Negli scantinati silenziosi e male illuminati in cui di norma si rifugiano gli oscuri figuri che prendono il nome di scrittori si sta combattendo una battaglia. Dura da anni, decenni forse, e ha fatto vittime illustri. Da un lato campeggiano i fautori di una scrittura autorale e ispirata; dall’altra serrano le fila i creatori di mondi, i tessitori di storie. Che siate schierati tra gli uni o gli altri, è bene che vi rendiate conto che il campo di battaglia si estende fino alla vostra scrivania.


Quando mi sono avvicinato alla scrittura con l’intenzione di fare sul serio, cioè di scrivere a un livello professionale tale da essere pubblicato, la prima cosa su cui mi sono imbattuto – nei manuali di scrittura creativa, nei consigli di scrittori veterani, perfino nelle aspettative dei lettori forti – mi sono imbattuto in questa esigenza che la scrittura dovrebbe soddisfare: la propria onestà. Ancora oggi me ne domando il significato. Cosa significa applicare l’onestà ad un mestiere la cui stessa natura, la cui caratteristica fondante e caratterizzante è quella di mentire proprio per parlare della verità? Com’è fatta o come si realizza una scrittura onesta? Proverò a rispondere.


Negli anni sessanta dello scorso secolo il più famoso rappresentante americano della Pop art, Andy Warhol, stupiva il mondo affermando che: «Nel futuro ognuno sarà famoso per quindici minuti». La sua era una radiografia perfetta della società occidentale dell’epoca. Lo diceva ormai cinquant’anni fa. Oggi non è più vero. Televisione, internet, reality show, social media, video-tube, blog: nel mucchio, non conta più un cazzo nessuno.