Ricostruzione immaginaria della Roma antica mai esistita tra mappe, progetti architettonici e monumenti romani

La Roma che non è mai esistita

Illustrazione realizzata con l'IA

Il lavoro di costruzione dell’universo ucronico

Per costruire la mia Roma del III secolo d.C. ho dovuto prima ricostruire quella vera.
Averlo fatto nel modo più preciso e affidabile possibile, però, non è stato un vezzo da topografo in crisi d’astinenza e neppure una forma di perfezionismo patologico. Si è trattato di una necessità narrativa. Ulpia nasce da una premessa piuttosto impegnativa: nel tentativo di correggere il corso della storia e prevenire una guerra futura capace di sterminare l’intera umanità, un uomo del futuro torna indietro nel tempo per convincere Giulio Cesare a non attraversare il Rubicone. Tre secoli dopo ci imbattiamo nelle conseguenze di ciò che è accaduto quella notte. Più ci pensavo, più mi appariva chiara una cosa: dovevo controbilanciare l’espediente fantastico – che in genere nei romanzi non amo – facendo ricorso a una sorta di iperrealismo applicato alla ricostruzione della città di Roma. Se volevo che il lettore accettasse l’esistenza di un viaggiatore del tempo, tutto il resto doveva apparirgli autentico. Non semplicemente verosimile o plausibile. Autentico.

I monumenti, contrariamente a quanto si potrebbe immaginare, non mi hanno dato particolari problemi. Sappiamo abbastanza bene dove si trovassero il Colosseo, il Pantheon, il Circo Massimo, i Fori Imperiali e gran parte degli edifici pubblici. Poiché la parte “ucronica” fine a se stessa non mi interessava più di tanto, né aggiunge nulla alla trama, mi sono limitato a cambiare solo alcuni nomi senza spostare o modificare sostanzialmente nulla. I problemi, invece, sono cominciati quando i personaggi hanno iniziato a camminare. Volevo che ogni personaggio, uscendo di casa per recarsi in un tempio o una taberna, imboccasse vie dotate di un nome e di un percorso precisi. Una città non è fatta solo di monumenti. E ricostruire le strade di Roma si è rivelato infinitamente più difficile. Nel corso di oltre mille anni, Roma ha cambiato pelle innumerevoli volte. Strade che cambiano nome. Vie che cambiano percorso. Templi che vengono sbancati e spostati per fare posto ad altri edifici. Interi quartieri demoliti. Quando i romani decisero di costruire il Foro di Nerva, ad esempio, il penultimo a venire edificato, dovettero intervenire pesantemente sul tessuto urbano preesistente: ovvero il tratto iniziale dell’Argileto, la via che attraversava la Suburra.

Superato il foro di Nerva, chiamato dai romani “transitorio” proprio perché collegava i fori imperiali alla Suburra, l’Argileto proseguiva addentrandosi in uno dei quartieri più popolosi di Roma. Il tratto iniziale presentava una strada curata, nota soprattutto per le tranquille botteghe di librai e quelle più agitate degli argentieri (i prestasoldi). Più avanti si biforcava nel vicus Patricius (vico Patrizio), che saliva verso il Viminale; e nel clivus Suburanus (clivio Suburano), che si inerpicava sul colle Oppio fino a raggiungere la porta Esquilina sulle mura serviane. All’incrocio di queste tre vie sorgeva l’antichissimo tempio di Giano. Secondo la tradizione, le sue porte rimanevano aperte in tempo di guerra e venivano chiuse nei rari periodi di pace. Per i romani non era un semplice edificio religioso: era una sorta di termometro politico dell’Impero. Quando Domiziano avviò la costruzione del Foro Transitorio – poi inaugurato da Nerva – il santuario si trovò esattamente sul tracciato della nuova piazza monumentale. Per far posto al foro venne demolito e ricostruito più avanti nella forma di un tetrapilo: un dado con quattro entrate. Al suo interno spiccava la gigantesca statua bronzea di Giano bifronte, composta da due volti che guardano in direzioni opposte.

Per ricostruire una città attraversata da simili stratificazioni temporali ho dovuto quindi consultare interi manuali di architettura seicenteschi e ottocenteschi. La cosa può sembrare curiosa, ma molti di quei volumi venivano compilati come se fossero degli enormi cataloghi. Elencano edifici, templi, archi, colonne e rovine, ma soprattutto spiegano dove si trovassero, come fossero chiamati e quali trasformazioni avessero subito nel corso del tempo. A furia di incrociare fonti, confrontare mappe e verificare percorsi, sono riuscito a ricostruire una buona porzione di città. Non tutta, però. Di molte delle strade urbane di Roma non conosciamo nemmeno il nome. Ed è proprio durante questa ricerca che mi sono imbattuto nella Colonna Lattaria: una colonna celebrativa così arcaica che già gli stessi concittadini di Cesare avevano dimenticato cosa celebrasse. Ho dovuto fare autentici salti mortali, ma alla fine non solo sono riuscito a localizzarla. Ne ho persino trovato una miniatura che la raffigura.

