Nobiltà letteraria, fra generi e classici


Poiché è estate e fa caldo, chi può sgambetta felice a bagno nell’acqua salmastra e chi non può rosica anatemi nell’afa cittadina, vorrei proporvi una riflessione estiva che ha il gusto della polemica senza la necessità di una doppia laurea in letteratura classica e moderna – come nei migliori programmi televisivi spazzatura chiunque, insomma, può parteciparvi: perché la narrativa classica è considerata ammantata di una maggiore dignità letteraria rispetto alla narrativa di genere?

Fermi! Vi vedo scattare in avanti, verso lo schermo, con la bocca parzialmente deformata in una smorfia rabbiosa e la mano destra, già in alto, contratta a pugno come se voleste prendere a cazzotti il vostro stesso monitor: non è il caso di comportarsi in maniera incivile. Mantenete, dunque, la calma e proseguite la lettura; avrete modo più avanti, nei commenti, di dire la vostra nel modo più rabbioso ed esplosivo che riterrete opportuno.

Chiunque legga libri è mio fratello. Sangue del mio sangue. Come individui appartenenti a una stessa tribù. Le polemiche sui libri, le invidie fra scrittori, non le ho mai capite: siamo una razza in via d’estinzione, eppure ci azzanniamo su questioni che il resto dell’umanità, quella dei non lettori, considera meno che cavilli noiosi su cui masturbarsi in attesa di qualcosa di meglio. Eppure certe polemiche sono inevitabili, come quelle sui classici ad esempio: vi piacciono?; li preferite rispetto alla narrativa moderna?; oppure li trovate noiosi e considerati importanti solo perché l’élite letteraria li considera tali?

Il confronto fra narrativa di genere e narrativa pura è vecchio come la letteratura stessa. Personalmente non ho mai fatto distinzioni fra libri, a parte i gusti personali, e non ho mai considerato un lettore di Dostoevsky più meritevole d’un lettore di Fabio Volo. Chiunque impugni un libro, cartaceo o elettronico, con l’intenzione di leggerlo (quindi non per usarlo come arma impropria) è meritevole, punto. Tuttavia la narrativa non di genere è considerata dai critici letterari, e dai lettori stessi, più degna d’essere letta rispetto alla narrativa di genere: perché?

Cos’è la narrativa di genere innanzitutto? Quella in cui le storie, il loro intreccio, corrisponde a canoni letterari ben codificati: il giallo, il noir, il thriller, l’horror, il fantasy, la fantascienza, il rosa, il chick lit, eccetera. La narrativa classica, invece, è quella tipologia di storie che non sono classificabili in un genere. Diversamente dalla narrativa di genere, la narrativa classica tratta un solo argomento: l’umanità contemporanea e i suoi particolarissimi problemi esistenziali.

Ora, il motivo per cui quest’ultima è portatrice di una maggiore nobiltà letteraria è sito nella difficoltà stessa, intrinseca direi, di raccontare storie banali, che trattano cioè il quotidiano, in modo così trasversale e profondo da illuminare di una maggiore luce i lati oscuri dell’animo umano. Per intenderci: è molto più facile raccontare storie di draghi e Hobbit, o di assassini seriali e vittime stuprate, che di semplici uomini e donne fotografati nella loro realtà quotidiana. Quando Tolstoj, o Dostoevsky, o Joyce, o Proust ci riescono è inevitabile che assurgano a classici.

Nella narrativa di genere, invece, l’intreccio fantastico degli eventi che vengono raccontati compensano una minore profondità di indagine e questo basta a identificarla come una forma minore di letteratura.

Che siate d’accordo o meno, provate voi stessi, visto che volete fare gli scrittori, a trasformare il quotidiano in una storia meritevole d’attrarre l’interesse del lettore e poi ditemi se è più o meno facile che raccontare di astronavi, di mondi alieni, di amori romantici fra gabbiani e falene…

A questo punto dovrei chiedervi: qual è il vostro genere preferito? Ma siete sicuri che rispondereste onestamente?

