Aspirante scrittore


Aspirante scrittore

…quando il volere non è il potere

Ultimamente leggo da più parti grandi sfoggi di umiltà, mostrati al mondo facendo seguire l’aggettivo “aspirante” al sostantivo “scrittore”. Aspirante scrittore. Come dire: vorrei, ma non so se posso. Caro scrittore, come vorresti essere ricordato da morto?

Ammetto che lo sfoggio ingiustificato di umiltà mi infastidisce. In esso non mi riconosco per nulla. Non è solo questo però. Qui si tratta di confusione mentale bella e buona. Non esiste l’apprendistato nella scrittura. Anche esistesse, un idraulico che sta imparando a fare l’idraulico non definisce se stesso: aspirante idraulico. C’è qualcosa che non va in questo.

Aspirante scrittore. Non suona solo ridicolo, neanche tu fossi un rappresentante della Folletto, ma addirittura banale, indistinguibile. Nella scrittura l’unica cosa che proprio non va è la banalità. Smetti quindi di fingerti umile, caro scrittore, e mostrati per ciò che sei. La tua “aspirazione” al successo non è il male, è malata solo quando non è sostenuta da un talento.

Quell’aggettivo cosa dovrebbe sottintendere? Che non sai se possiedi il talento o che lo sai – di non possederlo – ma desideri ugualmente fingerti scrittore? Nel primo caso, forse dovresti chiarirti le idee; nel secondo, cerca un hobby più nobile di questo. In un caso o nell’altro poni fine alla tua “aspirazione”, cancellandola. Scrittore: semplicità semantica e concettuale.

Di umile un’aspirazione non ha nulla

L’umiltà è una dote che apprezzo; quasi sempre. Più si è bravi, più bisogna mostrarsi umili. Tanto è umile un uomo dotato di talento, tanto più apprezzato sarà il suo operato. Questo però, non deve e non può portare a fustigazioni di massa in pubblico. La via della redenzione non passa dal calvario cristiano. L’umiltà fasulla è quanto di più ipocrita ti possa venire in mente.

Caro scrittore, essere te non dev’essere facile. Tutti pretendono e nessuno dà. Eppure fai di tutto per sembrare ridicolo. Scrivi cose ridicole, pensi cose ridicole, ti fai addirittura chiamare in modo ridicolo. Alle prime due, non c’è rimedio. Sul titolo che indossi però, sì, lì si può fare qualcosa.

Lo sfoggio di umiltà non devi esternarlo nel titolo che assumi, ma in ciò che scrivi e nel modo in cui ti relazioni. Il titolo, invece, serve solo a definire chi sei per palesarlo subito al mondo. Farsi chiamare “scrittore” – senza aver scritto libri – non sottintende un’arroganza, ma un lavoro che stai facendo. Un uomo che costruisce una casa è un carpentiere o un muratore, anche se quella è la prima che costruisce. Perché quindi un uomo che sta scrivendo il suo primo romanzo dovrebbe chiamarsi aspirante?

Aspiri a essere uno scrittore, certo, ma per farlo devi scrivere. Se scrivi sei uno scrittore, perché quello che fai è scrivere. Cosa c’è di tanto arrogante in questo? L’arroganza, se la vedi, è nella tua mente. È il frutto delle tue ambizioni, che distorcono le cose che ti circondano facendotele apparire come non sono. Un titolo è un titolo, nulla più.

Guadagnarsi l’eternità

Caro scrittore – o dovrei chiamarti aspirante? – preferiresti esistesse una scala di valori a cui fare riferimento? Aiuterebbe la tua autostima se esistesse? Riusciresti a capire qual è il tuo posto nel mondo forse, finalmente.

Esiste una scala di valori in effetti, ma non riguarda il titolo che assumi; solo quanto vendono i tuoi libri. Quello è il primo vero giudizio sulla tua arte. Ma noi non siamo americani, siamo europei. Per noi c’è qualcosa di più oltre il mero denaro. Un uomo può anche aver venduto una sola manciata di libri, eppure guadagnarsi il Nobel comunque.

Tuttavia, il numero di libri che scrivi, il numero di copie che vendi, il numero di premi che guadagni, non fanno di te uno scrittore. Chi vende di più è più scrittore di chi vende meno? Il titolo dipende dalla quantità? Ciò che fa di te uno scrittore è scrivere, scrivere con intento creativo.

