Guest-Post

Un guest post di Alessio Montagner

Il padrone di casa qui mi ha chiesto di scrivere due righe su una mia idea riguardante l’effetto placebo e il modo in cui potrebbe influenzare l’evoluzione del gusto. Mi sento, sinceramente, un poco imbarazzato: non solo perché non c’è molto da dire, ma perché sono abituato a scrivere solo di cose su cui ho già sviluppato una certa base teorica, mentre qui stiamo davvero parlando di una idea da bar. In fondo, però, ho pensato che il ruolo della sensibilità nella fruizione non è da sottovalutare e che comunque una visione, anche se errata, può aiutare a notare diverse prospettive. Dunque, ecco quel che penso.

L’effetto placebo in generale

Poiché sono pigro, cito Wikipedia:

“Per effetto placebo si intende una serie di reazioni dell’organismo a una terapia non derivanti dai principi attivi, insiti nella terapia stessa, ma dalle attese dell’individuo.”

In altre parole, se io ho mal di testa, e chiedo che mi vengano portate delle gocce, e io bevo quel che mi portano convinto che siano gocce efficienti, anche se in realtà ho bevuto solo acqua, il mio organismo agirà comunque come se avessi preso realmente le gocce, e con tutta probabilità il mal di testa mi passerà lo stesso o comunque si ridurrà molto.

Esiste anche, all’opposto, un effetto nocebo, che simula gli effetti di veleni o droghe quando si crede di averne assunti.

Ovviamente né l’uno né l’altro hanno effetti potenti come i principi attivi reali: un medicinale può essere considerato tale solo se si dimostra che ha un effetto più marcato del placebo, e se l’effetto placebo non basterà mai a curare l’aids, il nocebo non potrà mai uccidermi.

L’effetto placebo nell’arte

Esperimento mentale. Immaginiamo che io domani decida di diventare pittore. Il mio spirito progressista e sperimentale (abbinato all’incapacità tecnica) mi porterà a creare un’arte così diversa da quella attuale che certo la massa incolta non potrà apprezzarla: dunque non la considererà arte. Ammettiamo però, come è, che io abbia molte e influenti conoscenze all’interno di quella cosa che è chiamata “comunità artistica”, cioè l’insieme degli individui già riconosciuti come veri artisti dalla massa. Questi ovviamente si prenderanno subito la briga di difendermi, ed esalteranno la mia arte perfettissima, e diranno che è assai triste l’uomo che non è in grado di apprezzarla. Se la massa non mi accetterà all’interno della comunità artistica, cioè, sarà la comunità artistica che mi aprirà le porte. La massa stessa, vedendo il mio riconoscimento, dovrà ora definirmi artista, e definirà le mie bislacche creazioni arte. Questa plebaglia però, pur riconoscendola come arte, non riuscirà ancora ad apprezzarla. Che succederà allora?

Secondo me, accadrà questo: che il pubblico si sforzerà di fruire la mia opera finché le sue caratteristiche e la percezione del bello, oppure la sua definizione, non coincideranno. In altre parole, la comunità artistica non fa arte, ma è arte ciò che fa la comunità artistica, e una volta che la comunità artistica è riconosciuta come tale può anche modificare (entro certi limiti) la definizione attuale di arte. E l’arte non ha bellezza d’arte, ma è bellezza d’arte ciò che è riconosciuto come arte: e, al di là del gioco di parole, questo è l’effetto placebo al giudizio di gusto.

Nella letteratura

Mi è più difficile trovare nel campo letterario qualche artista riconosciuto come di valore dopo l’ingresso nella comunità artistica. È più comune, piuttosto, notare un effetto nocebo: cioè la comunità artistica decide appositamente di ostracizzare un autore, finendo per renderlo uno stereotipo di “cattiva scrittura” anche quando potrebbe non esserlo. Tale è il caso, per esempio, di Fabio Volo, autore che in realtà vanta uno stile e una immaginazione assolutamente mediocri, e per questo pur migliore di molti altri, ma che viene comunemente presentato come il peggior autore della nostra nazione: leggendolo con questa prospettiva, senza accorgersene, spesso ci si sforza di confermare tale pregiudizio. Stessa cosa si potrebbe dire anche per i libri di Moccia, per le Cinquanta Sfumature, per After, tutti diventati stereotipi.

