La maggior parte dei nomi stranieri non adattati morfologicamente giunge nell’italiano in forma scritta. Si può dire, anzi, che spesso la prima spinta al mancato adeguamento di un nome alla morfologia italiana venga proprio dalla predominanza della forma grafica, che, in questo come in molti altri casi, tende di solito a conservare i propri connotati originari…


Sul corretto uso della virgola spesso si possiedono idee confuse. L’ambiguità di utilizzo è dovuta a molteplici cause; in particolare all’abitudine di far corrispondere questo segno grafico con le pause di lettura, quelle che vengono naturali prendendo fiato mentre si legge a voce alta. C’è, inoltre, una tendenza, contemporanea, a usare la virgola per mettere in rilievo alcuni elementi del discorso, indipendentemente, dalla loro relazione sintattica con il resto della frase…

Alcuni dubbi sono più diffusi di altri. Prendendo l’idea dal saggio di Bice Mortara Garavelli, Prontuario di punteggiatura, ho pensato di raccogliere le domande più frequenti sul corretto uso della virgola in un breve elenco numerato. Naturalmente tentando di darne anche le risposte.


Come dicevamo la volta scorsa, alcuni sostantivi maschili con desinenza in -o hanno al plurale un’uscita femminile in -a (uovo, singolare maschile / uova, plurale femminile). Un numero consistente di sostantivi maschili con desinenza in -o, ci dice il Serianni, ha al plurale una doppia uscita: maschile in -i e femminile in -a. Nella maggior parte dei casi a questa differenza di terminazione corrisponde una sensibile differenza di significato.


Nei precedenti mini-ripassi abbiamo parlato del sostantivo, del genere, della formazione del femminile – senza risparmiarci le polemiche legate a questo tema e senza la pretesa d’essere in merito esaustivi. Sulla formazione del femminile ci si potrebbe scrivere un libro. Ad esempio ho risparmiato di farvi notare come i nomi di genere comuni (quelli che non indicano una distinzione di genere) sono più spesso attribuiti ad animali selvatici (volpe, balena, giraffa, ecc.), ma non agli animali domestici o d’allevamento (gatto/gatta, gallo/gallina, toro/vacca). Ora ci lasciamo alle spalle il genere (anche se solo in apparenza) per affrontare un’altro argomento legato ai sostantivi: quello del plurale.


«La constatazione di partenza è innegabile: parlare di fratellanza delle nazioni, chiedere a qualcuno quanti fratelli (s’intende dei due sessi) abbia, invocare il buonsenso dell’uomo della strada, scegliere di vivere in una città a misura d’uomo sono modi che rimandano a una visione del mondo concepita secondo un’ottica maschile».