Un giornalista non è uno scrittore, perché divulga notizie. Un saggista non è uno scrittore, perché divulga informazioni. Una massaia non è uno scrittore, perché stila solo una lista della spesa. Chi scrive narrativa, a qualsiasi livello e con qualsiasi successo, è invece uno scrittore. Lo è a tutti gli effetti.

E tu, caro aspirante, lo sei uno scrittore?

43 Comments on “Aspirante scrittore

  1. Questo post mi ricorda tanto quello che ho scritto sul mio blog, nella pagina “mi presento”.
    Alla domanda “pensi di essere una scrittrice pur non avendo ancora concluso un romanzo” rispondo di sì, perché credo di tratti di un moto propulsore che parte dall’anima, un’energia strettamente connessa con la mia identità più profonda. Questa consapevolezza l’ho acquisita quando il mio capo ha osato dirmi “lei è solo una segretaria”. In quel momento io, che ho sempre avuto un’autostima un po’ debole, sono quasi risorta. É lì che ho deciso di riprendere. Sono una persona laureata e competente : perché dovrei accettare etichette che non rispecchiano la mia indole? Se il pezzo di emme mi dice “vediamo se è in grado di ideare il testo di un’email” mi viene voglia di stampare la pagina delle statistiche del blog e sbattergliela sotto il muso.
    Io sono scrittrice. La mia identità è questa. Non ho ancora il riconoscimento legato alla pubblicazione, ma preferisco usare il termine “emergente”, piuttosto che “aspirante”: io sono prima di tutto una persona che sta cercando la propria strada. Sto facendo la mia gavetta, quindi posso accettare di scrivere anche delle enormi vaccate, se questo mi serve a migliorare la mia tecnica ed il mio stile. Una persona non evolve sentendosi dire sempre “brava” ma evolve se accetta gli errori e sa evolvere. Su questo penso di essere una grande perfezionista : pur nella consapevolezza dei miei limiti, non ho mai smesso di puntare in alto. È una cosa che devo a me stessa. 🙂

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    • Se vogliamo, anche quella di “scrittore” in fondo è un etichetta, non più però che idraulico o pompiere o avvocato. Anche segretaria è un etichetta, certo, e ti può stare stretta, ma in fondo non identifica te come persona, solo come attività lavorativa. Forse è limitante, perché non sottolinea tutto quello che fai probabilmente in ufficio, ma usata con disprezzo non è neanche un insulto, è solo anacronistica. Le “segretarie” di oggi, diversamente da quelle degli anni settanta, sono laureate, parlano due lingue (oltre la propria) e fanno cose che il “capo” da solo non sa fare. Quindi, fossi in te, al tuo capo direi: “Fanculo, sono una segretaria, cosa che tu non riuscirai mai a essere!” 😉

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      • Sai che l’ultima volta che ha detto così ho detto “Okay, da adesso in poi faccio soltanto la segretaria”. Per una settimana ho smesso di scrivere procedure, fare statistiche ed ispezioni, registrare reclami e parlare con i clienti. Rispondevo al telefono, scrivevo su dettatura e BASTA. Ho quasi rischiato il richiamo disciplinare, ma non mi ha più detto una cosa del genere. Ed ha ricominciato a chiamarmi “dottoressa” invece che “signora”.
        Detto ciò, a me non piace essere definita “segretaria” perché è un termine che si lega ad una mentalità maschilista dalla quale cerco di distaccarmi. Sarà che per me la segretaria per antonomasia è la mia collega stronza (quella che mi ha sputato sulla sedia, per la cronaca) ovvero una persona assolutamente anonima e servile, priva di personalità e sempre pronta a dire “sì”, a farsi andare bene tutto. Io non ho questa indole: sono creativa, disordinata, se il mio capo mi cambia una parola in un documento mi viene voglia di non firmarlo, perché non mi piace essere l’ombra di nessuno.
        Ci sono persone che riescono a far corrispondere ciò che sono con ciò che fanno. Non è il mio caso. A me questo lavoro non piace molto. Penso che mi lasci poca libertà di azione. Forse fra qualche tempo “lui” mi concederà maggiore autonomia, ma per ora mi sento soffocata. Invece mi piacerebbe molto tornare a fare la copywriter free-lance. Mi piaceva gestirmi da sola, ma mi sono venduta in cambio del posto fisso.

