Grammatica

… storia di una lingua

Ho pensato che per essere dei buoni scrittori sia necessario conoscere almeno un po’ la propria lingua. Personalmente credo di saperlo utilizzare bene l’italiano, ma con il passare del tempo tante cose vengono dimenticate, mentre altre si danno sempre più per scontate. Ecco l’ideona dunque, che coinvolge naturalmente anche voi, cari follower, perché a voi io penso costantemente, soprattutto quando ripasso la grammatica: aprire un angoletto qui, in questo blog, che ci aiuti a ripassare in modo semplice e poco faticoso le regole costituzionali della nostra lingua. Soprattutto di quella scritta. E sì, perché quando si parla di lingua orale e di lingua scritta, in realtà, si sta parlando di due codici differenti.

Tranquilli, non sarà faticoso, né noioso. Anzi, vi svelo un segreto: quando studio la grammatica io gongolo. Non c’è nulla di più interessante! Non scherzo affatto… E poi, per voi che volete diventare scrittori, la grammatica è lo strumento attraverso il quale realizzare il vostro sogno, giusto? Quindi più è affinata, più possibilità avete di riuscirci. Per questo primo ripasso, parto dalle basi della nostra lingua: il passaggio dall’uso orale a quello scritto. Si scoprono un sacco di cose interessanti attraverso lo studio della grammatica… vediamole.

Fonemi

Il linguaggio umano si fonda sulla produzione e sulla ricezione di suoni articolati (foni). Diversamente dal pigiare un clacson (rumore), o dal pizzicare una corda (suono), il fono emesso da una bocca è un suono che trasmette una parte di messaggio. Alternandosi liberamente in un medesimo contesto fonico, i foni possono distinguere diversi significati. In questo caso si chiamano fonemi. Ad esempio, sostituendo il fonema p nella parola pino con altri suoni individuiamo altri significati: fino, vino, lino, eccetera.

Quando una coppia di parole cambia un singolo fonema (pino/vino) si parla di coppia minima o unidivergente; quando a divergere sono due fonemi allora si parla di coppia subminima, come nel caso di velo/zelo, dove a cambiare non è solo il fonema v/z, ma anche la e tonica.

È utile, inoltre, distinguere tra coppie ad alto o basso rendimento, a seconda della quantità di parole ottenibili. Ad esempio, con l’opposizione di ts/dz (i fonemi, non le lettere) il rendimento è molto basso, mentre con l’opposizione di t/d è facile trovare molte coppie.

Ciascuno di noi pronuncia un fono in modo diverso da ogni altro parlante (a seconda delle caratteristiche fisiche: stato dei denti, forma del palato, ecc.) e anche in modo diverso a seconda delle proprie caratteristiche, in un dato giorno, fisico-psichiche – oltre che dall’intonazione, dal ritmo, dalle pause, ecc. – tanto che ne possiamo arguire, del nostro interlocutore, lo stato umorale o fisico: assonnato, irritato, depresso, triste, eccetera. Eppure i fonemi riusciamo quasi sempre a identificarli comunque, giusto? Questo perché il fonema è una realizzazione media rispetto all’infinita varietà di suoni realizzabili.

I margini di oscillazione entro cui mantenersi per realizzare uno specifico fonema (e non un altro) sono modesti. Oltre alle varianti accidentali (errori di pronuncia) e quelle regionali, esistono anche le varianti libere, ossia realizzazioni fonetiche tendenzialmente stabili. Una tipica variante libera è in italiano la r uvurale (erre moscia). Queste varianti possono avere una certa connotazione. Ad esempio, la r uvurale è tradizionalmente considerata tipica dell’alta borghesia e dell’aristocrazia e può essere avvertita come segno di un’affettazione snobistica.

Le varianti combinatorie (tutte le altre) sono condizionate dal contesto fonetico e si sottraggono alla scelta del parlante. Ad esempio, le parole tengo e tendo costituiscono una coppia unidivergente (g/d), però anche n si realizza in modo distinto a seconda che segua una consonante velare o dentale. Tuttavia, da sola non è in grado di individuare due significati distinti. Quindi ne consegue che in italiano esiste effettivamente una n nasale velare, ma si tratta di un allofono (cioè di una variazione fonetica).

Perché farsi tante pippe sui fonemi?, vi starete chiedendo. Per due motivi (ma anche più di due), sostanzialmente: perché questa è la base della lingua che utilizzate per esprimervi e conoscerne i mattoncini che la compongono non può che esservi utile (pensate ad esempio ai dialoghi, per renderli più naturali possibili, o alle varietà dialettali o, ancora, agli italiani regionali); perché attraverso il loro studio approfondite la conoscenza della vostra lingua e potreste riuscire a capire meglio determinate scelte grammaticali (come le allitterazioni, le elisioni, gli accenti, ecc.). Inoltre, conoscere i mattoncini della lingua parlata, che poi trasformeremo in mattoncini della lingua scritta (grafemi), aiuta a raggiungere una maggiore confidenza con la lingua stessa. Ad esempio, provate a fare questo piccolo esercizio:

ba/be/bi/bo/bu

Bella ballerina a Bologna biascica bonbon burrosi.

