Il buono dei cliché, in narrativa


Il cliché in narrativa

…quando lo stereotipo è una buona idea

Gesti ripetuti, personaggi già visti, soluzioni facili, espressioni ben note, modi, gesti, parole, azioni, nomi, il mondo della narrativa è di seconda mano, quando giunge a noi è già vecchio e logoro: un prodotto vintage di epoche passate. La sola lettura dei ben noti cliché ci fa storcere il naso come poche altre cose al mondo. Eppure ne abusiamo. Ma cos’è un cliché e come nasce?

Definizione di cliché

Un cliché è un espressione o comportamento stereotipati; una frase fatta; un luogo comune. Ma cos’è uno stereotipo allora? Tralasciando il significato letterario – che potete trovare su un qualsiasi vocabolario – uno stereotipo è una visione semplificata riguardo una certa cosa: un luogo, un concetto, un personaggio o un espressione, ad esempio il Diavolo è sempre rosso, dotato di corna, zampe caprine e forcone.

Un cliché però, non nasce come tale: lo diventa. Perché una certa idea diventa uno stereotipo abusato? Perché inizialmente funziona. Potremmo quindi dire che un cliché è un elemento, in origine, valido della narrativa. È qualcosa che funziona talmente bene da finire per esserne abusato, diventando quindi un cliché.

Un cliché è uno stereotipo che funziona!”

Fin qui ho detto una banalità, se volete un cliché del cliché, un pensiero stereotipato riguardo la stereotipizzazione stessa. I cliché non ci piacciono. Ogni volta che se ne parla su un post, se ne legge solo cose negative. Non farò quindi un elenco di cliché, cioè di elementi abusati da evitare assolutamente; è già stato fatto e non è oggetto di questo post analizzarli. Oggetto di questo post invece, è capire se c’è qualcosa di buono nei cliché e come utilizzarli.

Un’idea vecchia

Dicevo che un cliché diventa tale e lo diventa perché in origine l’elemento che ne sta alla base era buono, funzionava. Il fatto di averne abusato però lo trasforma in un oggetto pericoloso, un qualcosa da evitare per non scadere nei “soliti cliché”. Potremmo affermare con una certa tranquillità che un cliché è un idea vecchia. Un idea. La chiave di volta, secondo me, è tutta qui.

Non è il Diavolo a essere un cliché, ma l’idea che ci siamo fatti di lui, il modo in cui lo raffiguriamo, il modo in cui lo utilizziamo all’interno di una storia. Questo vale per ogni tipo di elemento stereotipato. Per utilizzare un cliché che funziona dobbiamo quindi svecchiarne l’idea che ne sta alla base, rivisitarlo, ravvivarlo con un’idea nuova.

In narrativa è già stato detto e narrato tutto. Sappiamo bene che non ci sono più storie originali. Questo è così vero che anche quegli elementi che utilizzavamo per riproporre una storia in modo nuovo, originale, sono diventati a loro volta degli stereotipi. Eppure l’originalità non consiste nell’inventare qualcosa di mai visto prima, ma nel riproporre qualcosa di vecchio in modo nuovo.

Il cliché 2.0

Prima che vi chieda quali sono i cliché che vorreste riutilizzare, benché smacchiati e spolverati, lasciate che aggiunga ancora della “carnazza” a questa discussione: alcuni cliché non posso essere evitati perché funzionano troppo bene. Potremmo quasi dire che c’è il posto giusto per ogni cliché. Mi spiego meglio: un thriller basato sui serial killer non può che essere ambientato in America, ad esempio. Certo, potremmo ambientare la nostra storia a Porto Gruaro, ma non è la stessa cosa.

Alcuni cliché aiutano il lettore a riconoscere subito la storia che stiamo per narrargli e a farlo entrare immediatamente in empatia con essa. Egli sa cosa stiamo per raccontargli e si predispone di conseguenza. Questa è una cosa buona, facilita alcuni processi narrativi. La capacità dello scrittore sta allora nell’uso intelligente di questi stereotipi. Per quanto abusato, ambientare una storia negli Stati Uniti rimane una buona idea. Una cattiva idea è invece l’utilizzo dell’ambientazione in modo stereotipato. Ci sarà qualcosa di originale da dire riguardo l’America, no?

I vostri stereotipi

Giunti alla conclusione di questo post, non posso non chiedervi quali sono gli stereotipi che vi fanno maggiormente storcere il naso e quali invece riutilizzereste, benché rivisitati, nelle vostre storie. Inizio io però:

  • Stati Uniti d’America, è un’ambientazione sfruttata – soprattutto da chi non li ha mai visitati – eppure racchiude un fascino tutto suo per noi europei. In fondo gli americani ambientano spesso e volentieri le loro storie (le loro storie migliori) in Europa, a volte senza neanche esserci mai stati. Alcuni esempi? “Il cardellino” di Donna Tartt oppure “Angeli e demoni” di Dan Brown.
  • Magia, intesa proprio nel senso classico del termine, con incantesimi, formule magiche e rituali. Io non scrivo fantasy, eppure la magia nella sua forma più stereotipata mi ha sempre affascinato. Se dovessi scrivere un fantasy, di qualsiasi sottogenere, la introdurrei, facendo però bene attenzione a proporne una versione 2.0. Alcuni esempi? “Harry Potter” di JK Rowling.
  • Il sesso, cosa esiste di più stereotipato di questo? Eppure una storia senza sesso è come una relazione senza amore: priva di senso. Ci sarà un motivo se in ogni film, o quasi, gli americani inseriscono almeno una scena di sesso, no?

