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Fondamenti di grammatica per aspiranti scrittori

Alla struttura di base: soggetto + predicato, come abbiamo visto nei precedenti mini-ripassi, possono aggiungersi numerosi elementi di articolazione sintattica e di determinazione semantica: il complemento oggetto, il complemento predicativo, l’attributo, l’apposizione. Oltre a queste unità, esiste una categoria vasta di elementi dai contorni meno definiti: quella dei complementi indiretti.

I complementi indiretti (o obliqui)

«[…] sono complementi che, nella grande maggioranza dei casi, si costruiscono con una reggenza preposizionale. Essi permettono di determinare il significato della frase secondo i parametri del tempo (“tornerò tra pochi giorni”), dello spazio (“mi trovo a Udine”), del modo di svolgimento dell’azione (“hai recitato con grande espressività”), e via dicendo».

Luca Serianni, Grammatica italiana

Cioè vengono introdotti da una preposizione. Tuttavia ci sono dei complementi indiretti che possono non essere retti da preposizione, ad esempio certi usi del complemento di tempo: «tre o quattro colonne dell’Ariosto ti furono spedite martedì» [Carducci]; o nei complementi avverbiali: «hai agito avventatamente».

La nozione di “indiretto”, dice infatti il Serianni, non va riferita all’introduzione del complemento tramite preposizione, non solo almeno, ma soprattutto al fatto che l’azione espressa dal predicato non “ricade direttamente” sul complemento (diversamente da quanto avviene con il complemento oggetto).

Complemento diretto

Complemento indiretto
«Gino ha insultato Mario»

«Gino ha lavorato tutto il giorno»

Nella prima frase, l’azione ricade su Mario, cioè sul complemento oggetto; nella seconda, il complemento serve a situare l’azione in un parametro temporale.

Limiti operativi

«Tra le partizioni tradizionali dell’analisi logica quella dei complementi in genere, ed in particolare dei complementi indiretti, è la categoria di cui gli studiosi avvertono oggi più nettamente l’insufficienza di fondamenti ed i limiti operativi».

Luca Serianni, Grammatica italiana

Questo è dovuto al fatto che i criteri semantici che consentono di distinguere i complementi l’uno dall’altro non sono sempre chiari: l’attribuzione di un sintagma preposizionale, ad esempio, è talvolta opinabile, e l’individuazione di differenze semantiche sempre più sottili può portare all’eccessiva proliferazione di complementi. Insomma, per dirlo in termini semplici, da un lato gli stessi studiosi, quando definiscono un complemento, non sono affatto sicuri dell’attribuzione che a volte, infatti, percepiscono come arbitraria; dall’altro si rischia la miopia a forza di guardare con la lente d’ingrandimento le minuscole pieghe di una lingua. Dicendo questo, il Serianni dimostra di essere un linguista eccezionale; uno che non fa della norma una priorità ma che, anzi, ammette che talvolta si esagera un po’…

«Ancor più difficile, se non impossibile, risulterebbe stabilire dei criteri formali per distinguere ciascun complemento. Così, un sintagma preposizionale come da Gino non esprime, in sé, un particolare significato; solo il contesto della frase (in particolare il predicato) ci dirà se abbiamo un complemento d’agente (“Mario è stato insultato da Gino”), di moto a luogo (“vado da Gino stasera”), stato in luogo (“dormirò da Gino stasera”), ecc.».

Luca Serianni, Grammatica italiana

Tuttavia il quadro tradizionale mantiene una sua validità, in quanto si fonda su nozioni ampiamente riconosciute e codificate.

I complementi più importanti

Quali sono quindi i complementi principali, e con quali preposizioni si costruiscono? Vediamone alcuni:

Nelle frasi con predicato espresso da un verbo passivo, il complemento d’agente indica il soggetto logico dell’azione: «il mio progetto è stato apprezzato da tutti». Quando il soggetto logico è rappresentato da un’entità non animata, si parla di complemento di causa efficiente: «l’albero è stato abbattuto dal vento». La preposizione impiegata è sempre da.