40 Comments on “Nobiltà letteraria, fra generi e classici

  1. Riflessione molto interessante, Salvo! 🙂
    Per quel che mi riguarda, mi considero quasi onnivora. Dico quasi perché non mi piacciono la fantascienza e l’horror: sono i due generi che proprio ignoro a piè pari, è più forte di me.
    Per il resto, leggo molti mainstream contemporanei (non potrei farne a meno visto che ne sto scrivendo uno) e anche romanzi di genere, specialmente thriller e romanzi storici, ma di quelli fatti bene …
    In fondo, non tutta la letteratura di genere è da considerarsi di bassa leva. Ho letto opere in cui l’approfondimento psicologico dei personaggi è affrontata con grande maestria. Anche Camilleri e Stefano Benni, in fondo, scrivono letteratura di genere (giallo + umoristico) eppure non sono certo considerato al livello di Federico Moccia… Insomma, di questi tempi, il confine è molto labile.
    In ogni caso, io ritengo che uno scrittore, pur nel limite imposto dal proprio gusto personale (se una cosa ti fa proprio schifo non c’è molto da fare) debba essere il più onnivoro possibile per ampliare la propria conoscenza generale, operare confronti, andare oltre i limiti imposti dall’essere se stessi. Mi sono sforzata anche di leggere un New Adult, genere che ora va per la maggiore: se piace alla gente è mio dovere, in quanto scrittrice, cercare di capire perché.
    P.S. ma dov’è la polemica? 😀

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    • Certo, hai ragione, come lettori – e come scrittori in erba – bisogna essere i più onnivori possibile; ma non era questo il punto. La polemica si genera dichiarando che la narrativa di genere, scusa il gioco di parole, è meno nobile della narrativa pura. Credo che Benny, al di là del lato umoristico dei suoi racconti, rientri fra gli scrittori non di genere; un po’ come Dino Buzzati. In fondo i due sono molto simili nella loro produzione letteraria.

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      • Appunto: ormai il confine è così labile che forse questa diatriba non vale più. Non tutta la letteratura di genere è becera e non tutti i mainstream sono capolavori (ma il mio lo sarà! 😀 😀 :D)

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        • Non parlerei di becero o di bello, di difficoltà o di semplicità… quanto, piuttosto, di nobiltà attribuita alla narrativa classica rispetto a quella di genere. Scrivere gialli, ad esempio, non è affatto semplice e Agatha Christie è un colosso nel suo, ma paragoneresti la sua opera a quella di Tolstoj? O di Manzoni? Perché la produzione di Agatha Christie è comunque considerata inferiore a quella di Joyce, o di Proust? E non avere dubbi, lo è; è considerata comunque inferiore.

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          • La domanda sorge spontanea: da chi è considerata inferiore? Dai critici? Dai lettori? O da te?
            Insomma, sono tre diversi livelli di lettura, che portano a diverse conclusioni, tutto qui.
            La narrativa classica è classica. Noi siamo contemporanei. Possiamo scrivere un mainstream contemporaneo. Ammaniti l’ha fatto. C’è chi lo considera noir, ma “come dio comanda”, “ti prendo e ti porto via”, e “io non ho paura” hanno solo delle influenze del noir, sono interamente basati sulla psicologia dei personaggi, affrontata in modo tutt’altro che noioso, e con un linguaggio attuale, a tratti duro, e molto ironico. Non sarà sullo stesso livello di Joyce e Tolstoy, ma come sarà letto fra 100 anni?

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            • Secondo me: da tutti; per rispondere alla tua domanda. E’ una di quelle cose evidenti, istituzionali, che non sono palesate da dati precisi da sbandierare. Secondo me, intendiamoci.

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              • Bravo Salvo, hai centrato il punto. 🙂
                è una di quelle convinzioni legate al senso comune, che però non hanno basi scientificamente probabili. Ho fatto studi al riguardo (proprio grazie a te, tra l’altro, quando lo scorso inverno mi avevi domandato a quale genere appartenesse il mio romanzo) e credimi che la commistione è all’ordine del giorno. 🙂

