Divento famoso così scrivo un libro


Yes, you can!

…quando il gioco non vale la candela

Quando da piccolo mi spiegarono che la Terra gira attorno al sole, non avrei mai immaginato che anch’io, a mia volta, avrei ruotato attorno a qualcosa: la scrittura. Ormai la mia stessa esistenza è in funzione di questa attività (arte, ossessione…). Me ne lamento? No, affatto. Ne sono felice, invece. Perché è esattamente la vita che vorrei vivere.

Leggo. Scrivo. Mi alzo alle tre del mattino. Invento storie. Preparo il caffè: poco zucchero, molta caffeina. Mi documento. Leggo blog. Scrivo racconti. Quando non scrivo, leggo. Quando non leggo, scrivo. Quando non leggo e non scrivo, aspiro ed espiro riflettendo sulle mie storie. L’unica cosa che non faccio: è cercare di essere famoso.

Yes, you can!

Partecipa, sii competitivo, vinci! Il metodo americano: Yes, you can, non fa per noi. Noi siamo europei. In Europa, anche se arrivi primo, trovi sempre qualcuno che ti supera nella corsia preferenziale. Ne vale davvero la pena? Io credo di no. Quello che voglio fare nella vita è scrivere. Se per venire letto devo prostituirmi: no, grazie, non mi interessa. Come vorreste essere ricordati da morti? Una domanda che ci facciamo troppo poco spesso.

Il modo in cui si arriva al risultato, per me, è importante tanto quanto il risultato stesso. Non mi interessa essere famoso, non è per questo che scrivo. Scrivo perché, per me, è un’ossessione farlo. Verrò letto? Verrò pubblicato? Venderò? Domande sbagliate. La domanda vera è: conta davvero tutto questo? Se sì, avete sbagliato mestiere. Infilatevi una gonnella inguinale e salite su una pedana. Se siete carine e la date alla persona giusta, diventerete certamente famose. Se avete le gambe ricoperte di peli e ogni mattina dovete farvi la barba, allora il campo in cui dovete giocarvela è quello da calcio. Un calciatore professionista vende più libri di uno scrittore professionista. Avete sbagliato mestiere, cari aspiranti, almeno ve ne rendete conto?

Scrivere per essere letti

Io non scrivo per essere letto, scrivo e basta. Certo, venire letti è l’atto ultimo. È il completamento di un lavoro. La ciliegina sulla torta. La pacca sulla spalla dopo una giornata faticosa. Ecco come vorrei essere ricordato: un uomo che lavora duro e viene apprezzato per questo. Il resto, semplicemente non mi importa.

Di tanto in tanto spunta all’orizzonte il caso: il personaggio che è riuscito a vendere x milioni di copie perché, prima di scrivere, è diventato famoso. Questa volta è il turno di Zoe Sugg. Questa 24enne, amante degli One direction, si è fatta conoscere prima nella rete, come vlogger, per poi vendere nella prima settimana di pubblicazione l’astronomica cifra di 78.000 copie. Per quanto mi riguarda, la domanda resta sempre la stessa: ‘sti cazzi?

Il mio blog non raggiungerà mai i due milioni di lettori. Non perché siamo in Italia e gli italiani non capiscono un cazzo. Ma perché io per primo non lo vorrei. Inoltre credo che gli italiani abbiano un sacco di difetti, ma per il momento si sono ancora salvati dalla mania del diventare famosi a tutti i costi. Sono contento per Zoe e se qualcuno di voi dovesse copiarne le orme e ottenere lo stesso risultato, sarò contento anche per lui. Per quanto mi riguarda però, le motivazioni che mi spingono a scrivere non calcano lo stesso terreno.

Le giuste motivazioni

Vivo ancora in un mondo in cui le giuste motivazioni, sempre più rarefatte, sono ancora valide. Quali sono queste motivazioni? La soddisfazione di aver fatto un buon lavoro, ad esempio. Oppure la gioia di trovare un riscontro reale nei lettori o, ancora, la fatica di un impegno portato a compimento. Diventare famosi per poi scrivere un libro, che vende molto ma che vale meno della carta da culo, non è tra queste.

Non vorrei apparirvi né arrogante né egocentrico, lo sono senza dubbio. Quello che scrivo, mi rendo conto che può essere interpretato male. Vorrei allora chiarire bene il mio punto di vista: non scrivo per sentirmi dire wow, se poi quello che scrivo non lo merita; non scrivo per diventare famoso, se poi lo divento per i motivi sbagliati; non mi interessa usare la rete nel modo giusto, altrimenti si è out. Scrivo perché mi piace farlo. Se poi dovesse portare a un risultato, sarà la pacca alla fine della giornata.

Il mio blog è l’espressione dei miei pensieri. Li esterno al mondo senza chiedermi chi li leggerà. Li leggete e non siete d’accordo? Mi sta bene. Li leggete e siete perfino d’accordo? Mi sta bene. Non li leggete e non ve ne frega un ciufolo? Mi sta bene pure questo. Ma essere letto perché si fa tendenza… no, questo non mi sta bene.

