio dal latino all’italiano – ma già nel latino tardo – il genere neutro è andato scomparendo per lasciare spazio ai due generi sopravvissuti. Tuttavia è necessario distinguere tra genere reale e genere grammaticale.