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  2. Io non voglio fare assolutamente polemica (anche perché danno fastidio anche a me, quelle gratuite che si vedono per esempio su Facebook), tuttavia parlo per esperienza quando dico che la narrativa di genere (o almeno una sua parte) è altrettanto difficile da scrivere rispetto a quella “mainstream”, se non di più. Penso per esempio alla fantascienza, il genere che preferisco leggere e scrivere: è vero che ci sono libri che sono molto “spiccioli” ( di solo intrattenimento (per esempio gli Young Adult post-apocalittici che vanno tanto di moda ultimamente), ma tanti altri sono invece profondi, parlano dell’uomo di oggi anche se sono declinati al futuro, e sono molto profondi. Mi viene per esempio in mente “I reietti dell’altro pianeta”, che si interroga molto a fondo sull’idea di libertà e di uguaglianza, ma anche il famoso Ciclo della Fondazione di Asimov contiene moltissime riflessioni in tal senso. Inoltre, anche in fantascienza (ma lo stesso vale per il fantasy, i gialli, ecc.) bisogna comunque curare il realismo dei personaggi, della plausibilità delle situazioni, dell’ambientazione (e così via) allo stesso modo che nel mainstream, se si vuole creare un prodotto che non sia scadente. La mia idea (personale, beninteso 🙂 ) è insomma che non esiste un genere facile da scrivere: tutti hanno le loro difficoltà, che sia il rendere interessante una storia di tutti giorni come nel mainstream o inventare una storia bella e coerente come nel fantastico 🙂 .

    In ogni caso, secondo me il fatto che tanti considerino il mainstream più appetibile del romanzo di genere è molto più prosaica: spesso la fantascienza, il fantasy (ma anche i fumetti, i videogiochi, e tanto altro) sono semplicemente considerati, chissà per quale motivo, “da bambini”, mentre gli adulti dovrebbero leggere “roba seria”. La cosa tra l’altro mi fa abbastanza tristezza (e non solo perché così il mio pubblico è ridotto): è triste infatti che certi adulti non riescano più a volare con la fantasia, che non riescano a godersi che solo la realtà di tutti i giorni, mi sa tanto di un forte appiattimento (questa comunque è sempre la mia personale idea 🙂 ).

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    • Ciao Mattia, benvenuto sul mio blog e grazie per il tuo commento. Diciamo che le difficoltà, tra narrativa pura e narrativa di genere, sono di natura diversa. Citi la fantascienza. Nella fantascienza è molto più importante, ad esempio, curare bene l’ambientazione, i dettagli e, soprattutto mi dicono, la tecnologia presente (la natura stessa della tecnologia) che la rilevanza psicologica dei personaggi. La difficoltà del tuo genere preferito, che non è affatto semplice da scrivere (non ho parlato di semplicità o meno, infatti, nel mio post), sta proprio in una cultura fisico-scientifica profonda dello scrittore e in un’attenzione maniacale per i dettagli. Bisogna verificare tutto e non accontentarsi di semplici “teorie” sparate magari un po’ a caso che possano risolvere dei problemi, appunto, tecnologici: penso ad esempio alla curavatura spazio/temporale o a come superare o aggirare la velocità della luce, eccetera. Gli autori che citi sono dei colossi. Tuttavia nessuno si sognerebbe di paragonare l’opera di Asimov, notevole certo, a quella di Joyce. Perché?

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      • L’idea che mi sono fatto da anni di lettura di fantascienza è che in realtà anche la caratterizzazione dei personaggi sia importante, come anche la plausibilità della trama: senza, il romanzo si trasforma in un trattato scientifico/tecnico. Mi è capitato di leggerne uno (non di genere fantascientifico ma ucronico – generi diversi ma accomunabili, se li si prende alla larga) per esempio in cui di ogni “apparecchio” c’era una descrizione maniacale: il risultato era di una noia mortale, ho abbandonato dopo pochi capitoli 😀 . Che poi servano anche ampie conoscenze scientifiche è vero, ma sicuramente non sono sufficienti per essere un bravo scrittore di fantascienza 🙂 .

        Sulla tua domanda, non credo di aver la competenza di rispondere: l’unica idea personale che ho è che sia tutta una questione di percezione. Joyce, o anche Tolstoj e Dostoevskij sono percepiti da tutti come grandissimi nomi della letteratura in generale, Asimov semplicemente come un grande nome della fantascienza, e visto che quest’ultima come dicevi non è considerata al livello della narrativa mainstream, allora anche lui viene considerato inferiore ad autori mainstream. (il che, dal mio punto di vista, è anche abbastanza tragico 😀 ) .