Si potrebbe opinare che sono un uomo invidioso, pieno di rancore. Sbagliate. Non posso invidiare chi vende 78.000 copie di un libro che, io per primo, non leggerei mai.

Volete essere famosi?

Quello in cui sbagliate è il voler diventare famosi per poter dimostrare quanto siete bravi. Bravura e fama non stanno dello stesso campo da gioco. Se è alla fama che pensate quando scrivete: lasciate perdere. Fate altro. Ci sono modi migliori e più efficaci per diventare famosi. Aprite un blog sul lifestyle e raccontate alle persone quello che vogliono sentirsi dire, ma con tanta, tanta sincerità… oppure trasformatevi in serial killer e poi scrivetene un libro. Il gioco ne varrebbe ancora la candela?

Se, invece, è alla bravura che pensate quando scrivete: allora testa china sul foglio e proseguite dritti per la vostra strada. Non riceverete mai una pacca su una spalla, ma vi importa davvero?

15 Comments on “Divento famoso così scrivo un libro

  1. Io scrivo per essere letta! Non scrivo diari, scrivo racconti e romanzi, che esistono solo in funzione dei lettori. Quindi sì, essere letta è importante. Non importa se da 5 o da 5000 lettori, ma senza lettori la cosa non ha senso.
    Di certo di essere famosa non può importarmene meno. Vorrei più tempo da dedicare alla scrittura, questo sì, mi piacerebbe poterne fare almeno un lavoro part-time, perché scriverei meglio. E guadagnare abbastanza dalla scrittura per potersi permettere una cosa del genere implica una certa fama. Che non raggiungerò mai, credo, e che sarebbe comunque un effetto collaterale.

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    • Tutti gli scrittori scrivono per essere letti, su questo non ci sono dubbi. Il punto, però, è un altro. Qui si parla di diventare famosi e poi scrivere un libro. Soprattutto, non si parla di scrittori. Zoe Sugg non lo è. Per scrivere il libro ha ammesso, candidamente, di essersi fatta aiutare da un ghost writer… 😉

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  2. Mi rivedo completamente in questo post al punto che potrei averlo scritto io.
    Anche io voglio essere letta, mi sembra ovvio. Ma non mi importa di avere mille miliardi di lettori. Mi basterebbe far girare il romanzo in fotocopia fra persone che sappiano comprenderlo e apprezzarlo.
    Più che diventare famosa, il mio obiettivo è un altro… e sto parlando di un obiettivo a lungo termine, non dell’obiettivo noto di scrivere un romanzo di qualità (anch’esso a lungo termine, fra l’altro).

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    • Vedi? Sarà stata la tua influenza ad avermelo fatto scrivere allora… dovresti davvero smetterla di leggere i miei racconti e di darmi indicazioni. 😉

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  3. Mi pare che questa Girl Online sia una nuova Sophie Kinsella per YA.
    Non le ammiro e non le comprerei, ma a quattordici anni leggevo “Cioè” e amavo i New Kids on the Block, quindi forse avrei preso Girl Online e appeso il poster di Penny sull’armadio.
    Ogni scrittore ha la sua nicchia di lettori, io per esempio non leggo horror, e non importa quanto uno sia bravo, non rischierei di passare la notte con gli occhi sbarrati nel buio.
    Salvatore, tu guarda, passa, e non ti curar di loro. Se ti irrita la loro stupidità, godi del fatto che per contrasto tu sei ancora più intelligente.

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    • Io non giudico, se ho dato quest’impressione mi dispiace. Sono felice che questa ragazza sia riuscita a fare tanto. I suoi lettori non sarebbero comunque i miei, quindi mica mi ha tolto qualcosa. E se anche solo una manciata di quelle ragazzine, grazie al suo libro, dovesse apprezzare la lettura al punto da diventare lettrici accanite, be’, allora avrà fatto anche un favore a tutti noi. Con il tempo, la lettura e la maturità i gusti si evolvono e magari inizieranno a cercare qualcosa di un po’ più raffinato.
      Coglievo invece solo l’occasione per ribadire, annoiandovi, quanto egocentrico io sia… 😉

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  4. Ascolto le tue argomentazioni con il tipo di stupore che si prova di fronte a una razza aliena. Viviamo la scrittura in modi talmente diversi che non riesco nemmeno a invidiarti, anche se forse dovrei, sotto certi aspetti. Per me essere conosciuta significa riuscire a raccontare a tanta gente le storie che ho scritto. Questa è la torta, altro che ciliegina! Mi sentirei anche a disagio nel vivere la scrittura come ossessione. Le ossessioni non mi ispirano simpatia in generale, che siano per il caffè, l’alcol, il body building o la collezione di orologi mignon. Guardo con sospetto già le abitudini, che si traducono così spesso in binari su cui la mente si appisola. Per la scrittura sono convinta che l’abitudine serva ad abbandonare certe zavorre, perciò faccio un’eccezione. Scrivere per se stessi ha senso? Sì, per chi lo vive così (ma parliamone tra dieci anni); se però lo scopo è raccontare, soddisfazione zero. Non farei nessun sacrificio a questo scopo.