Adesso tocca a voi: quali sono i cliché che non utilizzereste mai e quali invece introdurreste volentieri nelle vostre storie?

25 Comments on “Il buono dei cliché, in narrativa

  1. Il cliché funziona quando è consapevole, quando non lo uso in modo inconscio perché “mi suona così”, ma so perfettamente che sto scrivendo utilizzando un elemento abusato e quindi mi do un po’ da fare in modo che diventi “un elemento abusato a modo mio”. Detto questo ho il terrore delle storie ambientate in USA da chi non è mai stato là (ma anche ambientate ad Cologno Monzese da chi non c’è mai stato). Anzi, usare un cliché in modo consapevole è difficilissimo e richiede, credo, doppio lavoro. Vogliamo parlare di magia tradizionale? Quanto meno dovremo ripartire dalla letture de “Il ramo d’oro”.
    Nel giallo, che è il mio genere, il cliché è dietro l’angolo. Un po’ li evito e un po’ li abbraccio, a seconda dei casi. Se li abbraccio ci lavoro su più che con gli elementi originali.

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    • Ciao Tenar. Infatti, consapevolezza. Credo sia proprio questo il punto. Per quanto riguarda le storie ambientate in USA: che differenza c’è se, ad esempio, non conosco neanche Porto Gruaro (per dirne una), oppure non conosco il funzionamento – preciso – delle procedure di polizia italiane? Alla fine mi devo documentare lo stesso, no? Tanto vale usare un’ambientazione più affascinante. Inoltre c’è un sacco di materiale sugli Stati Uniti, molto più che su Porto Gruaro o sulle procedure di polizia italiana. 😛

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  2. Sinceramente non c’è nessun cliché che non userei a priori. Come lettrice infatti vedo che possono piacermi tutti, se l’autore è bravo a interpretarli, perciò faccio del mio meglio per essere brava io stessa, piuttosto che concentrarmi su quello che devo schivare. In particolare cerco di sfruttare bene il brainstorming per prendere in considerazione tutte le ipotesi possibili prima di fissarmi su una. So che il momento della scelta iniziale – di qualunque elemento della storia – è il più delicato, per me.

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    • Certo, una volta fatta la scelta non si torna indietro; salvo grande lavoro di riscrittura. Ma c’è qualche cliché che ti piace più/meno di altri? Ad esempio le storie ambientate in USA da italiani che vivono in Italia, ti fanno storcere il naso a priori?

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      • Solo se sono raccontate male, del genere “ho visto tanti telefilm e mi basta”. Non mi sono mai trovata davvero d’accordo sul fatto che mogli, buoi e storie debbano venire dai paesi tuoi, anche se i rischi ci sono, e credo anche di averli sottolineati in un qualche post sul mio blog. Quando ho iniziato a scrivere mi è capitato di discuterne con chi lo vedeva come un difetto a priori, e in parte gli avevo anche dato ragione. Adesso, con minore sudditanza, considero di più le opportunità offerte dal cliché, con tutti i se e i ma del caso.

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        • Anche secondo me c’è una sorta di riluttanza a priori che però non capisco fino in fondo. Voglio dire, se dovessi ambientare un giallo a Palermo non mi troverei nelle stesse identiche condizioni? Palermo non l’ho mai vista. Con la differenza che sugli Stati Uniti c’è molto più materiale su cui approfondire. Si potrebbe quasi dire che conosciamo meglio l’America di noi stessi.

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          • Nemmeno io lo capisco il perché. Vogliamo fare finta che dopo decenni di immagini dagli U.S.A. siamo rimasti del tutto estranei al loro mondo? Dovremmo essere parecchio tonti, secondo me. Di sicuro per ambientare una storia lì mi super-documenterei, se non potessi andarci, perché è vero che alcuni dettagli non puoi attingerli solo dai film, e sono i più sugosi, perché non tutti li conoscono.

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  3. Premettendo che io, da appassionata di thriller quale sono, ho letto un sacco di romanzi sui serial killer ambientati in paesi diversi dagli USA, Italia e Svezia comprese, credo che l’ambientazione italiana sia il punto forte di tutte le mie storie, o almeno lo è stata finora. Amo il mio paese e mi diverto a rappresentarlo.
    Uno stereotipo che non userei mai? Quello “nazionale”: i tedeschi bevono birra e girano con i calzettoni e i sandali, i giapponesi hanno la fotocamera appesa al collo e così via… mi piace studiare e conoscere le altre culture, scendere nel profondo. Ne ho parlato proprio nel mio ultimo post, ricordi?
    Lo stereotipo che utilizzo? Quello che consente di identificare un personaggio minore. Attribuirgli un tratto distintivo fa in modo che il lettore non dica “e questo chi è”.