L’entità animata o inanimata su cui “termina” l’azione viene indicata dal complemento di termine: «ho affidato mio figlio a un bravo insegnante». La preposizione impiegata è sempre a. Affine al complemento di termine è il dativo etico. Esso esprime solo in senso figurato la persona su cui termina l’azione ed è costituito in genere da un pronome atono: «che mi combini?».

Il complemento di specificazione fornisce una determinazione aggiuntiva al nome da cui dipende. Esprime rapporti di vario tipo: di proprietà «i terreni del comune»; di parentela «il fratello di Lucia»; di specificazione vera e propria «il Presidente della Repubblica». La preposizione impiegata è sempre di.

Spazio e tempo sono rispettivamente oggetto dei complementi di luogo e dei complementi di tempo. Le principali preposizioni impiegate sono:

  • per lo stato in luogo: a, da, in, tra/fra, sopra, sotto, dentro, fuori.
  • per il moto a luogo: a, da, in, verso.
  • per il moto da luogo: da (il cui uso è prevalente) e di.
  • per il moto per luogo: da, per, tra/fra.
  • per il tempo continuato: da, in, su, per, durante; ma è possibile anche un sintagma non retto da preposizione: «ho dormito solo due ore».
  • per il tempo determinato: di, a, in, per.

L’entità per mezzo della quale avviene un’azione si indica con il complemento di mezzo: «ti ho mandato il manoscritto per posta». Le preposizioni più comunemente impiegate sono: di, a, in, con, per, mediante.

La causa di un’azione è indicata dal complemento di causa: «soffro d’asma». Le preposizioni impiegate sono: di, da, per.

Il complemento di modo (o di maniera) esprime le modalità di svolgimento di un’azione: «scriverò il resto del romanzo con cura». Le preposizioni più usate sono: di, a, in, con, su, ecc.

Le persone insieme alle quali si svolge un’azione si indicano con il complemento di compagnia: «sono andato al cinema con i miei amici». Quando la relazione riguarda un essere inanimato si ha un complemento di unione: «il gelato mi piace con la panna e l’amarena». Le principali preposizioni impiegate sono: con e insieme.

L’argomento di un atto comunicativo può essere esplicitato con un complemento d’argomento: «Sto parlando di guerra, per Dio!». Si impiegano le preposizioni di e su e numerose locuzioni preposizionali come intorno a, a proposito di, ecc.

Le misure si quantificano con il complemento di quantità: «una damigiana da venti libri di buon vino, per favore: ho sete!». Si impiegano le preposizioni di e per, ma a volte le misure o quantità vengono espresse senza preposizione.

… e poi c’è il vocativo, costituito da un nome a cui il parlante rivolge direttamente il discorso. Il vocativo ha grande libertà di collocazione: può figurare ad apertura di frase: «Silvia, rimembri ancora…» [Leopardi]; all’interno di una frase: «Via, zietto, calmati, via!» [Pirandello]; raramente tra virgola e punto esclamativo: «Ma, Renzo!, non siete voi» [Manzoni]; oppure in posizione finale: «invecchian ivi ne l’ombra i superstiti, al rombo / del tuo ritorno teso l’orecchio, o dea» [Carducci].

Spesso il vocativo si richiama al soggetto del verbo o a un altro elemento grammaticale della frase; altre volte è indipendente. Può essere preceduto da un contrassegno formale (le interiezioni o e oh), ma per lo più è adoperato in modo assoluto.

Affine al vocativo è il complemento esclamativo, nel quale si possono includere: «tutte le interiezioni, ed esclamazioni varie, insulti, imprecazioni eccetera» [Satta].

Conclusioni

Provate a immaginare che lavoro del piffero ho dovuto fare per indicizzate tutti questi complementi e le loro preposizioni, come minimo sarebbe cortese che l’imparaste a memoria. Alla domanda: serve sapere tutto questo?, la mia risposta è: no. Ma visto che per le nostre aspirazioni (scrivere) usiamo uno strumento (la lingua), perché non conoscerle comunque?

Dal prossimo mini-ripasso passiamo ad affrontare la parte più solida della grammatica: parleremo dei verbi, degli articoli, dei pronomi, ecc. iniziando proprio dai sostantivi!

__________________

Note

Luca Serianni, Grammatica italiana, UTET universitaria, 2006.

