Ci sono persone che trascorrono un’intera esistenza alla ricerca di un proprio posto nel mondo. Ulpia, a tredici anni, neppure lei sa quale sia il suo. Non conosce il padre, ignora chi sia sua madre ed è cresciuta in un lupanare nella Roma imperiale del III sec. d.C. Non possiede un nome gentilizio né un indizio che le permetta di rivendicarne uno. Eppure, a distanza di quasi duemila anni, questa ragazzina ha finalmente una casa tutta sua: ulpiaromanzo.it. Certo, non è esattamente il genere di sistemazione che avrebbe potuto immaginare, ma come si dice: a caval donato.

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In questo mondo di matti pare vincano le ossessioni. Esistono persone che collezionano francobolli, monete antiche, trenini elettrici, bottiglie di whisky o chitarre vintage. Io colleziono parole. Non tutte, naturalmente. Solo quelle che, per qualche motivo, mi fanno fermare durante la lettura. Quelle che, una volta incontrate, si rifiutano di uscire dalla testa. Le cerco, le annoto, le dimentico, le ritrovo anni dopo. Non so nemmeno quando abbia cominciato, anche se a occhio e croce saranno comunque più di vent’anni. A un certo punto, tuttavia, mi sono accorto di possedere un quadernetto zeppo di vocaboli. Nessun ordine alfabetico, nessun criterio apparente se non quello diacronico. C’erano parole che non avevo mai usato, altre che probabilmente non avrei usato mai: eppure erano lì. Come se aspettassero pazientemente il momento giusto per presentarsi.

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Ogni scrittore sogna di avere più lettori. Io compreso. Mi piacerebbe che Ulpia vendesse centomila copie, magari un milione già che ci siamo. Mi piacerebbe vedere il mio romanzo dietro le vetrine delle librerie, sui comodini della gente e, perché no, persino in cima alle classifiche. Non appartengo a quella curiosa categoria di autori che fingono di disprezzare il successo mentre controllano le vendite con la stessa frequenza con cui un cardiopatico si misura la pressione. Eppure, ogni volta che qualcuno mi chiede quale sia il mio lettore ideale, mi accorgo che la domanda mi mette a disagio. Disagio… Perché mai? Ce l’ho un lettore ideale, io? Mi sono sforzato di immaginare chi potesse essere costui/costei mentre progettavo il romanzo? Ho pensato a lui o lei mentre lo scrivevo? No? Sì? E se non ho pensato a lui/lei, come farà a trovarmi? Ecco l’entità del problema che affligge l’editoria oggi…

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Ecco una classifica in prosa dei metodi di suicidio più diffusi nel mondo della scrittura.


Non è un addio, naturalmente. I contenuti del blog resteranno on-line a disposizione di quanti, passando di qui, li riterranno ancora utili al proprio cammino. Nei prossimi giorni e settimane, inoltre, appariranno degli articoli che avevo già programmato prima delle vacanze; fin quando non si estingueranno da soli. Non escludo, peraltro, di tornare a scrivere qualcosa, di tanto in tanto, se ne avrò il tempo e qualcosa di intelligente da dire. Pensandoci, se tutti si sforzassero di scrivere solo avendo delle cose davvero intelligenti da comunicare, forse in Italia ci sarebbero molti meno “scrittori” e molti più lettori. Ma tant’è…