Alcuni pronomi atoni hanno il vizietto di combinarsi tra loro formando così delle locuzioni, cioè delle catene di parole. Vediamoli.
Alcuni pronomi atoni hanno il vizietto di combinarsi tra loro formando così delle locuzioni, cioè delle catene di parole. Vediamoli.
I puristi dell’Ottocento consideravano errato l’uso di lo con verbi quali essere, parere, sembrare, divenire – «è avaro, anche se non lo sembra» – consigliandone l’omissione («è avaro, anche se non sembra»). Per la loro sensibilità, ci ricorda il Serianni, il costrutto peccava di francesismo (sbaglio o in linguistica si dà sempre del francesismo sconsiderato a tutte le locuzioni che ci suonano scorrette? – N.d.R.), «giacché lo andrebbe usato solo in funzione di complemento oggetto». Ma si obbiettò che «il tipo “lo è” è molto antico e soprattutto trova riscontro con altri pronomi personali».
Alcune grammatiche sconsigliano l’uso di gli e le in riferimento a cose inanimate. Noi siamo dell’opinione che il loro utilizzo nell’uso parlato sia opportunamente diffuso: «Questo orologio non funziona più: che gli hai fatto?». Nell’uso scritto, benché l’utilizzo di gli o le non sia esplicitamente un errore, l’unica alternativa non è il ricorso al pronome esso ma a un diverso giro di frase.
Adoperato come complemento, si preferisce usare loro riferito a persona, ma si usano anche essi e esse con un’ampia libertà di scelta: «l’amore diverso che ognun d’essi portava a Lucia», «e uno di loro» [entrambi nei Promessi sposi].
Nell’uso toscano è caratteristico il vernacolare noi si fa al posto di noi facciamo, in cui il pronome si accompagna non al verbo che s’intende utilizzare ma a un corrispondente costrutto impersonale. Il Serianni ci ricorda esempi di autori non toscani che ricorrono a questa costruzione: «noi il denaro lo si troverà in qualche modo» [Moravia, Gli indifferenti], «e quelli di Roma, si sa, non vogliono che noi si viva da cristiani» [Levi, Cristo si è fermato a Eboli], e poi il mio preferito: «noi si rideva» [Gesualdo Bufalino, Diceria dell’untore].
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