Il caso più interessante è forse quello di Amanda McKittrick Ros, autrice irlandese di quello che viene generalmente indicato come il peggior libro di tutti i tempi: Irene Iddesleigh; in realtà ha semplicemente uno stile molto simile a quello di tanti dilettanti autopubblicati.

L’autorità

Questo “effetto placebo” può essere considerato come una sudditanza all’autorità di determinate figure che, a causa della loro posizione, si presuppone abbiano una visione più profonda e “vera” della nostra: in generale parliamo di figure colte o artisti celebrati (così celebrati da superare l’autorità critica stessa). Anche queste figure, a loro volta, si sono trovate in passato in uno stato simile, e forse è questo che garantisce una continuità nella tradizione: basti ricordare il famoso commento di Wittgenstein su Shakespeare:

“Quando, ad esempio, sento le espressioni ammirate che per secoli sono state dedicate a Shakespeare da grandi uomini, non posso sottrarmi dal sospetto che quelle lodi siano state solo convenzionali.”

In realtà questo non è un male in sé. Affermare qualcosa solo perché lo dicono in molti (o negarla solo per il gusto di farlo, che è la stessa cosa) non è “negare sé stessi”, poiché non esiste alcun “sé stessi”, non esiste un gusto ancestrale valido a prescindere: non avessimo una qualche influenza socio-culturale, infatti, credo che considereremmo il bello d’arte così come lo considera un cane: cioè non lo considereremmo(1) (e anche esistesse un “bello biologico” universale, non cambierebbe niente, perché nessuno, né da una parte né dall’altra, potrebbe ignorarlo).

Proprio per questo, però, non bisogna neppure aver paura di pensare con la propria testa e affermare il gusto che inevitabilmente abbiamo sviluppato: Amleto può benissimo sembrare oggi una brutta opera… in fondo lo pensava anche un genio come T. S. Eliot (a dimostrazione che l’autorità è un vortice).

Indizi

Ovviamente si possono obiettare molte cose: ci sono artisti che sono stati riconosciuti come tali senza il supporto di alcuna comunità, né si capisce, se davvero funzionasse così, perché la maggior parte delle persone non riesce a fruire con piacere l’arte contemporanea se non la più convenzionale. Io però riconosco non può accadere così in tutti i soggetti e in tutti i casi, poiché ci sono dei limiti; ma quel che a me interessa è SE può accadere, e in che misura.

Mi incuriosisce a tal proposito quel che Ticini, neurobiologo, ha ipotizzato qui (www.neuroestetica.it/contents/ticini-connessioni.pdf). Dice che sarebbe interessante scoprire che fruendo opere celebri inserite in un contesto noto, il cervello “disattivi” la facoltà del giudizio critico. In altre parole, quando andrò a vedere il David di Michelangelo sarò così convinto che dovrà essere bello che il mio cervello agirà in modo da assecondarmi, esattamente come quando sono innamorato evita di farmi vedere i difetti delle mie numerose e prosperosissime partner. Se così fosse, potremmo ben ipotizzare che l’effetto placebo si manifesti anche in condizioni d’autorità diverse, influenzando in senso generico il gusto e la sua evoluzione.

Conclusioni

Di questi meccanismi, però, non abbiamo prove: se accade davvero così, non lo sappiamo. La vostra sensibilità cosa dice?

________________

Note:

(1) In realtà secondo Ramachandran esiste solo un 10% della bellezza percepita che è di origine biologica, dovuta agli schemi che il cervello si è abituato a usare per decifrare le informazioni (e quando ci riesce risponde con la particolare sensazione di piacere che chiamiamo bellezza); il resto è di origine culturale, dovuto all’”educazione” come forse direbbe Schiller. In realtà Ramachandran non è mai riuscito a dimostrare che questo 10% esista realmente: lui si è basato più che altro sul fatto che certe caratteristiche estetiche, come determinate figure retoriche visive, sono universali, comuni a tutte le forme artistiche di tutti i popoli, ma ciò ovviamente non è sufficiente. Per i curiosi, si dia una letta a: “Che cosa sappiamo della mente”.