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        • Non hai fatto una brutta scelta, bisognerà pur mangiare. Più che altro hai trovato un “capo” idiota. Capita. Ce n’è così tanti che non è poi tanto difficile imbattersi in loro. Io sono allineato a te e prima o poi mi licenzieranno per il modo “rivoluzionario” di comportarmi. Tuttavia, la mia mancanza di timori reverenziali si dimostra molto proficua quando riesco a entrare in aziende grosse e portare ordini che altrimenti non vedrebbero mai… Quindi, se vuoi le mie vendite devi anche prenderti tutti il pacchetto. 😉

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          • Io invece vorrei tornare a lavorare da autonoma. Ero appena agli inizi e non guadagnavo molto, quindi mi sembrava una buona soluzione. Ragiono sul lungo periodo: cinque anni, anche dieci se necessario. Io posso aspettare tutto il tempo necessario.
            Prima ero molto decisa sul fatto di andarmene. Poi la mia collega mi ha confessato che il suo obiettivo è farmi fuori professionalmente, e si sente già a metà dell’opera… di conseguenza, non solo ho deciso di rimanere, ma anche di darmi da fare. Lunedì quando rientrerò dopo questa influenza sono assolutamente decisa a riprendermi i miei spazi.
            Forse ragiono così perché ho dei problemi seri, là dentro. Ho sfiorato un mezzo esaurimento nervoso e perso 13 kg. Magari se le cose cambieranno, anche il mio atteggiamento cambierà. O forse sono io che devo cambiare atteggiamento per far cambiare le cose? 🙂

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            • Ma che candida la tua collega, ce ne fossero di colleghe così… Sicuramente devi cambiare tu, anche perché farti venire un esaurimento per un lavoro non è davvero il caso. Come quando il mio capo mi dice che vorrebbe visitassi più clienti e io gli faccio notare che non corro in macchina, rischiando, solo per accontentarlo. Non ne vale la pena, capisci?

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  2. Ops… mi sento tirato in ballo 😉
    In un certo senso quello che dici è sicuramente corretto; soprattutto chi si nasconde dietro la parola e ne fa un uso maliziosamente banale o scorretto, ma in alcuni casi secondo me e per quanto mi riguarda non c’entra né l’eccesso di zelo né l’umiltà. Dici bene che “aspirante idraulico” non esiste… ma esiste il più consono “apprendista idraulico” che sia per paga che soprattutto per competenze non è assimilabile alla figura dell’idraulico vero e proprio, in quanto sta ancora imparando il lavoro.

    La parola apprendista però, presuppone che qualcuno ti stia insegnando il lavoro, ma visto che nel caso specifico dello scrittore non ci sono maestri che si siedono vicino a te sul PC e scrivono con te, l’apprendista scrittore è forse più inverosimile dell’aspirante. Per questo personalmente, preferisco utilizzare il termine aspirante intendendo il raggiungimento di un obiettivo, di qui l’accezione positiva dell’aggettivo.

    Oltre a chi possiede il talento, chi non lo possiede ma fa il furbo c’è anche la terza tipologia di scrittori: coloro che non sanno se hanno o meno talento e comunque vogliono provare ad arrivare, senza prendere in giro nessuno o per questo farsi biasimare.

    Invece secondo me, uno che scrive di narrativa per hobby, senza alcun successo o aspirazione, non potrà mai essere uno scrittore, alla stregua di quelli che l’immaginario collettivo identifica come scrittori, come non potranno mai essere definiti musicisti o compositori coloro che strimpellano accordi a caso con una chitarra… Lo scopo invece è senza dubbio più delineante: c’è colui che scrive per soldi, perché vuole diventare famoso, per status symbol, per hobby e così via, e in questi casi è più semplice comprendere chi abbiamo di fronte.

