Alla struttura di base: soggetto + predicato, come abbiamo visto nei precedenti mini-ripassi, possono aggiungersi numerosi elementi di articolazione sintattica e di determinazione semantica: il complemento oggetto, il complemento predicativo, l’attributo, l’apposizione. Oltre a queste unità, esiste una categoria vasta di elementi dai contorni meno definiti: quella dei complementi indiretti.


La volta scorsa abbiamo parlato del complemento oggetto e del complemento predicativo, sia del soggetto, sia dell’oggetto. Il nostro excursus non è terminato. Oggi parliamo di altre due unità sintattiche aggiuntive, quella dell’attributo e dell’apposizione, che al pari dei complementi concorrono a determinare valori o rapporti all’interno della frase.


La volta precedente abbiamo parlato del predicato, sia nella variante verbale, sia in quella nominale. Oggi affondiamo la nostra curiosità nei meandri di tutti quei -logismi che servono a completare una frase: i complementi.


Dal latino: “praedicātum”, ciò che è affermato, il predicato è il nucleo vero e proprio della frase e la sua definizione tradizionale è: ciò che si afferma a proposito del soggetto. Senza predicato verbale, come dicevamo, tranne nel caso limite delle frasi nominali in cui la funzione di predicato è parzialmente sostituita da altre categorie grammaticali, o nei monoremi (v. tipi di frase, ndr), non può esserci comunicazione.


Il soggetto è l’elemento della frase a cui si riferisce il predicato verbale. Può indicare chi o che cosa compie l’azione, se il verbo è attivo, espressa dal predicato; chi o che cosa subisce l’azione, se il verbo è passivo o riflessivo, espressa dal predicato; a chi o a che cosa, nelle frasi con predicato nominale, è attribuita una qualità o stato.