Sostantivo: la formazione del plurale (parte III)


Edward Hopper

Fondamenti di grammatica per aspiranti scrittori

Nel precedente mini-ripasso abbiamo compilato una lunga didascalia di sostantivi dotati di un doppio plurale. Oggi, invece, vedremo i sostantivi dotati di plurali doppi ma anche doppi singolari; di nomi invariabili al plurale e, visto che è stato espressamente richiesto (…): anche del plurale di nomi stranieri non adattati. Ho come la sensazione che anche questa volta non riusciremo a esaurire l’argomento…

Sostantivi con doppio singolare e doppio plurale

 Alcuni sostativi hanno una doppia forma, sia al singolare sia al plurale, senza che questo comporti necessariamente una differenza semantica: orecchio/orecchiaorecchi/orecchie; frutto/fruttafrutti/frutte, ecc.

Strofa – strofe

Strofa e strofe, entrambi singolari, formano il plurale con le strofe e le strofi. In entrambi i casi si può intendere sia un gruppo di versi sia un componimento di una certa estensione.

Orecchia – orecchio

Entrambi singolari, orecchia è la forma più antica (<AURĬCULAM) che a un certo punto i romani avvertirono come plurale, per cui crearono anche un maschile: orecchio. Da questi due singolari presero forma i due plurali: orecchi e orecchie. Da un punto di vista semantico non si avverte alcuna differenza.

Frutto – frutta

In questo caso la differenza semantica è invece piuttosto marcata. Già con le forme singolari si ha: un maschile, frutto, che designa il singolare sia in senso letterale sia figurato: il frutto inteso come rendita; il femminile, frutta, che designa la categoria alimentare in generale. Nella formazione del plurale, il maschile frutti continua la funzione del maschile singolare, anche nei significati figurati; il femminile le frutta indica l’insieme dei frutti: «le frutta erano state mangiate» [Moravia, Gli indifferenti]. Più raro il plurale le frutte: «frutte, ne aveva a disposizione, lungo la strada, anche più del bisogno» [Manzoni].

Sostantivi invariabili (al plurale)

I nomi invariabili sono quelli che mantengono la stessa forma sia al singolare sia al plurale. In questo gruppo rientrano:

  • I nomi che terminano con vocale tonica: la città/le città, la virtù/le virtù, il caffè/i caffè, ecc. Vale anche per i sostantivi monosillabici: la/le gru, il/i re, il/i , ecc. «La maggior parte dei nomi in –, – derivano da forme italiane antiche in –tade. –tude, ridottesi per apocope di origine aplologica» [Serianni, Ivi p. 148].
  • Alcuni sostantivi maschili in –a, tra cui si annovera un gruppo di nomi di animali esotici: il/i boa, il/i cobra, il/i gorilla, il/i lama, ecc. Oltre al gruppo di animali esotici ci sono anche i nomi: il/i boia, il/i sosia, il/i vaglia, ecc. Fa ulteriore eccezione il sostantivo pigiama che può rimanere invariato oppure al plurale assumere la desinenza –i.
  • Le abbreviazioni di altri nomi (in genere femminili): la/le auto, la/le bici, il/i cinema, la/le metro, la/le moto, ecc.
  • I nomi femminili terminanti in –ie: la/le barbarie, la/le serie, ecc.
  • I sostantivi terminanti in –i: la/le analisi, il/i brindisi, la/le ipotesi, ecc.

Sostantivi stranieri non adattati

«La maggior parte dei nomi stranieri non adattati morfologicamente giunge nell’italiano in forma scritta. Si può dire, anzi, che spesso la prima spinta al mancato adeguamento di un nome alla morfologia italiana venga proprio dalla predominanza della forma grafica, che, in questo come in molti altri casi, tende di solito a conservare i propri connotati originari» [B. Migliorini, Lingua contemporanea, Sansoni 1938].

«Il progressivo accrescersi dell’afflusso di esotismi non adattati uscenti in consonante […] sta indebolendo la tradizionale avversità dell’italiano per le parole terminanti in consonante» [Cortellazzo-Cardinale, Dizionario di parole nuove, Loescher 1986].

Dunque, come ci si comporta con i sostantivi stranieri non adattati nell’italiano?

In genere, dice il Serianni, il nome resta invariato: il/i film, il/i quiz, il/i tram, ecc.

«Non sussistono dubbi per i nomi da tempo acclimatati nella nostra lingua, in gran parte d’origine inglese […], ma il problema è aperto per i neologismi o per le voci d’uso raro» [Serianni, Ivi p. 150].

Il Serianni consiglia di accomunare questi ultimi alla norma comune, quella cioè che non prevede variazioni: i manager, gli short, i teenager, ecc. Se invece si vuole evidenziare l’origine esotica del vocabolo, allora il plurale lo si deve formare seguendo le regole della lingua d’origine accoppiando il termine con alcuni espedienti grafici: virgolette, corsivo, e via dicendo. Ricordo, visto che ne ho parlato un po’ di tempo fa (qui) che le virgolette concorrono con il corsivo, quindi: utilizzate l’uno o l’altro, mai in coppia.