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    • Ciao Carlo,
      in effetti, adesso che me lo fai notare, c’è un trascurabile richiamo al tuo blog… 😉
      In realta, e mi scuserai per questo, non avevo pensato a te quando ho scritto questo post. Naturalmente è ammirevole chi pensa a se stesso in termini di “aspirante”, sottintendendo appunto un’aspirazione, un desiderio, alla creascita. Tuttavia volevo invitare più che altro ad abbandonare le etichette. Ne abbiamo troppe, perfino cucite sulle mutante. Quella dell’aspirante scrittore mi sembra superflua. 🙂

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  3. Io mi sono definita per anni aspirante scrittrice e mi piaceva pure. Avere una meta da raggiungere e la consapevolezza di essere in cammino non mi sembrava e non mi sembra neppure ora una brutta cosa. E ho spesso dubitato di giungere mai alla fatidica pubblicazione che mi avrebbe trasformato in “scrittrice esordiente”.
    Le etichette sono spesso troppe e inutili, ma non è che mi faccia una grande impressione chi, senza aver pubblicato neppure due righe di racconto, si mette alla pari con i premi Nobel…

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    • Il dizionario definisce scrittore “chi si dedica all’attività letteraria in quanto mosso da un intendimento d’arte” per cui penso che chi voglia portare avanti quest’attività con serietà abbia il diritto di definirsi tale a prescindere dalla pubblicazione. Ovviamente, deve sempre essere umile. Io non solo evito di paragonarmi ai premi nobel… non mi paragono nemmeno a Fabio Volo! (o al suo ghost-writer) 🙂

      So che ci sono tante persone superbe, ma nel mio caso chiamarmi scrittrice mi aiuta a risolvere molti problemi di insicurezza. Preferisco parlare però di “emergente”, piuttosto che di “aspirante”: di fatto sono già attiva. Devo soltanto trovare la mia strada ed il mio metodo. 🙂

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      • Devo dire che il ghost-writer di Volo non è poi così male, mi è capitato di leggere qualche pagina e ha una scrittura semplice, certo, ma anche lineare e comprensibile. Voglio dire, non è che si possa mettere a pennellare, che poi non ci crede più nessuno che a scrivere è proprio Fabio.

        Il punto, secondo me, è che non ha tanto senso definirsi “aspirante”. Voglio dire, c’è una soglia da dover superare per potersi definire scrittore? Chi la decide questa soglia? Basta una sola pubblicazione? Quindi se butto giù quattro pagine mal scritte, anzi a casaccio, e le pubblico su Amazon posso definirmi scrittore? Si capisce no, che c’è qualcosa di sbagliato in questo?

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  4. Premesso che sono questioni che mia nonna definiva “di lana caprina” (cioè inutili, ognuno tanto definisce se stesso come vuole). Io associo la parola “scrittore” a una qualifica professionale “colui che di mestiere scrive narrativa”. Già il dizionario mi dà torto, quindi la mia opinione vale meno che niente. Sulla mia carta d’identità c’è segnato “insegnante”, finché non potrò metterci “scrittrice” farò fatica a riconoscermi nella categoria. Quindi mi stupisco quando c’è qualcuno che non ha pubblicato nulla o ha pubblicato a pagamento o in self si definisca con boria “scrittore”. Chi sogna di aggiustare lavandini ma ancora non l’ha fatto non lo chiamo idraulico.
    Però è una questione mia. Il dizionario dà ragione a Chiara, che oltre tutto ha ottime basi tecniche e non dubito che presto sarà una “scrittrice pubblicata”, qualsiasi cosa questo voglia dire.

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    • Ti ringrazio per le lodi e ti chiedo un favore : dovessi riscontrare in me atteggiamenti boriosi avvertimi perché sono involontari e non vorrei mai dare impressioni sbagliate. Io sono un’entusiasta. Cerco di “caricarmi” e di sentirmi scrittrice non per assumermi meriti che nom ho ma perché credo che il nostro mondo si possa plasmare sulla base di ciò che crediamo vero. Aspirante o emergente che sia, io scrivo. Forse è questo che conta. 🙂

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    • Il problema Tenar è che nella scrittura non esiste una qualifica professionale. Chi può venire da te e dirti che sei o meno una scrittrice? E a che titolo? Magari sei un genio e verrai capita fra cento anni… Oppure vendi milioni di copie, ma nel giro di una generazione nessuno saprà più chi sei. 🙂

