Come scrivere un dialogo che funziona


Come scrivere un dialogo che funziona

Dialoghi che funzionano

… il sintagma di legamento va evitato

Vi avverto subito: questo è un post con delle pretese. Per questo motivo me ne tenevo felicemente alla larga. Ogni volta che ne scorgevo il titolo nella mia breve lista di “post da scrivere”… be’, semplicemente chiudevo il file. Arriva, però, un momento nella vita di un uomo in cui quello che devi fare, lo devi proprio fare. Oggi, quindi, con grande rammarico, parlerò di: dialoghi che funzionano.

Accenni cronici

Come dicevo, erano mesi che questo post stava in lista d’attesa, in una sorta di limbo, come uno di quei “prima o poi lo farò” che pongono in perenne incompiutezza, e quindi meritevole d’essere vissuta, la nostra vita. Ciò mi rendeva felice, perché dava un senso al mio futuro; una sorta di aspettativa verso qualcosa ancora da fare che valesse la pena d’essere fatta. Un ragionamento contorto, ne prendo atto. Ecco, se c’è una cosa da dire sui dialoghi, fin da subito, è che meno sono contorti, meglio è per tutti: autore e lettore.

Da qualche mese, tuttavia, scorgevo continui cenni a questo argomento. Dove? Nei post di altri blogger, aspiranti scrittori, scrittori veri e propri, o addetti ai lavori di ogni tipo, forma, simpatia, talento, ecc. Un po’ come quando decidi di acquistare un modello di automobile e, inevitabilmente, da quel momento in avanti, non fai altro che vedere in giro per le strade della tua città proprio quell’auto. Sembrano avercela tutti. Tutti, tranne te che devi ancora comprarla. Proprio questa settimana infine, Daniele, scrive un post che non centra nulla con i dialoghi, nulla con la scrittura creativa addirittura, ma nel bel mezzo di tante interessanti parole inserisce quell’accenno che mi spinge a scrivere questo post. L’affermazione era: Dialoghi che iniziano in mezzo alla narrazione (vanno evitati – NdR).

Bontà sua, dal suo punto di vista, Daniele, ha anche ragione. Tuttavia, presa così, quella frase può essere interpretata in modi sbagliati. Non è affatto errato far seguire nello stesso paragrafo il dialogo a una narrazione. E ci sono autori che semplicemente delle regole e del buon senso se ne sbattono e mettono i dialoghi uno accanto all’altro, nello stesso corpo. Un botta e risposta tra personaggi senza mai andare a capo. Molto dipende da come si scrive e da cosa si scrive. Tuttavia, per dare un senso ordinato a un post complesso come questo, eviterò di parlare dei “casi eccezionali”. Quindi i vari Joyce, McCarthy, Camus e compagnia bella, sono pregati di uscire. L’unico argomento ammesso qui, oggi, sono i dialoghi scritti da comuni mortali.

Regole generali

Prima di passare alle nozioni tecniche, facciamo una piccola carrellata di regole generali (e di buon senso) da tenere in grande considerazione quando si decide di scrivere un dialogo.

1. In linea di massima, un buon dialogo è un dialogo in cui accade qualcosa. Quando si narra, si stanno a tutti gli effetti raccontando dei fatti, cioè una concatenazione di cause ed effetti. Il dialogo è un fatto, ma di tipo diverso: è un fatto complesso, che si sta svolgendo lì, sotto gli occhi del lettore. In un dialogo, quindi, non basta che due individui parlino scambiandosi informazioni. Ciò che serve davvero, è che questi due “parlanti” agiscano. Vi sarà pur capitato di chiacchierare con qualcuno, no? Ebbene, durante i vostri, seppur sterili, colloqui, che fate? State fermi guardando il vostro interlocutore negli occhi e muovete esclusivamente le labbra? Io credo di no… Se va bene, gesticolate, giusto? Oppure vi muovete, magari compiete contemporaneamente altre azioni. Tutto questo fa parte del dialogo, quindi: va narrato.