Alessio Montagner

Diplomato in ragioneria, attualmente studio Scienze del Testo Letterario all’università Ca’ Foscari di Venezia. La mia passione per la materia letteraria è recente essendo nata con la maggiore età: ho letto poco, ho pensato molto, non ho scritto quasi nulla, e ho avuto abbastanza supponenza da editare scrittori ben più esperti di me.

La mia formazione come “editor e critico amatoriale” si basa per lo più su manuali di scrittura in lingua inglese, italiana e francese, su testi di critica e teoria letteraria, sul confronto costante con autori ed editor professionisti, oltre, naturalmente, a una profonda riflessione sulla materia trattata.

Inutile dire che il mio autore preferito è Gabriele D’Annunzio, anche se quelli che conosco meglio sono Tolstoj e Flaubert. I miei libri preferiti sono l’Eneide, la Divina Commedia, The Game of Thrones e Il Conte di Montecristo.

24 Comments on “L’EFFETTO PLACEBO NELL’ARTE

  1. Forse stai confondendo l’effetto placebo, che è psicologico, quindi interiore, con un effetto sociologico?
    Credo che lo stesso fenomeno si verifichi in realtà con qualsiasi prodotto, quando la società dice che è bello/buono, l’individuo si convince che è bello/buono.
    L’effetto della comunità artistica o della critica è in realtà molto spesso opposto, l’individuo medio tende a non capire e a rifiutare certi giudizi che ritiene troppo alti, accademici, strutturati.

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    • La terminologia è ovviamente un adattamento. Ciò nonostante, se pensi che il placebo sia personale ti sbagli: per fare un esempio banale, nel somministrarti un farmaco placebo, l’effetto placebo si verificherà se sarà un medico a farlo, e non si verificherà se sarà il mago ciarlatano della TV a cui tu non hai mai creduto: e il farti credere che il medico sia una persona che merita fiducia e il mago no è un effetto sociologico, non interiore (ovviamente per altre persone può benissimo essere il contrario: un vegano antivaccinista crederà più al mago che al dottore, ma comunque ciò è determinato dalla realtà sociale a cui appartengono).
      Su come vari l’effetto della comunità artistica a seconda del ceppo di appartenenza si parlerà in un prossimo guest che ho inviato ieri.

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      • Beh, sociologia e psicologia in fondo si intrecciano 😉

        Comunque sempre citando da wikipedia:
        “L’effetto placebo e i suoi principi di funzionamento sono prevalentemente stati compresi ed interpretati in termini psicologici: il meccanismo alla base è psicosomatico nel senso che il sistema nervoso, in risposta al significato pieno di attese dato alla terapia placebica prescrittagli, induce modificazioni neurovegetative e produce una serie numerosa di endorfine, ormoni, mediatori, capaci di modificare la sua percezione del dolore, i suoi equilibri ormonali, la sua risposta cardiovascolare e la sua reazione immunitaria.”

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  2. Per il mal di testa prendo lo stesso medicinale da anni, rigorosamente di marca, mai l’equivalente, perché ciò che mi fa passare il mal di testa è evidentemente l’effetto placebo. Se non ho con me il medicinale e quindi so che non lo potrò prendere il mal di testa mi viene di sicuro più forte!
    A livello artistico/letterario invece rivendico maggior autonomia di pensiero. Il povero Michelangelo mi odierà per questo, ma io lo preferisco di gran lunga come pittore, piuttosto che come scultore, e il Tondo Doni è tra i miei quadri preferiti. Ma forse è perché la scultura il toto non mi dice gran che…