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    • Ma come sono contento che sei appassionata di thriller, visto che te ne dovrai sorbire sicuramente uno di un aspirante scrittore pedante e incapace… 😉

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        • Ma da cavia ti posso far fare quello che voglio? Tipo correre dentro una ruota? 😛

          P.S. Grazie! Ieri sera ho scritto la traccia della trama. Ho tutta la storia. Adesso devo fare solo più la scaletta e poi si parte! 😉

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            • Breve nuovo, anche se mi sa che tanto breve non sarà affatto. Non ho ancora approntato la scaletta – questa notte ho lavorato sull’ambientazione (un po’ pungolato da animadicarta) e domani notte lavorerò sul contesto storico (dopo aver letto il tuo ultimo post) – ma a occhio e croce, prendendo in considerazione la traccia che ho steso la notte scorsa, non appare poi così breve… Se sono molto sfortunato verrà lungo 300 pagine, altrimenti non meno di 150 comunque. Ti scoraggia? 😦

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  4. In Italia non credo che abbiamo avuto dei serial killer, tranni rarissimi casi, quindi non sarebbe credibile ambientare quel romanzo da noi.

    Sarà una buona idea ambientare una storia negli USA se davvero quella storia va ambientata lì.

    Gli americani inseriscono il sesso nei film per catturare l’attenzione, ma di fatto è un elemento inutile, a meno che non sia una storia erotica. Il sesso nei film è come le canzoni nei cartoni animati.

    Dei 3 citati userei solo la magia. Ma non la vedo come un cliché.

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    • Sì, è vero. nei libri il sesso è inutile a meno ché non serva. Per quanto riguarda l’ambientazione, ormai è deciso: Stati Uniti! Vediamo se riesco a essere originale dove l’originalità ce la siamo già bella che fumata tutta. 😉

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    • Dopo aver seguito dei seminari con criminologi e medici legali, ti devo contraddire. In Italia abbiamo avuto la nostra buona parte di serial killer, solo che non se ne parla molto. Abbiamo i casi più documentati di angeli della morte (le infermiere assassine, per intenderci) e tante altre allegre storie, da chi delle vittime faceva insaccati (in veneto, se non ricordo male) a chi per decenni è riuscito a far incolpare la mafia dei propri crimini seriali. Quindi occhio ai vicini di casa!

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  5. Per il prossimo romanzo ho in mente di usare una situazione che ormai è diventata una specie di cliché e stravolgerla a metà storia. Probabilmente non mi sono per niente spiegata e dubito di poterlo fare senza dirti qual è il cliché”. Comunque, in pratica mi piacerebbe usare quello che il lettore si aspetta per sorprenderlo con l’esatto contrario 🙂
    Dico no invece alle storie ambientate in America, perché non ci sono mai stata. La magia la userei (già lo faccio!), però in modo non stereotipato. Il sesso dipende, se aggiunge colore, perché no?

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    • Be’ sì, ti sei spiegata benissimo anche senza specificarne l’oggetto. Un po’ come si fa con taluni racconti: imbecchi il lettore in una direzione e poi lo sorprendi terminando nella direzione opposta. Certo, con il romanzo è un’operazione più fine.
      Sugli Stati Uniti non sono d’accordo. Ogni storia ha la sua ambientazione e il limite del “non esserci mai stati” non è una giustificazione. Voglio dire, Tolkien mica è mai stato nella Terra di Mezzo, eppure Il signore degli anelli lo ha scritto lo stesso. 😛
      Se volessi ambientare una storia al di fuori di casa tua come dovresti fare? Passi metà della vita a viaggiare? Mi spiego? Io ambienterò il mio prossimo romanzo negli States e poi mi dirai se ho fatto male o sono sembrato banale, d’accordo? 🙂

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      • Se ambienti la storia in un posto di fantasia, puoi scrivere quello che ti pare. Ma se è un posto reale che si conosce solo grazie a foto, video, racconti o sentito dire, dubito che si possa essere davvero credibili. Lo dicevo a proposito del mio post sull’utilizzo di Google Earth, penso che abbia molti limiti.
        Però sono pronta a ricredermi, quando leggerò il tuo romanzo 🙂
        PS Io aggiro sempre il problema e invento quasi tutte le mie ambientazioni!

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        • Ok! Accetto la sfida. Mi dirai se l’ambientazione ti sembrerà realistica o meno. 🙂
          Inventare le ambientazioni va benissimo, anch’io lo faccio nei racconti, ma se una storia dev’essere ambientata nel nostro mondo e deve sembrare realistica o l’ambienti sotto casa tua (mia, nel caso specifico) oppure hai lo stesso problema che comporta un’ambientazione negli Stati Uniti.

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  6. Pingback: Come progettare un ambientazione | Salvatore Anfuso

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