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          • Posso abbracciare virtualmente Mattia solo per aver citato “I reietti dell’altro pianeta”, vero?
            Aggiungo solo che l’approfondimento psicologico è secondario solo in alcune opere di fantascienza, in altre è centrale (senza nulla togliere agli altri aspetti) il mio libro preferito è di fantascienza ed è il mio preferito per i personaggi, per la loro gestione e per gli interrogativi che pone, non certo per come funzionano le astronavi. Sono reduce dalla lettura di Hyperion che è uno dei libri più colti e poetici che mi sia passato per le mani negli ultimi anni, il fatto che sia di fantascienza, forse, ha portato tanti lettori che lo avrebbero amato alla follia a ignorarlo.

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              • In Italia senza dubbio. Nei paesi anglosassoni va un pochettino meglio, ma non troppo. Ricordo che quando in Francia un fumetto fantascientifico (di Bilal) vinse un importate premio letterario come miglior opera assoluta, battendo tanti romanzi realistici di autori affermati, molti critici italiani non se ne capacitarono. Basta vedere lo sgomento che li coglie quando un’opera di genere approda in finale allo Strega (o addirittura un fumetto, come pure è capitato)…

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                • E non ti sembra che invece la destinazione a cui il romanzo aspira sia già di per sé discriminatoria? Voglio dire se un giallo ha la pretesa d’essere un romanzo profondo, che illumini gli stati d’animo umani, perché allora inserire indagini e ominici? Perché è questo il punto: in un mainstream può anche esserci un morto ammazzato e un’indagine in corso, ma quello che conta della storia, quello che lo scrittore decide di sottolineare, non è l’indagine, è qualcos’altro. Mentre nel giallo classico, per dire un genere come un altro, lo scrittore decide di porre maggiore attenzione sull’evento, sulle dinamiche. E non ha nulla a che fare con quanto bene sono delineati psicologicamente i personaggi. Mi spiego?

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                  • Sai, in un paese di stragi impunite, di indagini che diventano fatti mediatici, di mafie striscianti non mi viene proprio in mente un modo migliore per raccontarlo che non mettere un’indagine al centro di una storia. Sarà senza dubbio una mia limitazione. Di sicuro sono io che mi perdo e mi annoio se non ho una trama da seguire e che continuo a preferire “Il giorno della civetta” a tante opere più letterarie e che, come Eco, se devo scegliere un Ulisse, leggo Omero.
                    Qui mi fermo, perché da brava classicista potrei continuare all’infinito con il fatto che la letteratura occidentale nasce in Grecia, divisa in generi ben definiti, ciascuno con le sue ferree regole da seguire (e guai a sgarrare), con trame che dovevano seguire canoni preordinati. Questo non mi sembra abbia limitato molto la nascita di capolavori.

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                    • Non credo di seguire più il tuo ragionamento, sai? Sta di fatto che indagini o no se l’esigenza dello scrittore è il lato umano di una vicenda è su questo che si concentra. Se si concentra, invece, sulle indagini allora le sue esigenze sono altre e vanno verso l’intrattenimento. Diversamente da molti intellettuali – che mal sopporto – ritengo che la letteratura italiana, e forse addirittura europea, abbia bisogno di tanta narrativa d’intrattenimento e che la si smetta una volta per tutte di ritenere (come ho scritto nel post) che ci sia una letteratura di seria A e una di serie B. Tuttavia, ammetto una superiorità della narrativa impegnata (chiamiamola così) rispetto a quella di intrattenimento. Ma senza giudizi, senza dover giudicare chi preferisce leggere per distrarsi e passare il tempo e chi per imparare o evolversi come persona. Credo che scrivere letteratura impegnata sia più difficile, perché è necessario scavare molto dentro di sé, capirsi per poter capire. E questo gli dev’essere riconosciuto in qualche modo.

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  3. Non è detto che i classici non siano ascrivibili a un genere. Frankenstein è fantascienza, Dracula è horror, L’isola del tesoro è avventura, Sherlock Holmes è poliziesco.
    Storie come quelle di Manzoni, Tolstoj o Dostoevskij o altri non sono facili da scrivere né da concepire.
    Hai ragione su un fatto: non è da tutti prendere il quotidiano e trasformarlo in una storia. Ma c’è anche da dire che il nostro quotidiano è zero rispetto ai quotidiani di quegli autori. Cosa vuoi raccontare oggi, che non sia noioso? Che spunti offre questa realtà? Cosa c’è di buono da salvare?