2. Mai confondere un “parlato reale” con un dialogo scritto: non vivono nella stessa casa. Nemmeno nella stessa città. Sono semplicemente due mondi differenti. Provate, come spesso suggeriscono i manuali, a girare con un registratore in tasca e registrate dialoghi reali. Vi accorgerete che nessuna delle registrazioni può essere riportata in forma scritta senza far apparire il dialogo quantomeno bizzarro, irreale, in una parola: catastrofico. Eppure, i dialoghi scritti, devono apparire realistici, naturali, come fossero “parlati reali”. Tale è la vera difficoltà di uno scrittore: rendere i dialoghi inventati, più realistici del parlato reale.

3. Il fatto più importante che accade durante un dialogo fra personaggi, non è lo scambio di informazioni, neanche il malaugurato tentativo da parte dello scrittore di “spiegare” alcune cose al lettore, ma il cambio di relazione fra i due dialoganti. Se capite questo, vi posso garantire che non avrete mai difficoltà a scrivere dialoghi. Se io dico una cosa a Caio, Caio da quel momento in avanti non sarà più il personaggio di prima. Qualcosa in lui, o fra noi, si sarà modificato. Questi dialoghi, capaci di cambiare la relazione fra i personaggi, non devono essere del tipo: rivelazioni alla Beautiful. Non serve che sia così, il dialogo. Invece, qualsiasi dialogo è sempre un cambiamento di stato fra due o più personaggi. Come una legge della fisica, avete presente? Avviene anche nella vita normale. Per questo si parla.

4. In ciascuna battuta di dialogo deve passare sempre un’informazione, implicita o esplicita. Quelle battute che non portano informazioni, come rami secchi di una pianta, possono essere tranquillamente tagliate. Le informazioni implicite, cioè quelle non direttamente dichiarate dalle parole, ma intuite dal lettore in base al contesto, al linguaggio, ai gesti del dialogante, ecc., sono sempre migliori di quelle esplicite.

5. Le informazioni scambiate in un dialogo non sono mai rivolte al lettore, ma sempre e solo ai personaggi che ne prendono parte. Questa è una cosa da tenere a mente sempre. La conseguenza logica di ciò è che nessun personaggio dirà mai cose che l’altro personaggio sa già.

Da evitare sempre, o quasi…

Visto che stiamo citando le buone regole da seguire, approfittiamone per citare anche quelle pessime da evitare sempre, o quasi, quando si scrive un dialogo.

1. Il discorso indiretto è sempre un pessimo modo di scrivere dialoghi. Anche questa è una legge della fisica. E vale sempre, incondizionatamente. Se non è estremamente necessario, per fini a me oscuri, evitatelo. Il discorso indiretto è questo: «Hai presente don Ciccio, il parroco di Monfalcone? Ieri mi ha detto: “Tu, cara Beatrice, sei una peccatrice indefessa”. Non ti pare ridicolo detto proprio da lui?». Ecco, la parte compresa fra le virgolette alte è il discorso indiretto. Si può usare, per carità, ma sa di stantio.

2. Stesso discorso vale per i lunghi monologhi, possono essere tranquillamente sostituiti dalla narrazione. Essi rallentano la lettura, mentre il dialogo, per sua natura, dovrebbe velocizzarla.

3. Le informazioni che servono al lettore non devono essere comunicate attraverso un dialogo, ma con la narrazione.

4. Evitate sempre locuzioni volgari o dialettali se non siete in grado di utilizzarle a dovere. Partite piuttosto dal presupposto che tutti i personaggi, bene o male, parlino la vostra lingua.

5. Mai far seguire a una battuta una risposta scontata o altamente probabile. Sostituitela piuttosto con un gesto.

Il sintagma di legamento

Prima di parlarvene, vorrei raccontarvi come mi ci sono imbattuto. Era una notte buia e tempestosa… stavo cercando di raggruppare in una breve lista tutte quelle “parti del discorso” che legano in modo continuo una battuta di dialogo a una narrazione, attribuendola a un personaggio. Proprio in quel momento mi sono chiesto: come si chiamerà questa “cosa”? Dubito che sappiate cosa siano i sintagmi di legamento, perché nemmeno sfogliando i libri di grammatica sono spuntati fuori.

Molti lo chiamano inciso, ma un inciso è tale solo se sta tra due battute: «Bello,» disse Carlotta annusando il fiore, «ha pure un buon profumo». Ma se non si trova tra due battute? Dopo aver consultato un certo numero di blogger a me vicini (…), ho dovuto sfoderare il mio asso nella manica: helgaldo. Adesso capite perché lo chiamo Hell? È un vero diavolo su queste cose… Dunque, dicevo, ho sguinzagliato il mio mastino lessicale e poco dopo è tornato con una bella sorpresa tra le fauci. Ho gettato via l’osso di Tyrannosaurus Rex e gli ho spremuto l’informazione.

