Perché annoto le parole

Syllógion: il format che sta spopolando su TikTok

In questo mondo di matti pare vincano le ossessioni.
Esistono persone che collezionano francobolli, monete antiche, trenini elettrici, bottiglie di whisky o chitarre vintage. Io colleziono parole. Non tutte, naturalmente. Solo quelle che, per qualche motivo, mi fanno fermare durante la lettura. Quelle che, una volta incontrate, si rifiutano di uscire dalla testa. Le cerco, le annoto, le dimentico, le ritrovo anni dopo. Non so nemmeno quando abbia cominciato, anche se a occhio e croce saranno comunque più di vent’anni. A un certo punto, tuttavia, mi sono accorto di possedere un quadernetto zeppo di vocaboli. Nessun ordine alfabetico, nessun criterio apparente se non quello diacronico. C’erano parole che non avevo mai usato, altre che probabilmente non avrei usato mai: eppure erano lì. Come se aspettassero pazientemente il momento giusto per presentarsi.

La cosa curiosa è che non mi interessano perché sono “difficili”. Non le colleziono per sembrare più intelligente in un bar di periferia durante una gara di rutto libero. Nemmeno per inserirle nei miei scritti, così da fingermi più colto di quello che sono. Mi interessano perché sanno essere precise. Tra dire che qualcuno è «testardo» e dire che è «pervicace» passa la stessa differenza che c’è tra indicare una città su una cartina geografica e fornire le coordinate GPS. La seconda parola non è più elegante; è semplicemente più esatta. E quando trovi una parola esatta, improvvisamente ti accorgi che quella sfumatura esisteva già: solo che non avevi ancora un nome per definirla.

Perché questo fanno le parole: definiscono i concetti. Ovvero, mettono confini alle idee. E più sono precisi questi confini, più affilate sanno essere le nostre affermazioni. Pensate alla differenza che passa tra «ridondante» e «pleonastico», ad esempio: un discorso ridondante ripete concetti inutilmente; un’espressione pleonastica contiene parole superflue che non aggiungono alcuna informazione al significato. L’espressione «salire su» è pleonastica. Una riunione di venti minuti che avrebbe potuto durarne cinque è ridondante. Ho sempre pensato che possedere un vocabolario ampio non serva tanto a parlare meglio, quanto a pensare meglio. Perché ogni parola nuova non aggiunge soltanto un suono al nostro dizionario personale: aggiunge una categoria mentale. Un modo diverso di osservare la realtà. Da quel momento in poi, quella cosa che prima intuivi appena, improvvisamente diventa visibile.

OCCHIELLO

Perché “Syllógion”?

Il nome nasce dalla crasi di due parole: silloge [syllogḗ], cioè raccolta, antologia; e lógion, termine greco che indica un detto, un oracolo, una parola di particolare peso. Dalla loro fusione nasce Syllógion: una raccolta di parole che vale la pena segnarsi. No, non esisteva. È un neologismo inventato da me.

Per anni questa piccola mania è rimasta confinata nei miei quaderni. Una di quelle innocue eccentricità che, al massimo, fanno alzare un sopracciglio durante le feste. Poi, però, è successo l’irreparabile: ho deciso di trasformarla in un format. Così è nato Syllógion: un appuntamento ormai periodico che ha sconvolto irreparabilmente gli equilibri del panorama culturale internazionale. Pare che le principali università del mondo stiano già rivedendo i loro programmi didattici. L’Accademia della Crusca ha convocato una riunione straordinaria. L’UNESCO starebbe valutando l’inserimento del format tra i patrimoni immateriali dell’umanità. Pare che perfino quelli della Treccani aspettino ogni settimana, con una certa trepidazione, il nuovo episodio.

Ora, io non posso confermare nessuna di queste voci, sia chiaro. Anzi, se me lo chiedete, direi proprio di no. Però mi piace immaginare che, mentre io registro un video di cinque secondi su una parola dimenticata, da qualche parte nel mondo qualcuno interrompa una riunione per vederlo: «Fermi tutti. È uscito il nuovo Syllógion!» Naturalmente non succede. Almeno, non ancora. Ma al di là delle iperboliche elegie, il format sta in effetti avendo successo sia su TikTok sia su Facebook. Molto meno su Instagram… 

È successo, infatti, che un paio di mesi fa ho pensato di aprire un account su TikTok, di cui non sapevo nulla tranne il nome, perché avevo sentito dire che Felicia Kingsley ne aveva beneficiato parecchio. Il mio obiettivo era solo quello di capire come funzionasse la piattaforma per poi provare a utilizzarla per fare promozione a Ulpia. Non avendo contenuti adeguati, dopo aver postato una vecchia foto di quando facevo paracadutismo, una della mia chitarra appesa al muro e una della moto che prima o poi mi comprerò (una 450 CL-C!!!), avevo finito gli argomenti! Così, un po’ per spirito pionieristico e un po’ per gioco, mi sono inventato un format.

L’idea, di base, è piuttosto semplice: creare un video brevissimo in cui presento una parola “strana”, o se preferite “desueta”, e la sua definizione sintetica. Il tutto accompagnato da una di quelle musichette da ascensore di un centro commerciale multipiano in periferia capace di far venire i brividi pure ai mici in calore. E poi, diciamocelo, c’è una sottile soddisfazione molto infantile nell’osservare tutti quei like accumularsi in basso. Anche se la parte che personalmente preferisco è quella dei commenti: ragazze, in alcuni casi esagerate davvero! Ragazze, perché quelle che mi seguono sono quasi tutte milf. Ora, più o meno tutti i giorni pubblico un nuovo video su TikTok e Facebook: una nuova parola con la sua definizione. Se vi va di seguirmi pure lì: mi fa piacere. In tanti lo stanno già facendo. 

E fatemi sapere cosa ne pensate: i consigli sono sempre ben accetti. Se invece conoscevate già il format, fatemelo sapere nei commenti: sono curioso!

2 Comments on “Perché annoto le parole”

  1. Come ti dicevo occorrerebbe scriverti un epinicio (usate il Syllogiòn per sapere cos’è) per questo risultato! Io lo trovo molto utile: molte parole, lo ammetto, non le ricordavo/conoscevo e me le sono annotate. A questo proposito, il suggerimento che vorrei darti è di creare un elenco delle parole già pubblicate, così da creare una sorta di piccolo “Vocabolario Syllogiòn” in cui è possibile fare ricerche e renderlo proprio fruibile.

    Secondo me questo progetto contribuirà a elevare la qualità del nostro scritto e parlato e soprattutto a preservare parole assolutamente efficaci che “sembravano” destinate a un ingiusto oblio. Bravo!

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