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    • Al contrario: oggi la quotidianità è in continuo fermento, è sempre un costante divenire e mutamento. Inoltre le contraddizioni della nostra epoca se le sognavano quei contadinotti dei nostri bisnonni. 😉

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      • Dici? Io non vedo cambiamenti, se non in peggio, da quando sono nato. Mi spiego: a me la realtà odierna dà la nausea, in ogni senso, quindi non mi dà alcuno stimolo per creare storie.
        Anche i miei nonni erano contadini, non solo i bisnonni 😉

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        • Ma la nausea è un ottimo punto di partenza per scrivere. Prova a pensare al Giovane Holden – che ho appena finito di leggere, tra l’altro – lui odiava tutto, ogni santa cosa. E di cosa parla al lettore? Di quello che odia, ovvio. Ed è interessantissimo. Certo, non ti riconsoci più nel personaggio, come invece poteva essere per un americano di buona famiglia degli anni ’50, tuttavia è davvero simpatico da leggere. Assolutamente. Comunque, visto che nella tua realtà non trovi stimoli, in che posto o epoca vorresti vivere, potendo scegliere?

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          • Dal momento che odio la mia realtà, almeno quando scrivo vorrei non ritrovarmela fra le scatole 🙂
            Le epoche mi stanno più o meno bene tutte fino alla Seconda Guerra Mondiale. Preferisco il Medioevo e l’800, però.

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  4. Sai già come la penso, amo, scrivo e leggo principalmente letteratura di genere e tendo a considerare i classici un genere a sé, che in quanto tale leggo e amo.
    E poi, cosa c’è di più tratto dal quotidiano di una storia gialla? Entrambi i miei romanzi gialli editi partono da fatti reali su cui mi sono documentata…

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    • Per prima cosa: no, non mi aspettavo niente di diverso. 😀 Poi, la differenza tra un giallo e un mainstream è che la parte interessante del giallo sta nell’intreccio, cioè negli eventi e nella dinamica con cui si svolgono; mentre la parte interessante del mainstream… be’ il fatto che sia mainstream è già abbastanza interessante, no? Di per sé, intendo. XD

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      • Ti contraddico, l’intreccio non è la parte interessante del giallo. È la base di un patto con il lettore o, se vogliamo, è l’angolazione da cui si sceglie di indagare la realtà.
        La buona letteratura di genere indaga sempre la realtà, ma sceglie di farlo da un’angolatura particolare. Nessuna storia di genere sopravvive nel tempo se non parte da interrogativi profondi e non propone una visione del mondo (intendendo questo mondo).
        Quella a cui ti riferisci, forse è la letteratura di consumo, che esiste, vende un sacco ed è solubile al tempo.
        Volendo proprio cavillare, un sacco di classici intoccabili altro non sono che letteratura di genere, concepiti come tale, a partire dai Promessi Sposi, romanzo storico con storia d’amore, il genere più in voga all’epoca.

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        • I Promessi sposi non è sopravvissuto al tempo e non ricopre l’importanza che ha nella letteratura italiana perché di un genere in voga all’epoca, piuttosto perché rappresenta un vero e proprio manifesto della lingua italiana. Un manifesto anche politico, mi dicono. Io però di politica ne capisco poco. La letteratura di genere, in generale non è letteratura di consumo?

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          • No. La letteratura di consumo è spesso letteratura di genere, il contrario non è vero. Bisogna fare attenzione con i sillogismi.
            Il fatto che I Promessi Sposi sia un gran romanzo anche per i motivi che hai specificato non nega affatto l’inconfutabile evidenza che sia un romanzo storico e che sia stato scritto appositamente secondo i canoni del genere.
            Ci sono grandi romanzi che sono romanzi di genere, nati e pensati (anche) come tali, così come ci sono pessimi romanzi di genere.