Quella parte del discorso che attribuisce una battuta a un soggetto si chiama, appunto, sintagma di legamento. Eccovi la breve lista, al presente e al passato:

Dice / disse Chiede / chiese
Risponde / rispose Afferma / affermò
Conferma / confermò Ribatte /ribatté
Consola / consolò Approva / approvò
Ammette / ammise Provoca / provocò
Spiega / spiegò Commenta / commentò
Asserisce / asserì Ritiene / ritenne
Continua / continuò Tronca / troncò
Accoglie / accolse Fa / fece
Si inserisce / si inserì Accorda / accordò
Reitera / reiterò Replica / replicò
Tenta / tentò Annuisce / annuì
Rincara / rincarò Esclama / esclamò
Dichiara / dichiarò Protesta / protestò
Enuncia / enunciò Sottolinea / sottolineò

Seppur breve, con questa lista sarete in grado di gestire un dialogo anche complesso, perfino con più personaggi coinvolti. L’ho testata personalmente. È chiaro che qualsiasi verbo può essere trasformato all’occorrenza in un sintagma di legamento, ma questi raccolti qui sono quelli che più spesso saltano fuori nei dialoghi. Aprite un qualunque libro e verificatelo di persona.

Ora, il disse, chiese, propose, affermò, ecc., sono uno dei tre modi di attribuire una battuta a un personaggio. E, personalmente, credo sia anche il modo meno elegante. Nonché il più usato. Gli altri due modi sono: nessuna attribuzione; una riga di narrazione.

La prima, cioè l’assenza di attribuzione, è un modo più elegante di gestire le battute. Dopo i primi due chiese e rispose, il lettore ormai sa chi sta parlando, non c’è bisogno di ricordarglielo in continuazione. Il difficile viene quando i partecipanti sono più di due… In questo caso si può utilizzare una forma mista, dove i sintagmi di legamento vengono inseriti solo quando strettamente necessario, vale a dire: quando il lettore rischia di non capire chi stia dicendo cosa. Tuttavia, benché più elegante, l’assenza di attribuzione rischia di trasformare i dialoghi in vuoti botta e risposta. Utili in certi contesti, ma da evitare in altri. Ricordate la regola numero 1?

“In linea di massima, un buon dialogo è un dialogo in cui accade qualcosa.” 

Ormai mi cito da solo, sto raggiungendo livelli psichiatrici… Ad ogni modo, il dialogo è movimento. E come tale va gestito. Quindi, il modo migliore in assoluto per scrivere un dialogo che funzioni, è quello di far seguire, o anticipare, la battuta da una riga (o più) di narrazione:

Carlotta si avvicinò al vaso; conteneva delle ortensie. Tirò via un fiore dal bouquet e lo avvicinò al volto. «Che buon profumo. Vuoi annusare?»

«Non mi va», rispose Giorgio. Se ne stava steso al sole, sulla sdraio in veranda, ignorando volutamente la propria fidanzata e la sua momentanea passione per i fiori. «È roba da femminucce».

«I fiori sono belli…» insistette Carlotta. Si avvicinò silenziosamente a Giorgio e gli sfiorò la punta del naso con un petalo.

Giorgio alzò di scatto una mano, allontanando il fiore dal proprio volto. «La smetti? Stavo cercando di rilassarmi».

«E questo che vorresti fare, in questo momento: rilassarti?»

Il sorriso malizioso di Carlotta suggerì a Giorgio un paio di idee interessanti, almeno per i successivi cinque minuti. Era una vantaggio vivere finalmente da soli, dopo tutto…

Conclusioni

Credo di essermi dilungato parecchio questa volta. Probabilmente c’è molto altro da dire sui dialoghi, ma questa prima imbastitura contiene tutto ciò che serve per scrivere dialoghi di successo. Se poi il successo non dovesse arrivare… be’, non prendetevela con me.

E voi, come li scrivete i vostri dialoghi? Computer o penna…?

