Elisione

Fondamenti di grammatica per aspiranti scrittori

La volta precedente abbiamo parlato della distinzione tra semiconsonanti e semivocali, di come si formano i dittonghi e i trittonghi e del fenomeno dello iato. Oggi parliamo di raddoppiamenti fonetici e grafemici (le doppie), di prostesi e d’elisione (una delle cose su cui gli aspiranti scrittori sbagliano spesso).

Da dove provengono le doppie?

Leggendo a casa, un italiano centromeridionale pronuncerà: [a k’kasa], con un’occlusiva velare di grado intenso: [k] di casa, appunto. Lo stesso avviene in tanti altri casi, tutti non segnalati dalla grafia: andò via [an’dɔ v’via], qualche minuto [‘kwalke mmi’nuto], eccetera.

Il fenomeno che produce il raddoppiamento grafico (e non) di una consonante è quello dell’assimilazione regressiva. Può essere all’interno di parola o di frase, e si spiega nella maggior parte dei casi facendo ricorso a condizioni caratteristiche del latino tardo. La regola è: nell’incontro di due consonanti all’interno di parola (una cosa non più tollerata, o quasi, dall’italiano) una delle due, generalmente la seconda, si è assimilata (nel senso di aver reso simile a sé) l’altra, dando luogo a una consonante intensa: ADMĬTTO > ammetto; la stessa assimilazione si produce all’interno di frase: ĂD MĒ > a me, pronunciata [a m’me].

Quindi, le doppie prodotte all’interno di parola vengono sempre rappresentate graficamente, le doppie prodotte all’interno di frase si pronunciano ma non si rappresentano graficamente. L’assimilazione che si ha nel raddoppiamento fonosintattico (all’interno di frase) è più estesa di quanto non avvenga all’interno di parola, dal momento che si produce in sequenza. Ad esempio: TRĒS CĂNES > tre cani, pronunciato [tre k’kani] (per caso Treccani vi ricorda qualcosa di già letto da qualche parte?). Nel caso dell’incontro di due consonanti all’interno di parola, invece, l’assimilazione regressiva non avviene sempre: CRĒSCO > cresco, CĂMPUM > campo, ecc.

Il raddoppiamento all’interno di frase avviene nei seguenti casi:

  1. Dopo un monosillabo forte, cioè tutte le forme con accento grafico (è, già, , , può, ecc.) e delle seguenti forme disaccentate: a, che, chi, da, e, fa, fo, fra (preposizione e nome), fu, gru, ha, ho, ma, me, mo’ (nella locuzione a mo’ di), no, o (congiunzione), Po, qua, qui, re, sa, se (congiunzione), so, sta, sto, su, te (forma tonica), tra, tre, tu, va, vo. Sono monosillabi forti anche i nomi delle lettere dell’alfabeto (bi, ci, di…) e delle note musicali (mi, la…).
  2. Dopo un qualunque polisillabo ossitono (composta da più sillabe di cui l’ultima con accento acuto): sanità, caffè, perché, finì, portò, virtù. Ma dopo Gesù – dice il Serianni – può non rafforzarsi la c di Cristo: [dʒɛzu’kristo]; diversamente da Gesù mio: [dʒɛzum’mio].
  3. Dopo i baritoni (sillaba atona, cioè con tono grave): come, dove, qualche, sopra.
  4. Dopo qualsiasi monosillabo usato come sostantivo: «il di non raddoppia» [di n’non], «lo si usa nei seguenti casi…» [lo s’si]. Inoltre, dopo una parola terminante per vocale si pronuncia intensa la consonante iniziale di Dio; lo stesso avviene per Maria [ave m’maria] e per Santo in Spirito Santo [spirito s’santo] (ma non in spiritoso santo).

Quello del raddoppiamento fonosintattico è un fenomeno proprio del toscano e dell’italiano centromeridionale. Nei dialetti del Nord, invece, le consonanti hanno tutte grado tenue. E mentre all’interno di parola, il parlante settentrionale, apprende dall’italiano scritto a pronunciare mamma e tutto in luogo dei nativi [mama] e [tuto], all’interno di frase, senza il soccorso della grafia, egli tende a mantenere la pronuncia spontanea con consonante tenue (ricordatevelo quanto vi chiedono l’importanza della scrittura nella vita di tutti i giorni…).

Univerbazione

Tuttavia, c’è un caso in cui il raddoppiamento fonosintattico trova rappresentazione grafica: quando le due parole si scrivono unite. È il caso, cioè, della univerbazione. Ad esempio: così detto > cosiddetto; e come! > eccome; se no > sennò, ecc.

L’univerbazione con raddoppiamento grafico avviene:

  1. Dopo un monosillabo forte: appena, chissà, davvero, evviva, fabbisogno, frattanto, giammai, lassù, macché, neppure, quaggiù, sennonché, suvvia, tressette. Però tra richiede il raddoppiamento solo in trattenere, mentre in trafugare, trapassare, travedere, ecc. non lo richiede.
  2. Dopo le forme prefissali contra e sopra: contraddire, contrattempo, sopracciglio, sopralluogo. Invece non si ha raddoppiamento dopo intra– (intramuscolare, intraprendere); intrattenere e intravvedere (al quale è comunque preferibile intravedere) hanno risentito dell’analogia con trattenere e avvedere.
  3. Nella consonante iniziale di un’enclitica (cioè che non possiede accento proprio) che segua una vocale verbale con capacità rafforzativa (2° persona di un imperativo monosillabico): dammi, fallo, vacci, ecc.
  4. Con i nomi delle lettere dell’alfabeto, qualora se ne riproduca graficamente la pronuncia: diccì, piccì (come anche i nomi dei partiti politici, ad esempio).

