Punteggiatura

Fondamenti di grammatica per aspiranti scrittori

Torniamo, con questo post, a parlare dei segni paragrafemici non sintattici (cioè, privi della funzione specifica di sintassi, anche se in realtà lo sono tutti). Rimanevano le parentesi (tonde e quadre), l’apostrofo, l’asterisco e la sbarretta. So che si sono aperte delle scommesse, se riuscirò o meno a terminare con questo articolo il discorso sulla punteggiatura: vedremo…

Parentesi tonde e quadre

Le parentesi tonde servono a introdurre un inciso solitamente privo di qualunque rapporto grammaticale col resto del periodo: «Il merito (se qualche merito c’è) ne ritorna tutto al tuo scritto» [Contini, Varianti e altra linguistica]; «Il principe (non ci regge il cuore di dargli in questo momento il titolo di padre) non rispose direttamente» [Manzoni, I promessi sposi].

Quando la parentesi include un periodo molto lungo, che può far perdere il filo del discorso, è possibile dopo la chiusa riprendere una o più parole precedenti: «I Piemontesi (così continuava a chiamarli il Principe per rassicurarsi, allo stesso modo che altri li chiamavano Garibaldini per esaltarli o Garibaldeschi per vituperarli), i Piemontesi si erano presentati a lui […]» [Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo]; «almeno lì (e il loro pensiero, la loro pazzia, aleggiava ancora, dopo venticinque secoli, attorno ai tumuli conici, ricoperte d’erbe selvagge), almeno lì nulla sarebbe mai cambiato» [Bassani, Il giardino dei Finzi-Contini].

In questi casi, quelli appena citati, le parentesi potevano tranquillamente venire sostituite dai trattini lunghi o dalle virgolette; sono obbligatorie, invece, nei rinvii che punteggiano un testo tecnico e scientifico e in genere nei rinvii numerici: «Gli amministratori devono adempiere i doveri ad essi imposti dalla legge e dall’atto costitutivo con la diligenza del mandatario (1710) e sono solidalmente (1292) responsabili verso la società dei danni derivanti dall’inosservanza di tali doveri (2393) […]» [Codice Civile, art. 2392].

Le parentesi quadre sono di uso più occasionale rispetto alle tonde; nelle buone norme grafiche e tipografiche sono richieste per introdurre una parentesi entro un’altra parentesi: «(a Modena i monumenti medievali [come il Duomo] convivono con quelli sei-settecenteschi [come il Palazzo Ducale])» [Serianni]. Io, ad esempio, come avrete notato, le utilizzo per citare direttamente la fonte, cioè l’autore e il libro, in coda alla citazione stessa. Mi pare che, se utilizzassi le tonde, si creerebbe maggiore confusione; con le quadre non succede (smentitemi).

Il tipo di inciso che introduce una parentesi, è quello rappresentato dal commento dello scrivente (quindi lo scrivente si rivolge direttamente al lettore).

«Quanto alla collocazione degli altri segni di punteggiatura, si noti che nell’ortografia corrente il punto interrogativo e l’esclamativo vanno posti prima della parentesi chiusa, gli altri segni interpuntivi dopo di essa» [Serianni].

Asterisco e sbarretta

Entrambi sono segni rari e di uso particolare, dice il Serianni; l’asterisco, ad esempio, da solo o ripetuto tre volte, può indicare un’omissione volontaria: «il giorno avanti, il cardinal Federigo Borromeo, arcivescovo di Milano, era arrivato a ***» [Manzoni, I promessi sposi].

In linguistica, ci ricorda il Serianni, l’asterisco contrassegna convenzionalmente forme non attestate, ma riconosciute dagli studiosi.

La sbarretta sostituisce l’a capo del capoverso nelle poesie. In linguistica serve a contenere/indicare il suono fonetico di un grafemo. Serve anche a segnalare un’alternanza tra due possibilità: «e/o».

Apostrofo

Ne abbiamo già parlato a proposito di elisione; c’è, però, un altro uso che se ne può fare: indicare, cioè, l’apocope. Esso, infatti, segnala anzitutto l’apocope postvocalica:

  • Nelle preposizioni articolate maschili plurali (oggi antiquate): a’ (tali), de’ (dei), co’ (coi), ne’ (nei), pe’ (pei), be’ (bello), que’ (quei = quelli).
  • Nelle forme imperative dell’indicativo: da’, fa’, sta’, va’.