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  5. Capisco la tua posizione e ti do ragione sul fatto che questa diatriba sia un po’ fastidiosa, ma non la vedo come te. Perché la questione aspirante-apprendista dovrebbe essere uno sfoggio di falsa umiltà? Al contrario, credo che chi scrive faccia spesso fatica a definirsi scrittore perché ha un’idea molto professionale dell’attività dello scrivere, perciò non si sente all’altezza. L’umiltà quindi può anche essere reale, in molti casi. Non so se basti scrivere per definirsi scrittori. Non ti definiresti cuoco perché ti prepari qualche pastasciutta, o falegname perché hai costruito una casetta di compensato per il gatto. Adesso sento come spartiacque l’approccio professionale, al di là dei risultati, ma il problema me lo sono posto per un pezzo. Per fortuna “scrivo” è un verbo che funziona a meraviglia, e secondo me corrisponde meglio alla realtà di tanti. Basta girare la frase e schivare il sostantivo. 😉

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  6. Pingback: Test per scoprire se sei scrittore | Salvatore Anfuso

  7. Di solito per aspirante scrittore si intende chi sta tentando di pubblicare, chi scrive ma non ha ancora nulla di pubblicato.

    L’umiltà fasulla dà fastidio anche a me. Io, in effetti, mi sento chiamato in causa perché non mi voglio definire scrittore. Non so, mi sembra una parola ancora troppo grossa.

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    • Non contesto il fatto che definirsi scrittore senza aver mai pubblicato nulla possa sembrare pesante per l’umile aspirante, quello che contesto è che, stanto alla definizione che dai, se io prendo un mio tema delle elementari e lo pubblico su Amazon posso tranquillamente definirmi scrittore. Io credo invece che scrittore si nasca e, anche se non hai ancora pubblicato, se stai scrivendo lo sei. 🙂

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  8. Caro Salvatore,
    questo post mi pare un po’ un processo alle intenzioni. Hai puntato il dito contro l’esordiente (che aspira a diventare scrittore a tempo pieno) tacciando un’intera categoria di aspiranti come “falsi umili”. Ritrattando poi nella tua risposta a Tenar cercando si smorzare forse i toni un po’ troppo duri che hai utilizzato nel post. Un post scritto con il chiaro intento provocatorio. Credo invece che ci possano essere sia superbia che umiltà, a seconda dei casi, ma non trovo giusto affibbiare a un’intera categoria un’etichetta potenzialmente falsa. Diamogli il beneficio del dubbio, quanto meno! Come diceva Grazia, e prima di lei Tenar, difficilmente chiamo “pera” un’arancia. Perché dovrei definirmi una scrittrice se nella vita faccio la ragioniera? Io mi definisco un’autrice, non una scrittrice. Semplicemente perché non la sono. Non faccio la scrittrice per vivere e mantenermi, come il 90% degli scrittori e degli autori italiani, per altro. Tu chiedi quale sia la soglia per potersi definire scrittore. Non credo facciano fede le vendite, il Nobel o il premio Bancarella, ma quello che fai e come lo fai, soprattutto. Siamo tutti degli autori: inventiamo storie e le scriviamo. La prima scrematura, per me, parte da qui: come la scrivi? Bene o male? Se la risposta è bene, avanzi di un gradino. E questa storia, com’è raccontata? Bene o male? Lo scrittore non si limita a scrivere e inventare storie, deve saperlo fare. E questo non lo puoi dire tu, ma chi legge ciò che scrivi. Ci sarà chi ti reputerà mediocre e non ti leggerà per un po’ oppure non ti leggerà mai più, chi invece ti seguirà con passione. Sono il tempo e le tue opere a definirti scrittore, nel bene o nel male. Può non piacerti Stephen King, puoi non amare Tolkien o Ken Follet ma non puoi dire non siano scrittori. Sanno scrivere, sanno raccontare, sono diventati i numeri uno del loro genere.
    E’ questo essere scrittori per me.
    Arrivare a essere tra i migliori, emozionando anche chi non leggerebbe mai nulla di tuo. E’ un grande sfida, vero? (^.-)