Ma sono molte le oscillazioni, dice il Serianni; ad esempio, si dice cigiellino invece di ciggiellino (CGIL’), ecc. Va registrata la tendenza: «a giustapporre graficamente i due componenti nella grafia che hanno come parole isolate» [Fiorelli, 1965]. Si scrive e si pronuncia sopralluogo (con una grafia stabilizzatasi solo alla fine degli anni Sessanta), perché ci si rifà a soprattutto, sopraffare, ecc.; ma si scrive, e spesso si pronuncia, pallavolo (= palla a volo, non pallavvolo).

Anche in unità del lessico tradizionale l’espressione grafica del rafforzamento fonosintattico viene tal volta trascurata, persino da scrittori: pressapoco (Bassani), vattelapesca (Cassola), chissadove (Calvino).

Il raddoppiamento è invece espresso, per mimesi dell’oralità, in forme come oddio, massì, mannò, proprie del parlato.

Prostesi

La prostesi è «il fenomeno per il quale una parola assume in posizione iniziale un elemento non etimologico» [Luca Serianni]. Cioè si aggiunge una vocale “artificiale” per esigenze eufoniche (cioè che dia un buon suono). Nell’italiano contemporaneo interessa esclusivamente la i davanti alla s complicata (detta anche impura) in parole precedute da un’altra parola con terminazione consonantica (e ormai in maniera sempre più rara e obsoleta). Ad esempio: non iscrivo, per istudio, in iscuola, per iscritto, per ischerzo, ecc.

Il fenomeno, dice il Serianni, è stato sempre molto oscillante, e oggi è in forte regresso tranne che per le locuzioni in iscritto, per iscritto. In passato la possibilità di una i prostetica era spesso sfruttata dai poeti per questioni metriche. La norma è stata attentamente osservata dal Manzoni ne’ I Promessi Sposi: «a non iscriver nulla», «è cosa che non istà bene», «per istrascinarlo», ecc. Ci sono esempi occasionali anche in scrittori contemporanei, come Bassani: in ispagnolo, per istrada.

Elisione

L’elisione è la perdita – fonetica e grafica – della vocale finale atona di una parola davanti alla vocale iniziale della parola seguente. In forma scritta va obbligatoriamente indicata con l’apostrofo. Ad esempio: una ora > un’ora, di essere > d’essere, senza altro > senz’altro, ecc.

Parlando si praticano molte riduzioni vocaliche che, in forma scritta, sarebbero bizzarre. Ad esempio: degli amici può solo scriversi così, ma può essere pronunciato [deʎʎ-a’mitʃi], ecc. In altri casi non si ha la soppressione, ma la fusione fra le due vocali. È questo il fenomeno della sinalefe, ben noto in poesia.

L’elisione grafica è normale con gli articoli singolari e con le relative preposizioni articolate (l’oro, nell’età, un’amica), poco comune al plurale, e per il maschile solo davanti a i: gl’Italiani, l’erbe; con gli aggettivi dimostrativi singolari questo, questa, quello, quella (quest’asino, quell’epoca); con bello, bella (bell’uomo, bell’idea); con santo, santa (sant’Antonio, sant’Anna); con come e ci davanti al verbo essere (com’è andata?, c’è, c’erano); in una serie di espressioni idiomatiche: a quattr’occhi, l’altr’anno, tutt’altro, senz’altro e nient’altro, mezz’ora, ecc.

In altri casi, dice il Serianni, l’elisione è sempre facoltativa e appare in declino rispetto al passato. Tra le forme che più facilmente possono perdere la vocale finale ci sono i monosillabi, in particolare di: obbligatoria in d’accordo, d’epoca e d’oro; facoltativa davanti a verbo (d’essere o di essere, d’udire o di udire).

Da non si elide mai: da amare, da eroi, da Ancona, tranne che nelle formule cristallizzate d’ora in poi, d’ora in avanti, d’altronde, d’altra parte.

Conclusioni

Dunque, le doppie che trovate all’interno di parola si producono quasi sempre per derivazione dal latino tardo con il fenomeno dell’assimilazione regressiva, grazie alla quale quando il vocabolo latino presentava una coppia di consonanti mista, la seconda quasi sempre ha assimilato a sé la prima. Per lo stesso fenomeno si ha il raddoppiamento consonantico all’interno di frase, il quale però non si rappresenta mai graficamente, salvo nel caso dell’univerbazione. La prostesi è il fenomeno, in forte disuso, a seguito del quale, per questioni d’orecchio, si aggiungeva una vocale – in italiano quasi esclusivamente la i – a inizio di parola se preceduta da parola terminante per consonante. Oggi resistono solo poche eccezioni. L’elisione, invece, è un fenomeno meno rigido di quanto si pensi in genere. Sempre per motivi d’orecchio, la vocale finale cade per facilitare la pronuncia in sequenza con la vocale iniziale del vocabolo che segue. L’elisione grafica ha regole più rigide, tra cui quella di non elidere MAI l’articolo da. A parte i casi cristallizzati, l’elisione è facoltativa e in progressivo disuso rispetto al passato. Poiché è un argomento che sta a cuore a molti, questo dell’elisione, lo affronteremo nuovamente e in maniera più approfondita quando tratteremo nello specifico gli articoli. In fondo queste sono solo lezioni introduttive, per porre le basi…

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Note:

Il testo di riferimento è: Luca Serianni, Grammatica italiana, UTET universitaria, 2006.

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