CONTINUA →

59 Comments on “Come scrivere un dialogo che funziona

  1. La mia frase è stata interpretata nel modo sbagliato non solo da te, l’ho spiegata male, ma non riuscivo a trovare le parole adatte e non ricordavo più l’esempio letto in un ebook.
    Però il botta e risposta fra due personaggi, o più, nello stesso paragrafo non ti fa capire chi sia a parlare.
    Sono d’accordo col punto 2: un conto è scrivere dialoghi realistici e un altro è riportare dialoghi reali.
    Ok anche per il punto 3, con qualche piccola riserva, nel senso che ci può stare ogni tanto qualche breve dialogo che renda più credibile e realistica la scena.
    Vero anche il punto 5.

    Mi fai un esempio di discorso indiretto da evitare?
    2: dipende dal monologo, secondo me.
    3: non sono d’accordo, dipende anche qui.
    4: in linea di massima sono d’accordo.
    5: dipende.

    Nei sintagmi non hai messo “Esordisce/Esordì” 🙂
    Reiterare non credo di averlo mai letto come sintagma.
    Credo anche io che dopo le prime due battute il lettore abbia capito chi dei due personaggi stia parlando. I sintagmi continui possono stare bene nel caso di 3 o più personaggi, se non si capisce chi stia parlando. Io spesso, se sono in due, tendo a metterli solo all’inizio.

    La frase “Carlotta si avvicinò al vaso, conteneva delle ortensie” non è corretta, perché il soggetto è Carlotta e scrivendo così è ancora Carlotta a contenere le ortensie 😀

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    • “Però il botta e risposta fra due personaggi, o più, nello stesso paragrafo non ti fa capire chi sia a parlare.”: sono d’accordo e non d’accordo allo stesso tempo. Se il dialogo lo scriviamo noi due, cioè comuni mortali (con tutto il rispetto), può anche darsi che non si capisca; se lo scrive Camus, io non ho mai avuto dubbi a chi attribuire la battuta. Ci sarà un motivo?

      Esempio di discorso indiretto da evitare: «Hai sentito cos’ha detto questa mattina quella viscida di Carlotta? “Non ho mai fatto gli occhi dolci a tuo marito…”, e io le ho risposto: “Lo so benissimo che ti piace, cara”! Che viscida».
      Questa, tra apici, è una forma di dialogo indiretto da evitare, se non strettamente necessario.

      Reiterare c’è, l’ho trovato io in un dialogo complesso, tra più personaggi, in “Il telefono senza fili” di Malvaldi. Per il resto, non è che potessi fare una lista chilometrica. Alla fine quelli sono i più usati. Esordì lo si trova più raramente di quanto sembri, almeno nelle mie letture.

      Perché non sei d’accordo sul punto 3? In che casi dipende?

      Hai ragione, metto il punto e virgola. 😉

      P.S. menti sapendo di mentire: non ero l’unico ad aver chiesto spiegazioni! 😛

      Mi sembra di aver risposto un po’ a tutto, se ci sono altri dubbi… be’, tienteli! 😀

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      • Il dialogo per me serve anche a comunicare informazioni al lettore. Altrimenti diventa tutto narrato.
        Camus non l’ho letto, quindi non ti so dire se si riesca a capire o meno.
        Perché mento sapendo di mentire? Ho scritto che non sei stato l’unico ad averla capita male quella frase.

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        • Stiamo dicendo la stessa cosa in modi diversi, temo… 🙂 Certo, lo scopo del dialogo è passare delle informazioni, ma non al lettore (anche se ovviamente è il referente ultimo). Nel dialogo l’informazione deve sempre passare da personaggio a personaggio.

          Di Camus, se ti capita, leggi assolutamente: Lo straniero. Può anche darsi che la storia non ti piaccia, ma la sua scrittura la devi leggere, almeno una volta.

          O.O che stupido, ho letto male io… Scusami. Naturalmente era una battuta; ormai ci conosciamo, vero? 🙂

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      • Più che un discorso indiretto, è riportato. Indiretto sarebbe più del tipo:
        “Le annunciò che stava per partire. Inutili furono le proteste e la richieste di spiegazioni di lei, i tentativi di trattenerlo: ormai aveva deciso e non avrebbe cambiato idea, non era il tipo da farlo. Ripeté che non c’era altra soluzione, che semplicemente doveva, quindi uscì”.