La Colonna Lattaria si trovava nel Foro Olitorio, il mercato della frutta e della verdura. Era costituita da una base in muratura da cui poi si innalzava questa colonna in marmo. Benché non fosse il suo vero nome, che non conosciamo, veniva chiamata “lattaria” perché era diventata il punto di riferimento per tutte quelle donne che non avevano latte da dare ai loro bambini e quelle, soprattutto popolane o plebee, che avendone in abbondanza ne approfittavano per racimolare qualche asso al mercato. Sesto Pompeo Festo la ricordava come il luogo presso il quale venivano condotti i bambini affinché fossero nutriti con il latte. Il Foro Olitorio era collocato tra il Foro Boario, le pendici del Campidoglio e il Teatro di Marcello. Più che una piazza, doveva apparire come uno slargo attraversato dal traffico diretto verso il Campo Marzio. Dal lato del fiume sorgevano i tre tempietti repubblicani dedicati a Giano, Giunone e Spes, addossati l’uno all’altro e appoggiati contro l’incombente Teatro Marcello. Al centro di tutto questo spiccava la colonna lattaria, attorno alla quale si dipanavano le bancarelle dei venditori di frutta e verdura. Acquistare una tetta poteva costare circa uno o due assi, e pare che anche Cesare fu svezzato così.

È proprio qui che la ricostruzione smette di essere un inventario di pietre. I grandi monumenti raccontano il potere, la propaganda e la ricchezza di Roma. Una colonna quasi dimenticata racconta una madre senza latte, una balia disposta a venderne una parte, un neonato esposto e la possibilità che qualcuno, passando tra le bancarelle, decida di adottarlo. Per ricostruire la Roma che non è mai esistita avevo bisogno della città reale, ma non soltanto della Roma dei Cesari, dei templi e dei trionfi, ma di quella in cui i cittadini comuni si affollavano attorno a una colonna nel mercato della verdura. L’obiettivo, dunque, non era costruire una Roma fantastica, con monumenti bizzarri o fuori epoca, ma una Roma così reale da riuscire a sostenere una storia impossibile. Perché quando un uomo del futuro entra nella tenda di Cesare e gli propone di cambiare il destino del mondo, la vera sfida non è convincere il lettore che l’esistenza del viaggiatore del tempo sia giustificata, ma renderlo così credibile da spingerlo a continuare la lettura.

E voi, siete mai stati a Roma di persona?

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Fonti bibliografiche: Tito Livio, Diodoro Siculo, Strabone, Marco Terenzio Varrone, Marco Tullio Cicerone, Gaio Giulio Cesare, Quinto Orazio Flacco, Petronio Arbitro, Lucio Apuleio, Publio Terenzio Afro, Marco Gavio Apicio, Publio Cornelio Tacito, Cassio Dione, Dionisio di Alicarnasso, Agostino d’Ippona, Theodor Mommsen, Filippo De’ Rossi, Will Durant, Hermann Schreiber, Jérôme Carcopino, Luigi Canina, John Scheid, Andrea Frediani, Alberto Angela, Antonio Nibby, Eva Cantarella, Edward Luttwak, Alberto Pincherle, Colleen McCullough, Gore Vidal.

3 Comments on “La Roma che non è mai esistita”

  1. Hai fatto un grande lavoro. La precisione dei dettagli è la caratteristica fondamentale per rendere credibile un mondo. E da questo gran lavoro topografico potresti anche scriverci un manuale. Soprattutto in lingua inglese funzionerebbe proprio per gli scrittori o gli appassionati di storia romana. Insomma, se il manuale lo scrivi, compro pure quello. XD

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    • Grazie. È stato un lavoraccio. La parte più difficile è stata incrociare le varie fonti, che non sono mai prodighe di dettagli, e verificare quali informazioni fossero attendibili e quali no.

      Per farlo mi sono dato una regola: se almeno due manuali mi davano la stessa informazione, allora la ritenevo attendibile. Naturalmente è un lavoro che lascia dei vuoti e delle incertezze, ma con Roma antica, a duemila anni di distanza, meglio di così non si può fare.

      Per quanto riguarda il manuale, chissà… :P

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  2. Ho un’ammirazione reverenziale per chi scrive romanzi storici. Faccio fatica anche solo a immaginare la mole di documenti da consultare per fare un buon lavoro – proprio come il tuo, comincio a pensare.

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