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    • Io se non prendo 33 gocce di novalgina non mi passa; ma considerando che è stata ritirata in USA e UK, potrei ripensarci…
      Da pellegrino dell’arte (anche su questo c’è un guest post XD), invero, dicerolti che di norma nessuna opera in foto rende quanto l’originale. Anche i quadri: la prossima volta che vieni a Venezia, vai alla basilica di Santa Maria Gloriosa dei Frari, entra nella cappella in fondo a destra, e guarda il Trittico dei Frari del Bellini; e fai un confronto con la versione fotografica: si perde completamente la correzione prospettica e la profondità della nicchia, che la fa sembrare una statua. Poi vai anche alla chiesa di San Pantalon, entra nelle cappelle a sinistra, e vai a guardare l’Incoronazione della Vergine del Vivarini: lì, in foto, si perde completamente tutta la lucentezza non solo dell’oro, ma di tutti i colori, e la struttura stessa, per il cambio delle dimensioni, ne risulta sfasata.
      Oggi, stranamente, Michelangelo mi pare più apprezzato per gli affreschi che per la scultura. Il motivo, forse, è che per gli antichi e per i neoclassici la scultura era la regina delle arti, mentre da un bel po’ per noi, anche solo a un livello di stereotipo, l’arte maggiore è la pittura, forse perché si può fruire in un sol colpo, mentre la scultura richiede un’esame in tre dimensioni.
      Questo, però, dipende da artista ad artista: per esempio, Medardo Rosso era uno di quegli scultori che credevano che la scultura dovesse avere un singolo punto d’osservazione, e per questo fotografava le sue opere; così non era per Canova, che invece a volte strutturava le sculture in modo da obbligare il fruitore a girarci attorno.
      D’altro canto, Michelangelo è stato anche fortunato: tra tutti gli scultori del suo tempo, e anche di quelli dei due secoli successivi forse, Michelangelo è facilmente quello che continua ad apparirci più moderno. Questo perché abbiamo ormai sviluppato il gusto per il non-finito; e gli affreschi stessi in realtà, con i fondali approssimati e lo stile personale, sono invecchiati molto meglio, per dire, dei quadri di Leonardo; almeno così mi pare. Michelangelo, in un certo senso, è più “facile”: sia perché ha influenzato tutta l’arte successiva in modo più marcato di qualsiasi altro artista, sia perché questa influenza continua a essere evidentissima anche nel corso del 900, sia perché, come “cerniera di una cerniera” (se il manierismo è la cerniera tra il rinascimento e il barocco, Michelangelo da solo è la cerniera tra l’alto rinascimento e manierismo, visto che il manierismo di fatto lo ha creato lui) la sua arte ha mantenuto uno straordinario equilibrio tra la precisione tecnica e lo stile personale, tra la ragione rinascimentale e la fantasia barocca. Leonardo invece è tutto, assolutamente intellettuale; e nonostante l’arte concettuale ci abbia abituati alla freddezza emotiva accompagnata dal piacere della ricerca intellettuale, a molti, invero, Leonardo continua ad apparire troppo distante, e trovano la Gioconda ammirevole (perché l’ammirano tutti, non per altro) ma poco interessante: gente triste, in realtà, questa, che può apprezzare al massimo l’arte barocca più ostentata perché incapace di fare una analisi a un livello più profondo; dobbiamo pur capire però che analizzare un quadro da un punto di vista mentale, oltre l’energia dell’apparenza, della superficie, non è una cosa che oggi siamo abituati a fare.
      Questa secondo me è la condizione per così dire generale. Questo non toglie che ognuno poi possa avere una condizione personale e un gusto suo: a me, per esempio, la scultura di Bartolini, piace di più di quella di Canova, Thorvaldsen e finanche Bernini, anche se nel canone attuale Bartolini, pur dentro, non è così conosciuto. Credo in ogni caso che, al di là dei limiti biologici, questo gusto sia comunque frutto della realtà sociale in cui si forma il gusto: solo che questa realtà sociale, nello specifico, non deve essere per forza quella generale della cultura occidentale.

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      • Oggi viviamo vive troppo frenetiche per fermarci ad ammirare, e men che meno analizzare, l’arte, temo. Vale la stessa cosa per la letteratura. Infatti i romanzi tendono a diventare superficiali e snelli. Baricco, nei Barbari, parlava di “surfare”, cioè di passare da informazione a informazione in modo superficiale senza approfondire nulla, come tendenza contemporanea.

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        • Mi sono un po’ persa nei commenti… Io con l’arte ho bisogno un contatto vivo. Ho fatto l’università a Pisa e entravo gratis agli Uffizi. A Novembre non c’è nessuno. Il Tondo Doni e la Madonna del Magnificat di Botticelli sono i miei quadri preferiti perché ho anche potuto passare ore in loro compagnia, il mio è un rapporto affettivo. Con Leonardo ho meno intimità e più stima intellettuale. Però dire che Michelangelo sia un artista poco intellettuale o più facile non mi pare. Tutti gli autori rinascimentali hanno mondi interi dietro, non tutti decodificati…

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          • (sopra rispondo all’Anfuso)
            Michelangelo è oggettivamente più diretto di Leonardo; inoltre la sua influenza più ampia e soprattutto più recente ci ha reso più familiari i suoi schemi di fruizione. Dico che è più facile non nel senso che è meno profondo o che ha meno cose da dire: lo dico nel senso che il nostro cervello ha già schemi adatti a fruire la sua arte, in quanto questi schemi sono molto presenti in tutta la tradizione anche recente; abbiamo perso, invece, un po’ degli schemi necessari per capire Leonardo o altri autori che sentiamo come più freddi.