Grafemi

Rispetto al codice primario (linguaggio orale), la scrittura rappresenta un codice di secondo grado. Rientrano nella scrittura anche i pittogrammi (scrittura egiziana antica) e gli ideogrammi (scrittura cinese attuale). Una puntuale corrispondenza tra parlato e scritto si ha con le scritture sillabiche (mesopotamica antica) e le scritture alfabetiche (dai fenici, che furono i primi e che limitavano i foni alle sole consonanti come nell’arabo odierno, ai greci che lo riadattarono inserendo segni specifici – grafemi – anche per le vocali, fino ai latini con la mediazione degli etruschi). Pensate, dunque, quanto è antica la lingua scritta, cioè lo strumento che usate per scrivere e raccontare storie. L’alfabeto latino è, ad oggi, quello più diffuso al mondo, sia come numero d’utenti, sia come forza d’espansione. E dire che il latino è una lingua morta…

Le scritture alfabetiche naturali non rappresentano mai fedelmente i fonemi della lingua corrispondente. Questa sfasatura è accentuata dall’evoluzione della lingua parlata, di norma molto più veloce del corrispettivo adeguamento della scrittura. Alcune lingue, come lo spagnolo, il polacco, l’ungherese, il finnico, il turco e il nostro stesso italiano, hanno una buona corrispondenza fra grafia e pronuncia. Altre, come l’inglese e il francese, hanno una divergenza molto forte.

Nell’uso scientifico si utilizzano alfabeti specifici, detti fonetici, per ottenere una piena corrispondenza tra fonemi e grafemi. Gran parte di quei segni vengono tratti dall’alfabeto latino.

Ortografia

Passando dalla descrizione scientifica a quella normativa si entra nel settore dell’ortografia: che è l’insieme delle regole, in una data epoca e lingua, per l’uso corretto dei grafemi e dei segni paragrafemici (punteggiatura, accenti, apostrofi, maiuscole, eccetera).

L’ortografia, tra i settori della lingua scritta, è quello più soggetto a censura sociale. Gran parte dei refusi prodotti, infatti, non rientrano nella sfera della grammatica, ma in quella dell’ortografia.

Nel caso dell’italiano: “[…] l’ortografia contemporanea è piuttosto diversa da quella ottocentesca e non ci si può ovviamente richiamare a quella per contestare eventuali forme adoperate oggi”. (*nota a fondo pagina)

Foscolo, dice il Serianni, impiegava diriggere e stassera; Carducci: più tosto, pur tutta via, in vece – scritti proprio così. Oggi queste scritture non sono più giustificate.

Vi vedo già con gli occhi di fuori, quindi mi fermo qui per ora. Peccato, però, perché io non mi sono annoiato per nulla.

Riassumendo

I foni sono i suoni che emettete parlando; i fonemi, la parte intercambiabile di questi suoni che a seconda della loro alternanza assumono significati diversi in forma di parole; i grafemi sono la loro rappresentazione grafica su carta (ma anche su smartphone); l’ortografia, le regole codificate che sottendono alla loro rappresentazione grafica. Tutte queste parole (ben 1200) per dire solo questo? Sì, esatto. Questa è la grammatica… semplice, no?

Grammatica = un tanto al grammo…

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Note

* Luca Serianni, Grammatica italiana, UTET – 2006

27 Comments on “Fondamenti di grammatica…

  1. Di aprire un angoletto non me la sento. Ho scritto diversi post sulla grammatica e quindi sarei ripetitivo.
    Sono d’accordo che non possiamo prendere a esempio la lingua di un tempo. Per esempio si scriveva “non ostante”, mentre ora è una parola unica.
    Di certo però la preferisco a quella odierna, che stanno stuprando con tutti quei termini inutili in inglese.

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    • La lingua moderna è un po’ più sciatta di quella ottocentesca, ma alla fine per noi che viviamo in questo tempo suona meglio alle nostre orecchie. Non tornerei indietro. Tuttavia leggere Boccaccio, ad esempio, non è così complicato come per gli Inglesi leggere Shakespeare, presumo.