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  5. I classici sono quelli che ti costringono a leggere a scuola e, se il professore non è uno showman, analizzarli riga per riga senza goderti la trama è una tortura. Alla fine ti escono dagli occhi e ti fanno schifo. Ho impiegato anni a liberarmi da questo pregiudizio e rileggere qualcuno di quei libri con uno sguardo nuovo, apprezzandolo. In ogni caso, non rientrano tra le mie letture preferite.
    Se parliamo di studiare letteratura, non si possono escludere, ma se parliamo del piacere di leggere, ognuno ha i suoi gusti. Se vuoi fare il pianista, ti insegnano Chopin, ma poi sei libero di suonare in un gruppo rock.
    Io amo la narrativa di genere e di ogni genere, tranne il rosa. Al di là delle etichette, comunque, ci sono magnifici autori moderni che non otterranno mai lo stesso riconoscimento dei classici solo perché sono vivi o non sono morti da abbastanza tempo. Non rientreranno nei programmi scolastici, ma per i loro lettori sono assolutamente nobili. 🙂

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    • C’è una confusione di fondo, credo. I classici non sono quei libri che ti fanno leggere a scuola. I classici sono quei libri che meritano d’essere letti in ogni epoca. Come l’Odissea, ad esempio.

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        • Chi ha detto che non lo merita? Comunque non l’ho mai letto, per cui non saprei. La distinzione, tornando al post, non era fra classici e non classici comunque, ma fra generi e narrativa pura.

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          • Dal momento che è classificato come “fantascienza” non sarebbe nobile quanto l’Odissea. Scusate se sono andata fuori tema, sono troppo ignorante per questa discussione 🙂

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            • Forse non è abbastanza “nobile” al di là di come è classificato. Questo non significa che non possa comunque essere un buon libro da leggere. 🙂

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  6. Che bell’articolo Salvatore!
    Ogni volta che incappavo in diatribe sulla narrativa non di genere e classica mi chiedevo sempre cosa volessero dire. Poi l’ho capito, ma non è che abbia compreso la diatriba in sé. La tua riflessione mi porta a credere che la narrativa classica ormai stia morendo. Almeno, è stata ampiamente surclassata dalla narrativa non di genere e così, i ruoli si sono ribaltati.
    Credo però che questa distinzione sia davvero difficilissima da tenere a bada: come fai a dire che “La svastica sul sole” è un libro classico? E’ un libro non di genere, eppure ha la componente del genere classico: e così tutti i distopici, diciamolo, solo che è la componente “fantastica” a raccontare quello che è, che è stato o potrebbe essere. Io sono un’onnivora, anche se in prevalenza leggo romanzi non di genere: purtroppo, ho un debole per le cose inquietanti e che mi tengano con il fiato sospeso!

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    • Come dicevo nel post, non credo che esista una letteratura di classe A e una di classe B. Non credo che i classici debbano essere letti a tutti i costi. Io non sono mai riuscito ad andare oltre pagina 60 di Cent’anni di solitudine, per dirne una. Tuttavia ritengo ci sia una letteratura impegnata, che in genere si realizza nella narrativa non di genere (scusa il gioco di parole), e una letteratura d’intrattenimento. Entrambe hanno pari dignità. Entrambe meritano d’essere lette. Come italiani, abbiamo anche l’obbligo di smetterla di confrontarci con il nostro passato (Dante, Petrarca, Boccaccio, Manzoni…) e iniziare a guardare avanti. Tuttavia, fosse anche solo per la difficoltà di scrivere letteratura impegnata, qualche merito in più bisognerà pur riconoscerglielo, no?

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  7. Quando si affronta questo argomento, in genere cito Lucrezio, che diceva di usare la poesia, per parlare di filosofia, come “miele sul bordo di una coppa che contiene una medicina amara”. Avventure, creature fantastiche, omicidi e indagini… gli elementi insomma che rendono appassionante una trama “di genere” possono tranquillamente coesistere con approfondimento psicologico e temi serissimi. Il difficile, più ancora che scrivere un libro in cui non succede nulla che non siano le turbe mentali dei protagonisti, è scrivere un libro appassionante, divertente, mozzafiato E ANCHE interessante dal punto di vista dei temi affrontati e della caratterizzazione dei personaggi. E questo vale sia per la letteratura di genere sia per quella realistica. Io leggo entrambe, e i libri che preferisco sono, in entrambe, quelli che coniugano piacere e profondità. Indipendentemente dal genere. Senza classifiche di merito.
    Oggi troppo spesso leggo manoscritti di autori convinti che parlare di quotidianità senza inserire uno straccio di avvenimento equivalga a essere Scrittori Seri, ma non è così.