In calce: un quadro di Gerhard Richter.

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20 Comments on “I Complementi indiretti

  1. I complementi avverbiali gli scrittori creativi non li dovrebbero suare, giusto?

    Comunque, in tedesco è facile, cioè, no, nulla è facile in tedesco.
    Il tedesco, come il latino, ha i casi, solo che rispetto al latino ne ha persi due (per dire, ci sono lingue che ne hanno aggiunti, mi pare che il polacco ne abbia sette) il vocativo, che in effetti ha un uso abbastanza limitato, e l’ablativo multiuso, che forse avrebbero fatto bene a conservare, tolto l’ablativo gli tocca giocarsi tutti i complementi coi restanti casi e se il nominativo si usa solo per il soggetto e il genitivo per il complemento di specificazione e per poco altro, tutti gli altri complementi se li giocano accusativo e dativo. E poi potevano farsi mancare le preposizioni in tutto questo, no, non potevano e infatti ci sono preopsizioni che reggono il dativo, preposizioni che reggono l’accusativo e preposizioni che li reggono entrambi (a volte il caso cambia in base al complemento che si vuole esprimere), insomma tutto ciò genera una pletora di varianti, casi particolari, eccezioni ecc. ecc.
    Mi sa che devo ripassare 😛

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  2. Perché no? Solo perché Stephen King lo raccomanda agli scrittori inglesi non è un buon motivo per non usarli almeno in italiano. Più che altro vanno evitati quando sono una palese espressione di pigrizia. Ma quando sono necessari: vanno usati, certo che sì!

    Mi sa che devi cambiare lingua: che ne pensi del polinesiano? 😀

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      • No, c’è una certa ragionevolezza nel limitarne l’uso. Molti scrittori alle prime armi ad esempio tendono a usarli anche quando non sono indispensabili, per accorciare la frase o evitare giri più lunghi di parole. Oltre a essere una pratica da ignavi, spesso la ridondanza di troppi avverbi crea un mood spiacevole. Tuttavia esistono, la grammatica ne regola l’uso… non vedo perché evitare di usarli a prescindere. 😉

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        • Come in ogni cosa la parsimonia è la via della forza, l’abuso al lato oscuro conduce.
          Comunque su una cosa sono d’accordo col Re, vietarne l’uso nei dialoghi (disse animatamente, rispose cordialmente…) e aggiungerei, vietati, vietatissimi, in poesia la rima in mente no, per favore!!! (Anche in musica, sentita l’ultima di mengoni?)

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          • Ciao Grilloz, mi ha fatto molto ridere l’uscita su Mengoni! Sono d’accordissimo sul divieto assoluto della rima con avverbio in poesia! Ma perché secondo te son da evitare pure nei dialoghi narrati? Lo chiedo perché ho la brutta sensazione di farlo spesso purtroppo!
            Ps: il tedesco è una lingua che adoro! Per quanto in effetti molto complessa, in poche altre lingue ho riscontrato analoga logicità (e da straniero ero molto grato di questo!). Ovviamente eccezioni alle regole non mancano, però tutto sommato la grammatica è molto razionale ed equilibrata, e il suo studio non conduce alla disperazione più completa (sperimentata ad esempio di fronte all’anarchia del russo!)
            Un saluto 🙂

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  3. Pingback: Attributo e Apposizione | Salvatore Anfuso – il blog

  4. Grilloz non commenta: lui chatta!!! 😀
    A proposito: ho scoperto che la mia collega non conosce la differenza fra “tra” e “fra” (tra due, fra molti). Ciò ringalluzzisce la mia idea di scrivere un post sulle parole che vengono scambiate per sinonimi (chiedere e domandare, parenti e familiari, somigliare e assomigliare e altre che avevo scritto e che ora mi sfuggono) 🙂

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  5. Impararli a memoria tutti? Non credo di farcela. Leggendo il tuo post mi sono ricordata che ai tempi della scuola “i complementi” li avevo studiati ma nel tempo sono volati via dalla mia testa pur continuando a usarli 🙂

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  6. Pingback: Il Sostantivo | Salvatore Anfuso – il blog

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