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  2. Saper scrivere dialoghi è il substrato sul quale far nascere romanzi che siano buoni. A mio parere. Io ho provato a togliere le legature il più possibile, ma ho scoperto che per chi legge è una fatica: anche in un dialogo tra due personaggi, un uomo e una donna, a botta e risposta (più chiaro di così!) chi legge ha bisogno di un appiglio ogni mezza pagina. Tanto per dare una misura a spanne. Il modo che preferisco sono le linee di narrazione, che danno una buonissima profondità. Sempre a mio parere 🙂

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  3. Anche io ho in cantiere un articolo sui dialoghi ormai da mesi, e anche io nell’ultimo periodo ne ho visti in giro più di uno, su altri blogger. Si tratta di un aspetto su cui sto lavorando moltissimo, soprattutto per quel riguarda due aspetti: l’immediatezza e la scelta delle parole.
    Sul primo punto ho fatto dei passi avanti enormi, rispetto ai primi tentativi. I dialoghi che scrivevo all’inizio erano lenti, macchinosi, irrealistici. I più vecchi, sono stati completamente riscritti (all’inizio avevo il vizio di tornare sempre indietro sul lavoro già fatto), mentre ora sto andando avanti, e mi occuperò di eventuali revisioni alla fine della prima stesura. La cosa importante – e su cui mi sto esercitando – è riuscire a integrare dialogo, narrazione, descrizione ambientale e pensieri dei personaggi senza rallentare la scena. è la mia sfida, perché ci tengo a dare al lettore un’idea di realismo e completezza.
    Per la scelta delle parole, i dialoghi più difficili – e che dovrò revisionare per benino – sono quelli tra amici maschi. Anche se preparo la scena in anticipo, scrivo di getto, e non sempre riesco a dimenticarmi di essere una donna. 😉

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    • Brava, come al solito vai dritta al punto: l’immediatezza, nelle battute, è una delle cose da puntualizzare in un eventuale post. Il mio era troppo lungo per dire tutto quello che c’è da dire. Puoi farlo tu… 🙂

      Immagino che, per una donna, far parlare dei maschi sia più difficile. Vale il contrario nel caso in cui a scrivere sia un uomo. Tutto giusto, ma ci si sforza lo stesso. Poi si potrà anche cadere un po’ negli stereotipi, ma ci stanno pure quelli se non sono eccessivi.

      Io sto sempre aspettando di leggere qualcosa di tuo. A proposito, la vuoi sapere una cosa? Sono tornato su un mio vecchio romanzo! Lo riesumato e ne sono entusiasta. Il lavoro che avevo fatto, a parer mio, è eccellente e lo voglio completare. Fra qualche mese potresti essere “costretta” a leggermi… 😉

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      • Va bene, ti leggerò volentieri! 🙂
        Quanto a me, siccome sto cercando di finire la prima stesura, ho solo bozze di primo pelo, non revisionate. Tu sai che scrivo abbastanza di getto, quindi non sono perfette, sono io la prima a dirlo (come nel caso di quella che hai già letto). Se ti accontenti di poco, non appena la storia ha un ordine (ho scritto la seconda parte prima della prima) te le mando volentieri.. però tieni conto di questo, nell’esprimere un parere! 😀

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  4. Ah, però, il sintagma di collegamento è da tenere sempre a portata di mano!
    Secondo me il dialogo rimane la vera “prova del fuoco” delle reali capacità di uno scrittore: il dialogo ti porta dentro la scena, dunque dev’essere efficace, mai banale, deve coinvolgere; è, a mio avviso, una delle cose più difficili da immaginare.
    Sono d’accordo con il secondo punto: parlato reale e dialogo scritto sono due cose differenti ed il bravo scrittore è colui che riesce ad accorciare le distanze fra essi.
    Il discorso indiretto, in genere, non mi piace, anche se qualche volta può risultare funzionale ed i lunghi monologhi stancano, è vero, ma anche qui credo che dipenda dall’impostazione della storia: per esempio, nel mio romanzo, c’è un personaggio che, durante un chiarimento verbale, decide di raccontare la sua verità, dunque si siede, invita l’interlocutore ad ascoltare e comincia un lungo racconto (ovviamente è opera mia, dunque trovo nella scelta che ho fatto il suo perché!).
    In genere, comunque, mi avvalgo del rigo di narrazione per dare maggiore armonia al dialogo.