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    • Leggendo meglio (anche i commenti), mi rendo conto che non stai proprio dicendo quello che mi sembrava stessi dicendo… Credo che nessuno di noi voglia diventare famoso PER scrivere un libro e vendere bene. Semmai vogliamo diventare famosi per il nostro scrivere, che è diverso. I due argomenti però nelle tue parole si intrecciano, mi sembra, pur essendo molto diversi nella realtà.

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      • Ciao Grazia. ^^
        Perché siete abituati a leggere post di scrittori (o pseudo tali) che scrivono su scrittura o altri scrittori. Invece, questa volta, sono partito da un post di Alessia che parla del caso dell’anno: Zoe Sugg. Zoe non è una scrittrice e, a quanto ne so, non vuole fare la scrittrice. Ha raggiunto i 7 milioni (MILIONI) di follower grazie a un vlogg che parla di life style e, grazie al seguito, ha deciso di sfruttare l’onda buona facendo scrivere un libro a un ghost writer per poi venderlo e venderlo bene anche. Il punto dunque qual è? Be’ l’ho detto chiaramente: avete sbagliato mestiere, perché di libri ne vende di più un calciatore che uno scrittore professionista. In questo caso il calciatore è una ragazza che fa tendenza… 😉
        Se non avevi letto il post di Alessia non potevi, in effetti, possedere tutte le informazioni per leggere il mio articolo nell’ottica giusta. 😛

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  5. Concordo in pieno, soprattutto sulle 78000 copie di un libro che io non leggerei mai e neanche scriverei.
    Se devo diventare famoso, allora sarà perché ho pubblicato opere sopraffine. Non mi interessa diventarlo prima – anche perché non so proprio cosa potrei fare per diventarlo.
    Io scrivo per essere letto e per vedere, un giorno, i miei libri nelle librerie.

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    • Ero abbastanza sicuro che al riguardo la pensiamo allo stesso modo. 😉
      Naturalmente il post non voleva essere una critica nei confronti di Zoe, ha fatto quello che riteneva giusto per sé. Forse non è neanche una critica nei confronti delle case editrici, che devono monetizzare in tutti i modi che possono. Alla fine non c’è nessuna critica. Solo… non mi riconosco in quel modello.

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  6. Ti informo che Miss Zoella ha dichiarato (dopo la Penguin) che il suo libro… è stato scritto da un ghost writer! Diciamo che la Penguin ha pensato di chiederle la concessione del nome, una trama e una storia.
    Rubate ai suoi sogni di young adult, diciamolo.
    Detto questo, ci dimentichiamo spesso che il libro è un prodotto e, come tale, viene visto dalle case editrici. Loro VENDONO e, se vogliono vendere, devono trovare la persona giusta, che faccia breccia nel pubblico, dunque nel target, dunque nel cliente.
    Facile? No.
    Ma questo è evidente che porta in libreria il personaggio famoso con la sua autobiografia, la Gregoracci con le favole per bambini, la Chiabotto con il suo romanzo post-adolescenziale e Fabio Volo. Più tutti i cloni di Stephanie Mayers, italiani e non.
    Il problema non è “voglio diventare famoso per poter pubblicare” ma è innegabile che, se hai un seguito, le case editrici sono più propense ad aprirti la propria porta, senza badar alla qualità.
    Perché la qualità non sempre è remunerativa.
    Noi abbiamo la tendenza ad avere la visione romantica degli artisti ma non possiamo permetterci di essere solo utopia: dobbiamo guardare anche al concreto, o continueremo a parlare di scrittura per assolutismi senza affrontare i veri problemi e il vero mercato.

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  7. Ciao Alessia, come dicevo nelle risposte ai commenti, la mia non è una critica verso Zoe, ha fatto quello che le conveniva di più, e non è neanche una critica alle case editrici, che hanno l’esigenza di monetizzare il più possibile. In realtà non ci sono critiche, neanche verso i lettori; i lettori di Zoe non possono essere i miei, semplicemente. Anzi, se qualcuna di quelle teenager dovesse diventare una lettrice forte grazie al libro di Zoe (assurdo, lo so, ma può capitare) alla fine ci avremo guadagnato tutti. Semplicemente ribadivo che non mi riconosco nel sistema: fama + libro. Preferisco percorrere la strada più difficile (da vero masochista megalomane), vale a dire: scrivo un bel libro che venga letto (tanto) per le sue qualità… Io conosco bene il mercato e il marketing, ci lavoro e con successo, ma questo non significa che ne condivida tutti i principi. Non nella scrittura comunque. Sono un idealista? Be’, hai ragione, sono un cazzo di idealista!

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  8. Inseguire il successo a tutti i costi non mi interessa proprio, altrimenti sarei rimasta nel campo pittorico. è proprio il mercato che rovina ogni, le dinamiche preferenziali poi sono il cancro per ogni settore.
    Meglio arrivarci con calma e costruirsi un proprio spazio, dove le pacche sulle spalle le ricevi con la pura gratificazione di essere letto.

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