A questo si aggiunga l’attenzione per quei termini che, come jeans, benché ormai comuni si usano al plurale e lo mantengono invariato anche al singolare (come d’altronde anche per i nostri pantaloni e calzoni). L’errore in cui si incappa con maggior frequenza in questi casi è quello di usare la desinenza straniera, –s per i termini inglesi, a sproposito: cioè anche per i singolari. «La tendenza a lasciare invariati nel plurale i forestierismi è talmente diffusa che anche alcuni nomi stranieri terminanti in –e, –o ne sono interessati, nonostante il fatto che la loro vocale finale consentirebbe di trattarli come variabili» [Serianni, Ivi p. 151].

Conclusione

Si potrebbe proseguire la discussione sul plurale parlando ad esempio del fatto che i nomi propri, pur con delle eccezioni (come ad esempio “le tre Marie”, “i due splendidi Tiziani”, il primo è il nome di un ristorante mentre nel secondo ci si riferisce a due quadri del Tiziano), tendono a mantenersi invariati al plurale; o del fatto che un nome composto da due o più parole tenda a formare il plurale in modo differente a seconda di alcune variabili (arcobaleno/arcobaleni, ma cassapanca/cassepanche); o ancora di quei nomi che difettano di un plurale (il tifo, lo zolfo, ecc.) o di quegli altri che difettano di un singolare (le mutande, le forbici, ecc.)… tuttavia direi che possiamo soprassedere e proseguire spediti verso l’articolo.

______________

Note

Luca Serianni, Grammatica italiana, UTET 1989

In calce: un quadro di Edward Hopper (che in un post che parla di plurali dovrebbe farvi riflettere…).

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18 Comments on “Sostantivo: la formazione del plurale (parte III)

  1. Ma come, ci lasci così dopo aver lanciato il sasso nello stagno, anzi la forbice o le forbici? 😛
    Diciamo che quando formi il plurale di una parola straniera secondo la lingua d’origine mettendo la parola tra virgolette o in corsivo non stai scrivendo in italiano ma citando una lingua straniera 😉
    Tra gli invariabili aggiungerei il neologismo euro (anche se spesso scherzosamente si usa il plurale non corretto euri)
    Ora vado a prendere il treno 😦

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  2. Invariabile è il nome degli scrittori che finiscono per o.
    L’anfuso, gli Anfuso.

    Quelli che finiscono per i si declassano a semplici ragazzi di fatica.
    Il Mozzi, i mozzi.

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    • Forbice ha anche un uso più tecnico in senso figurato ad esempio in statistica (la mutanda non mi pare che abbia un significato matematico invece :P)

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  3. Pingback: Sostantivo: la formazione del plurale (parte II) | Salvatore Anfuso – il blog

  4. Un bel dibattito è quello inerente al plurale della parola curriculum. A me personalmente è sempre capitato di leggere curricula e, abituata dallo studio del latino a questa forma, non mi ero mai posta il problema. Invece c’è chi sostiene che sia un termine invariabile e porta almeno tre prove a sostegno di quest’ipotesi:
    1. In latino curriculum significava “corsetta”, mentre quello che noi oggi intendiamo come curriculum era il corsus honorum. Per cui la parola curriculum vitae sarebbe una sorta di neologismo introdotto nell’ottocento.
    2. Le parole di origine straniera (se il latino può essere considerato una lingua straniera) non pluralizzano.
    3. Altre parole di origine latina sono invariabili in italiano, come per esempio virus, alibi, lapsus.

    A mio parere, se verificata, l’unica prova che può essere presa in considerazione è la prima. Verissimo che i latini utilizzavano corsus honorum, come venisse eventualmente utilizzato curriculum e se già esistesse curriculum vitae non lo so.

    Per me il latino non è una lingua straniera, quindi non credo che possa essere equiparata all’inglese. Anche se ci sono casi di termini di derivazione latina importati in italiano dall’inglese che effettivamente sono diventati invariabili: sponsor, auditorium, audit, forum, tutor.

    Infine le parole di derivazione latina citate come invariabili in italiano sono invariabili anche in latino: virus non ha la forma plurale, lapsus è indeclinabile e alibi è un avverbio.

    Forse l’unico esempio che mi viene in mente che si avvicini molto a curriculum è referendum, in quanto di derivazione latina ma con un’accezione nuova rispetto alla lingua madre. E in effetti referendum non pluralizza.

    Voi cosa ne dite?

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      • Ho dato un’occhiata. Più o meno cita le argomentazioni che ho riportato qui. In sostanza propende per la forma curricula, anche se cita la possibilità di utilizzare curriculum come invariabile considerandolo un forestierismo. Segnala anche la possibilità di usare l’equivalente italiano “curriculo” con il plurale “curriculi”. Ma di quest’ultima possibilità sinceramente ne farei a meno.
        In pratica il dubbio rimane.

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  5. Pingback: L’articolo (parte I) | Salvatore Anfuso – il blog

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