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    • Naturalmente non esistono regole inviolabili. Ognuno le adatti al proprio stile e alle proprie storie. Anch’io preferisco il rigo di narrazione ad accompagnare le battute. Di’ la verità, non ti aspettavi il “sintagma di collegamento” eh?! 😉 😛

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  5. Arrarrargggh!… Ottimo post… Arrarrargggh!… Complimenti!… Arrarrargggh!… Scientifico, quasi. Da saggio di letteratura!… Arrarrargggh!… Me lo butti un altro osso, adesso?… Arrarrargggh!…

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  6. Il dialogo mi piace un sacco, sia da lettrice che da narratrice!
    Scrivo di Sherlock Holmes principalmente per i dialoghi, che mi divertono tantissimo.
    Hai ragione quando dici che il dialogo è movimento. Secondo me alla fine di ogni dialogo deve essere cambiata la percezione della situazione sia per il lettore che per i personaggi coinvolti. Il dialogo è azione. Non si dicono parole, ma accadono dei fatti.
    Il mio dialogo ideale è il più secco possibile, con pochissime attribuzioni e moltissimo sottotesto. L’esempio ideale è “Colline come elefanti bianchi” di Hemingway.

    Non sono così drastica, invece, sul discorso indiretto. Io lo uso quando, appunto, c’è solo uno scambio di informazioni. Nei gialli può capitare che debbano essere riferite delle informazioni di cui sia il personaggio che il lettore devono prendere atto. Non c’è una vera interazione, né un cambiamento di energia nella scena. Non vedo perché non si possa usare il discorso indiretto, magari con una prosa un po’ vivace, piuttosto che un dialogo.

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    • Nel giallo probabilmente il discorso indiretto, se non abusato, può avere un senso. Nella narrativa mainstream, che è quella che seguo maggiormente io, avrei difficoltà a immaginare un personaggio che ne faccia un uso appropriato. Magari c’è…

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  7. Ci sono due punti che vorrei aggiungere alla tua lista di regole generali:
    1. ogni personaggio ha un suo modo di parlare unico e inconfondibile, da cui traspare la sua personalità, la sua provenienza e il suo livello culturale.
    2. a volte un dialogo non porta avanti la trama, e non tutte le battute devono essere per forza significative. Semplicemente si crea un’atmosfera e si fa sentire il lettore coinvolto in una situazione, come se fosse lì coi personaggi a fare gossip (tra l’altro, io ADORO le rivelazioni alla Beautiful…)

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    • Ok il punto 1, ma sul 2 non sono d’accordo: tutto quello che sta in un romanzo dev’essere sempre e solo finalizzato al procedimento della trama. Il romanzo moderno, soprattutto, non vuole nulla che non sia strettamente essenziale. Bisogna ridurre all’osso, eliminare le fronde. Ecc.

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  8. Tutto molto giusto. In particolare, tra i tanti punti importanti, verissimo che le informazioni implicite sono sempre migliori di quelle esplicite. Anch’io apprezzo molto la riga di narrato accostata alla battuta di dialogo, che permette di ridurre al minimo le attribuzioni. Scrivere… con la penna? A parte per prendere appunti (di qualunque genere), oppure per fare ghirigori, la penna non so più cosa sia. 😉

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    • Vale anche per me… Di recente sono stato a un seminario organizzato dalla Holden in cui volevano farmi scrivere un breve racconto a penna. O.O
      Ho rimpianto di non aver un portatile da tirare fuori all’occorrenza.

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  9. Pingback: Buon compleanno, salvatoreanfuso.com | Salvatore Anfuso – il blog

  10. Sono “inciampata”, per mia fortuna, in questo tuo vecchio post cercando su Google “come scrivere dialoghi in un romanzo”: ti fa capire quanto bisogno io abbia di capire se ho finalmente imboccato la strada giusta!