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    • Lo è. Ciao Alessia, benvenuta nel mio blog. Io non ritratto, io amo l’aspirante scrittore. Tutto quello che scrivo nei miei post è per lui, con un occhio di riguardo, sempre. Anche quando sono provocatorio o severo, lo sono per lui. Gli parlo come vorrei parlassero a me. Se dico all’aspirante di non vergognarsi di chiamarsi scrittore, perché questo è il senso, lo faccio per la sua autostima. Ma forse hai ragione tu: autore. Autore, però, mi suona come scrittore. Perché non narratore allora? Sono solo titoli. Quello che conta, lo dici bene tu, è ciò che fai. Ciò che faccio io è scrivere. Se poi nella vita vendo sogni per mantenermi, be’, non sono un venditore; rimango uno scrittore. Perché? Perché è quello che ho scelto di essere. E tu, cosa hai scelto di essere, scrittrice o ragioniera? 🙂

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  9. Il narratore è già protagonista della storia, l’autore la crea. E potrebbero essere la stessa persona, ma non è detto. La tua è una bella domanda! Faccio la ragioniera di professione, ma quello che c’è dentro… sono un mare di storie. Che dici, può andare?

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  12. Pingback: Scrivere in prima o in terza persona? | Salvatore Anfuso

  13. Mamma mia quanto hai ragione!
    Io non mi definisco. Quando penso a cosa sto facendo mi rispondo con: io scrivo, io dipingo.
    Son timida, rimango nel mio guscio e ho paura a dire: io sono una scrittrice, così come avevo paura a dire io sono una pittrice, no meglio dire studio pittura. Mi sembrava di essere superba e di credere troppo in me. Piuttosto quel titolo volevo che me lo dessero gli altri. Certo i complimenti e le soddisfazioni sono arrivati, ma mai sono arrivata a dire io sono una pittrice.
    Ora ho smesso, ma continuo a scrivere.
    Scrivo, in segreto, nemmeno così tanto gli amici stretti leggono le mie cose, ma ho sempre paura.
    Cosa accadrebbe se facessi leggere i miei scritti e facessero schifo? O peggio e se passassi completamente ignorata? Potrei ancora definirmi scrittrice? Aspirante? No, io scrivo.
    Sono complicata e contorta, forse la mia auto definizione: io scrivo è la stessa che dire: ehi mondo, io sono una scrittrice, ma non sono pronta.
    Se da una parte bramo, desidero il confronto e inondare di domande il lettore, dall’altro ne ho una paura terribile.

    ok sono le 2 di notte e per me è arrivato il momento di dormire.

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    • Sono le 4 di notte, adesso, ed è ora che io mi alzi e inizi a scrivere. Tuttavia voglio dedicarti i prossimi cinque minuti. Le parole sono strumenti. Servono a comunicare con gli altri. Se sei bravo a usarle, allora puoi comunicare con una certa efficacia. Se sei molto bravo a usarle, allora puoi comunicare concetti complicati con parole semplici, comprensibili da chiunque. Se sei ancora più bravo, allora la tua strada è quella della scrittura narrativa.
      Se è questa la strada che intraprendi, a torto o a ragione, che tu riesca a pubblicare o meno, che tu venda molto o molto poco, sei uno scrittore (scrittrice). Se quello che stai scrivendo è il tuo primo romanzo, non sei un aspirante scrittore, resti uno scrittore. Resti uno scrittore perché stai scrivendo. È il tuo primo romanzo a essere un “romanzo d’esordio”. Non tu, lui. Certo, se proprio dovessi mettere i puntini sulle i allora, dopo la pubblicazione, potresti farti chiamare esordiente. Ma questo non ha nulla a che fare con la scrittura, vale in qualunque attività.
      Uno scrittore non dovrebbe mai aver paura delle parole. È come se un meccanico avesse timore della chiave inglese. Le parole vanno semplicemente usate e bene pure.
      Il motivo per cui si fa seguire l’aggettivo aspirante al sostantivo scrittore è per comunicare una falsa umiltà. Vedi quanto sono umile, caro collega che hai già pubblicato? Mi faccio chiamare aspirante io che di pubblicato ancora non ho nulla. Poniamo però che pubblichi, ma che di copie ne vendi una decina, giusto quelle dei parenti e degli amici… a quel punto sei uno scrittore o ancora un aspirante? Capisci che non ha senso? Se scrivi con intento creativo, se stai lavorando al tuo primo (o millesimo) romanzo, allora sei uno scrittore. Nulla di più, nulla di meno. 😉

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