Reca l’apostrofo, ci tiene a ricordarci il Serianni, anche di’, imperativo di dire. L’apostrofo in di’ è giustificabile per distinguerlo da di (preposizione) e (sostantivo). «Quanto a da’, ecc., l’apostrofo – oltre a suggerire l’assenza di raddoppiamento (mantenutosi invece nelle forme composte con enclitica: dammi, fallo) – può giovare a evitare omonimie» [Serianni]. Ad esempio, da’ rischierebbe di confondersi con la preposizione. «Ma la regola dell’apostrofo in da’, fa’, sta’ e va’ è lungi dall’essere universalmente accolta, sia dai grammatici (SATTA 1981: 73 consiglia ad esempio da’, ma fa, sta, va), sia dal comune uso scritto» [Serianni].

L’apostrofo segnala anche l’apocope sillabica, come in po’ (da poco), e nelle interiezioni be’, to’ e ve’, in mo’ (a modo di) e in ca’ (Ca’ d’oro).

La tendenza, in questa epoca, sarebbe di eliminare tutti gli apostrofi come segno di apocope sillabica (anche in po’, che non può confondersi con il Po [che vuole la maiuscola]). Ma, questa regola, ancora non esiste. Raccomando, quindi, l’uso di po’ che, tra l’altro, è l’unica forma di apocope sillabica attestata stabilmente con successo!

Infine, e abbiamo concluso finalmente, l’apostrofo può indicare una riduzione delle cifre indicanti un anno: il ’77 (l’anno di nascita del sottoscritto).

Conclusioni

E siamo giunti alla fine del lungo excursus sui segni paragrafemici (la punteggiatura). Se avete domande, e immagino ne abbiate, il numero di telefono di Luca Serianni è 346-723…

__________________

Note:

Luca Serianni, Grammatica italiana, UTET universitaria, 2006.

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12 Comments on “Parentesi e apostrofi

  1. Mi pare che Manzoni con quelle parentesi nasconda un intervento della voce narrante, sbaglio?
    Personalmente gradisco poco le parentesi in narrativa, ma le parentesi annidate? Io non le uso neanche nella ducumentazione tecnica, richiedono competenze matematiche che il lettore non è tenuto ad avere 😉
    Le parentesi quadre si usano anche, insieme ai puntini per indicare gli omissis nelle citazioni “Ei fu […] dato il mortal […]”
    Per dividere i versi si usa anche la barra verticale | (ma giusto se proprio ci si tiene a risparmiare carta)
    Di recente ho ho visto usare l’asterisco come jolli nelle espressioni “gender free” (si dice così?) “car* amic*.

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    • Non ti sbagli affatto, è proprio la voce narrante del narratore. O forse dovrei dire: del traduttore. La maggior parte dei lettori sui Promessi sposi dimentica l’incipit fondamentale: un certo tizio trova un manoscritto del Seicento (mi pare fosse il Seicento, non ho il tempo adesso di controllare), la storia gli piace, la trova anche molto attuale, ma il modo in cui è scritta, ritiene, è troppo antiquato; così decide di riscriverlo in un linguaggio più moderno… Questa è la premessa essenziale dei Promessi sposi, il quale in realtà non è un romanzo ma un trattato di linguistica. 🙂

      Di tanto in tanto, nei Promessi sposi, con la scusa del narratore/traduttore, Manzoni fa sentire la sua voce attraverso l’inserimento di commenti al testo “originale”.

      Per quanto riguarda le parentesi tonde: condivido; in narrativa non piacciono neanche a me. Le quadre, si usano più negli articoli di giornale e nella saggistica. Non ho idea di cosa sia, invece, una “parentesi annidata”… Le graffe sono segni matematici e non grammatici, quindi, al di fuori dell’uso specifico matematico, non si dovrebbero usare. Sui tre puntini messi fra parentesi quadre ne avevo parlato giusto un paio di ripassi fa… 🙂

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      • Le parentesi annidate sono quando apri le parentesi dentro altre parentesi in matematica servono a stabilire l’ordine delle operazioni, in narrativa a confondere il lettore 😉

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        • Lo ignoravo, grazie. In narrativa un esempio di parentesi annidata è questo: “Toro seduto (un famosissimo capo indiano [oltre che personaggio narrativo nell’omonimo film]) in realtà non è mai esistito”. 🙂

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  2. Segno subito il numero! 🙂
    Grazie per le tue belle lezioni, io leggo tutto, come vedi sono un’alunna diligente. Buona giornata giovane maestro del ’77.

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  3. Pingback: Apici e caporali | Salvatore Anfuso – il blog

  4. Parla la nonnina, anzi no, la zietta, va! (ecco, in “va” ci va qualcosa?):
    Io pensavo che i segni di interpunzione andassero tutti dentro le parentesi (tipo così.) O.o

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    • No, ad entrambe le domande. “Va” non si accenta mai e l’unico caso in cui si mette l’apostrofo è con l’imperativo di andare, nella seconda persona: “va’ al diavolo!”. 😊

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  5. Pingback: Categorie Sintattiche e Grammaticali | Salvatore Anfuso – il blog

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