    Nel libro a cui sto lavorando ho cambiato i dialoghi – sia il loro contenuto che la disposizione dei sintagmi – almeno dieci volte.
    All’inizio era la narrazione a dominare, il discorso indiretto sostituiva troppo spesso quello diretto.
    Poi ho cambiato, e ho usato tutti i sinonimi possibili e immaginabili dei verbi “dire” e “rispondere”.
    Poi, non ricordo piu’ da quale fonte autorevole, mi giunse voce che, per rendere scorrevole una storia, alla fine “disse” e “rispose” restano le opzioni migliori: tutte le altre appesantiscono la lettura.
    E allora io ho cambiato i miei verbi fantasiosi con una serie di banali “disse” e “rispose”, limitandoli al minimo.
    Dopo questo, leggo da un’altra parte che non bisogna essere timidi, che imbottire i dialoghi di “disse” non e’ un peccato capitale, anzi.

    Oggi sono ormai a una fase in cui non mi interessa piu’ seguire le regole o scoprire come dovrebbe essere strutturato questo famigerato “dialogo perfetto”: deve piacere a me e a orecchio deve suonare a me, oltre ad essere comprensibile per chi legge.
    Penna o tastiera? Tastiera, che’ con la penna ormai riesco a scrivere solo la lista della spesa. Ma la revisione finale la faccio su carta, sempre. Ah, e rileggo ad alta voce i dialoghi, per capire se sono verosimili o se paiono, letteralmente, usciti da un romanzo 😉

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    • Ciao Juana, benvenuta nel mio blog. I motori di ricerca ti hanno indirizzata qui e questo deve essere un segno: non so di che tipo, ma fingiamo del Destino.

      Conosco qualcuno che usa solo “dice/dico” come legamento a margine della stringa di dialogo. Alla fine ogni modo è valido se funziona. Quindi fai bene a rileggere ad alta voce e fai bene a fregartene delle regole.

      Io, diversamente da te, la penna non la uso neanche più per la lista della spesa: ho scoperto un’applicazione sullo smartphone che permette di fare altrettanto ma con il ditino…

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  11. Bell’articolo, lineare, non si perde il filo e dà indicazioni utili. L’esempio è tuo, immagino. Ottimo, non c’è che dire.
    Provando a scrivere di tanto in tanto, vedo anch’io come i sintagmi di legamento siano sempre problematici: c’è sempre il rischio di risultare monotoni, perciò, quando me ne servo, cerco almeno di variarli, per quanto è possibile. All’utilissima lista aggiungerei “interloquisce/interloquì”, poi i vari bisbigliare, sussurrare, mormorare; e, perché no, mettiamoci anche rimbeccare, intromettersi, suggerire… ce ne sarebbero davvero migliaia.

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      • Certo, se uno lo fa programmaticamente gli è lecito più o meno tutto, in letteratura. Probabilmente in me agisce anche l’insegnamento della scuola, come quando la maestra proibiva di usare il verbo “fare” per costringerci ad imparare dei sinonimi. Le vie dell’autore non saranno infinte, ma poco ci manca. 🙂

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  12. Un pò svenevole, troppo sdolcinato? O smielato, come dico io?
    Non lo so. Vorrei più esempi.
    Ho messo dei dialoghi in forma diretta, ma voglio leggermi bene questo post, perché due o tre consigli mi sembrano buoni.
    Però sul discorso indiretto ho dei dubbi.
    Non lo vedo così male.
    Non lo scarterei del tutto .

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  13. Pingback: Come scrivere un dialogo – Salvatore Anfuso ● il blog

  14. Bravo. Chiaro, puntuale e conciso. E utile. Qualche dubbio sul punto 4 che credo vada contestualizzato ma ottimo articolo. Grazie.

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  20. Molto interessante e utile (soprattutto la tabella con i sintagma di legamento, che se non erro si chiamano anche frasi di attribuzione). Tuttavia, se anche “dice” forse non è troppo elegante (o meglio, ricercato) penso che nella narrativa contemporanea è meglio usare questo, piuttosto che impegolarsi con sintagmi di legamento troppo enfatici, che possono risultare fuori luogo (tipo proferire, dichiarare, proclamare, annunciare). Nel dubbio, un sano “dice” risulta quasi invisibile, in quanto è subentrato nel tessuto della convenzione narrativa.

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    • Ciao Michele, benvenuto. Esatto, dice è un’attribuzione invisibile, quindi lo si può adoperare ampiamente senza far inciampare il lettore. Se poi sei come Carver, allora può diventare anche un metro stilistico.

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