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        • Quando vado a vedere un affresco, un dipinto, o un altro pezzo d’arte visiva, mi capita di stare immobile a fissare l’opera per diverso tempo perché cerco sempre di rispondere ad almeno tre livelli d’analisi. Nel primo, cerco di individuare le linee di composizione, la strutturazione delle forme, e la logica nella composizione dei colori. Nel secondo, a un livello generale, cerco di capire i valori, le emozioni, e le idee che hanno portato a realizzare un’arte di quel tipo: cosa, cioè, l’artista cercava di suscitare. Nel terzo, analizzo il dialogo tra le possibilità chiedendomi cioè, tra tutte le possibili composizioni, perché si è scelta quella, e perché altri artisti, alle prese con altri temi, hanno scelto composizioni diverse, e in che modo le diversità delle composizioni comportino un differente messaggio: e questo secondo me è il livello più importante, perché è quello che ti rivela davvero l’intenzione comunicativa dell’opera.
          La maggior parte dei fruitori, credo, davanti a un’opera non cerca altro di “sentire” quello che dice così, a pelle, sulla base della sua imponenza visiva. In questo modo però apprezzano solo l’arte facile come la barocca, apprezzano solo i virtuosismi tecnici, solo il dire “io non ci sarei mai riuscito”, e non si rendono conto invece di quello che c’è dietro scelte diverse. Un quadro come La Vergine delle Rocce non si può apprezzare dando una occhiata così: bisogna necessariamente notare, per esempio, il modo in cui l’angelo rompe la comunicazione tra la Vergine e Gesù, e chiedersi perché ha giocato così con le linee, e cosa vuol dire (sta dividendo natura terrena e divina? Sta creando una croce con le linee, come presagio? Sta parlando dell’impotenza della madre sul destino del figlio?); per non parlare delle riflessioni possibili tra le varie versioni (perché l’angelo in quella di Parigi ha il manto rosso, e in quella di Londra blu? Forse prima voleva attirare l’attenzione, ma poi lo sbilanciamento cromatico non è più stato di suo gusto? Perché l’angelo ora non guarda più il fruitore? Perché ha ristabilito il contatto tra la Vergine e il Bambino? E perché prima – come Michelangelo – non aveva messo le aureole e ora sì?).
          Molti si lamentano, e dicono: queste cose sono fuori dall’arte, sono fantasie colte che interpretano più di quel che l’autore voleva dire. …ma non è così. Non è un qualcosa in più, non è un qualcosa di fuori dall’estetica: è un processo d’analisi interno all’opera, almeno in parte già previsto, e che quindi è parte integrante della fruizione. Se ci si limita a guardare e aspettare che l’opera susciti qualcosa non si ha davvero capito come funziona l’arte, ci si perde una fetta di esperienza che non è opzionale.

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  3. A me la Novalgina non fa nessun effetto, io uso solo la tachipirina per il mal di testa, così posso prenderla a stomaco vuoto, chissà se me la propinano nascosta da Novalgina o viceversa devo vedere se cambia l’effetto. Mah!
    Quando un autore viene molto denigrato io di solito sono invogliato a leggerlo perché voglio farmi un’idea mia indipendente, mentre quando viene troppo osannato istintivamente tendo a non comprare i suoi libri, per una sorta di antipatia istintiva. Come definire questo effetto?

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    • Anche questo capita a molti. Diciamo… anticonformismo? Non è così diverso da quello che capita a certi, quando dicono “io lo leggevo da prima che diventasse famoso”. Ci sono poi quelli che prima combattono dicendo “che ingiustizia che cotanto autore non sia famoso come Shakespeare!”, e poi appena inizia a diventare popolare e piacere ai mediocri di colpo l’autore diventa spazzatura.

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