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  2. Pensa che io mi sto documentando per un post che vuole evidenziare le differenze di significato fra parole considerate simili o sinonime (somigliare e assomigliare, per esempio) quindi collaboro volentieri con te. Anzi, ne approfitto per chiedere a te e agli altri di segnalarmi qualche vocabolo su cui fare una ricerchina. Quando ne avrò abbastanza, scriverò il post 🙂

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    • Non credo di aver capito: due parole diverse, foneticamente, ma con significati affini o uguali sono dette sinonimi; due parole che suonano foneticamente uguali o simili, ma che hanno significati diversi, sono invece dette omofoni. Un esempio di omofonia è la parola: miglio. Il tuo post su cosa verge?

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    • Ti posso segnalare le parole “simpatia” e “condoglianza”, l’una di derivazione greca e l’altra latina, ma entrambe con stesso significato, anche se noi le usiamo in modo diverso. In inglese, però, “sympathy” significa “condoglianze”. Non sono sicuro però che tu intenda questo 🙂

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      • L’esempio che ho proposto, “somigliare” e “assomigliare” sono due parole foneticamente distinte, ma che vengono utilizzate comunemente con lo stesso significato. In realtà “assomigliare” ha più un valore fisico e materiale (es. “assomiglia al padre”) mentre “somigliare” assume un valore più ideale, intangibile. Ecco: vorrei proporre un esempio del genere.
        Però vorrei anche parlare di quelle parole diverse sia foneticamente sia semanticamente, che però vengono utilizzate indistintamente come se fossero sinonimi, ad esempio “spedire” e “inviare”: il primo si può utilizzare solo con oggetti fisici, non va bene riferito a un’email o un messaggio sul telefonino…

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        • Quindi sinonimi veri e propri? Ok… è un post tecnicamente difficile quello che hai in mente di realizzare. Ad esempio:

          Somigliare – 1. tr. a. non com. Ricordare, per caratteristiche simili (fisiche, morali, caratteriali, ecc.), un’altra persona o un’altra cosa: quel ragazzo somiglia tutto suo padre.

          Assomigliare – 1. tr., letter. a. Ritenere o dichiarare una persona o una cosa simile a un’altra; paragonare: era così bella che tutti l’assomigliavano a un angelo.

          Queste definizioni le ho prese dal dizionario Treccani on line. Giochi sul filo di lana insomma.

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          • Esatto: somigliare significa sostanzialmente richiamare alla memoria, mentre assomigliare ha più un valore fisico. Queste parole sono considerate sinonime, ma non lo sono.
            Al momento non ho abbastanza parole, quindi il post sarà affrontato in data da destinarsi.

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  3. Oggi è il mio primo giorno di “disoccupavacanza”, ieri è finito il mio contratto annuale da prof e che mi trovo… Il Serianni, croce e delizia (più croce a dir la verità, ma per colpa del prof, non sua) di uno degli esami del corso abilitante. Nooooo! Adesso avrò il terrore di tornare sul tuo blog e di ritrovarmelo!

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  4. Prof. Anfuso, non si potrebbe rimandare a settembre? Lei, con questo caldo bestiale ci vorrebbe far studiare la grammatica?!
    Ok, una ripassata ci farebbe bene, ma non credo di farcela ora: sono troppo cotta tra caldo e il romanzo… Mi unisco a Tenar per chiedere una tregua.

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  5. L’italiano è una lingua ricca e complessa, con più eccezioni che regole, con tanti vocaboli che è un piacere averne a disposizione uno perfetto per ogni occasione e poterci perfino giocare quando si scrive. È vero che col tempo, dando per scontate tante cose, dimentichiamo le finezze e qualche volta ci assale il dubbio che la regola sia un po’ diversa da come la ricordiamo. Il ripasso è sempre utile, scrivi pure e io ti leggo 🙂
    Se posso fare una richiesta, mi interessa l’uso di maiuscole e minuscole, è l’argomento su cui faccio più ricerche. “L’astronave lascia la Terra” maiuscolo perché intendo il pianeta? E se “guardo la luna” minuscolo, ma se “vado sulla Luna” maiuscolo? Attraverso l’Oceano Atlantico o l’oceano Atlantico? E per la Seconda Guerra Mondiale tutte maiuscole?

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    • Grazie Simona, cercherò di accontentarti. Però preferisco procedere per gradi. La cosa più importante in assoluto è capire che la lingua è un suono. Noi lo articoliamo cercando di trarne dei significati codificati così da poterci capire. Quando lo scriviamo, facciamo la stessa cosa. Però rimane un suono.

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  6. Pingback: Buon compleanno, salvatoreanfuso.com | Salvatore Anfuso – il blog

  7. Ops, il commeto avrebbe dovuto essere questo: “Questa sfasatura è accentuata dall’evoluzione della lingua parlata, di norma molto più veloce del corrispettivo adeguamento della scrittura.”

    Molto interessante, mi hai tolto un dubbio che portavo con me dalle scuole medie! 🙂

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  8. Pingback: Dai polmoni ai grafemi | Salvatore Anfuso – il blog

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