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    • Ciao Aislinn, benvenuta nel mio blog. Hai ragione, ma non è detto che la quotidianità sia priva di avvenimenti o che non possa essere ugualmente avvincente. Dipende, appunto, dallo scrittore.

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  8. Ieri ho scritto due messaggi privati al Gent.mo Preg.mo Sig. Egr. Geom. Rag. Dott. Avv. Cav. Rev. Mons. On. Anfuso. Ecco il primo:

    “Dottor Anfuso, mi scusi se le scrivo qui, ma commentare su wordpress mi è macchinoso. Volevo risponderle in proposito della nobiltà letteraria. Sa, il mio casato è di antica nobiltà (siamo conti restotto, noi), ed è argomento importante per me.
    …vado a punti:
    1- la divisione tra arte alta e popolare è arbitraria, in quanto ontologicamente esiste solo il testo. Socialmente però esistono categorie di lettori, alcuni colti, altri più casual, e vengono soddisfatti da cose diverse. Io, che sono d’antica nobiltà, mi sono sforzato di lèggere cose leggére, mi sono sforzato di leggere Martin, Asimov, King, e simili. Ma non ce la faccio, mi annoio. Perché? Sostanzialmente, l’arte “alta” non si limita a esporre un contenuto, ma ne aumenta la complessità, gioca con lo stile, crea strutture, inserisce metafore e significati nascosti… Questo gioco enigmistico mi è necessario per divertirmi, il contenuto puro lo sento come piatto (o comunque, in autori come Asimov, non ho trovato ciò in quantità soddisfacente). Per far capire, facciamo un esempio musicale: la leggera è tale perché facile da capire, il progressive e la colta in generale sono spesso oscure e richiedono impegno. Ma per alcuni il bello sta in questo impegno. C’è chi si diverte con Vasco, c’è chi si diverte con Stockhausen. E, personalmente, Stockhausen mi fa morire dal ridere ogni volta.
    2- giustamente però esistono zone d’ombra, o terre di mezzo. Battisti fa musica leggera ma i suoi testi secondo me andrebbero bene anche per il progressive, perché sono importanti e complessi, alcuni. La musica d’autore, come Conte, Gaber, De André, spesso è pregna e profonda, richiede riflessione… Ugualmente c’è tanta grande letteratura che sta dappertutto, che è sia nobile sia plebea, sia alta sia pop. Per esempio: il primo Eco, Philip Dick, McCarthy.
    3- la narrativa di genere non esiste: lo ha dimostrato Croce, e lo hanno ribadito un gran numero di critici successivi anche non crociani, come Brioschi. Cos’è un genere? Una ricorrenza di caratteristiche in una serie di libri (che noi decidiamo di rispettare). Ma qualsiasi caratteristica può essere ripetuta, e qualsiasi cosa può diventare un genere. Andando in fondo, arriviamo al punto che ogni libro è un genere: infatti stiamo frammentando i generi in una nuvola di micro-generi insignificanti. Io, ispirandomi a Mozzi, direi piuttosto che esiste letteratura, e letteratura semplificata. Cioè, definisco iom letteratura con tutti i crismi (profonda, significativa, strutturata, che sfrutta tutto ciò che può fare…), e letteratura semplificata (che replica stilemi già collaudati, che cerca di non far sforzare il lettore, dove è tutto limpido e trasparente). Sono entrambe via legittime, a seconda del pubblico di riferimento: anche perché a me il mcdonald è sempre piaciuto di più dell’astice”

    E il secondo, con le spiegazioni:

    “Sul fatto che sia arbitrario dividere letteratura alta e bassa mi riferisco, ovviamente, al fatto che è valida solo all’interno di un contesto in cui le si definisce. È arbitrario dire che Philip Glass è alto e Vasco Rossi è pop. Ciò non toglie che, nel nostro universo attuale, Philip Glass lo ascoltano per lo più pochi appassionati di musica smaliziati, mentre Vasco è per le masse, ed entrambi creano dedicandosi a quei specifici pubblici. Pure, ipoteticamente, potrebbero cambiare gli schemi che formano il nostro giudizio, il modo di guardare l’opera (come è successo quando siamo passati da una fruizione classica – cioè contemplazione formale in relazione a un modello – a una romantica), e questo ribalterebbe le carte in tavola, perché cambierebbe il contesto stesso.
    Stessa cosa del genere. L’errore che faceva Aristotele era il credere che il genere avesse una esistenza ontologica all’interno del testo. Così ovviamente non è: è quello che Brioschi chiama “lettore orientato”, al limite, a farlo esistere, aspettandosi le ricorrenze. A tal proposito, e prendendo in considerazione il romanticissimo scontro tra artista e pubblico, possiamo citare di nuovo Philip Glass: secondo lui, il compito dell’artista è creare nuovi linguaggi. In questo, la differenza tra l’arte pop e l’arte alta può essere intesa così: che la pop replica di continuo cose già viste, di sicuro successo, che il pubblico richiede (la musica lo fa riciclando cellule melodiche già testate, la letteratura replicando gli schemi dei generi, la pittura usando immagini di pubblico dominio e conoscenza), mentre quella alta tenta di rompere il paradigma. Non a caso il nostro canone attuale è formato da quegli autori (Dante, Cervantes, Goethe, Shakespeare Tolstoj, Joyce…) che hanno portato un cambiamento, che hanno rotto il paradigma. (esistono comunque, anche qui, zone d’ombra: Frank Zappa, pur rimanendo per lo più pop, è comunque riuscito a creare un nuovo linguaggio; stessa cosa per Mark Kostabi; stessa cosa per i lavori miglior di Dumas padre)”

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    • Grazie Live per aver postato questi due messaggi, ritengo arricchiscano la discussione per i lettori che si trovano a passare da queste parti. Come ti rispondevo ieri sera: è un vero peccato che non arricchisca il post con il suo intervento (postato su FB) che pare sensato. Tuttavia non condivido un paio di punti. La suddivisione tra arte alta e arte popolare è arbitraria, dici. In un certo senso è vero, ma credo non in quello inteso da te. Mi spiego meglio: è l’autore che decide a chi destinare la propria opera, e questo in base all’obbiettivo che si pone. Citi Mozzi. Se Mozzi volesse, potrebbe scrivere un bel romanzo popolare – e magari vendere anche qualche copia, cosa che normalmente non gli capita –; dunque perché non lo fa? Perché si confronta con una letteratura alta, che da un lato è destinata a essere fruita da pochi (da qui le misere vendite), dall’altro inibisce l’autore a scrivere un romanzo che potrebbe essere fuori dalla sua portata. Dunque è una scelta arbitraria, certo, ma non di chi giudica (cioè di chi legge), ma di chi scrive. L’altro punto su cui non mi trovo d’accordo riguarda il genere. Se da un lato è vero che, andando nello specifico, ogni libro può essere considerato un caso unico, è anche vero che i generi esistono perché corrispondono a delle tecniche narrative ma, soprattutto, a delle aspettative (da parte dei lettori). Noto il caso – raccontato proprio dal Mozzi – di una scrittrice italiana di romanzi rosa che, all’ennesimo libro, decide di cambiare le carte in tavola e di mettere in scena un’eroina non più giovane (quarantenne, per l’esattezza). Fu contestata dai fan che si aspettavano la solita solfa sul primo grande amore, con tanto di lieto fine ovviamente. Questo è un genere! … e prova a cambiarne le regole: come minimo ti linciano. Per il resto concordo, e ribadisco l’inadeguatezza del mezzo da lei scelto. In fondo si rende pubblico un articolo per arricchire tutti quelli che lo leggono e i commenti in questo sono un’ulteriore risorsa a loro disposizione. Quindi, da bravo, faccia copia/incolla.

      Giuste e condivisibili le osservazioni sul paradigma.

      P.S. grazie per aver copincollato… XD

      Note: le riflessioni su Mozzi sono di carattere personale e non riflettono le idee o intenzioni del suddetto citato.

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