Ho sempre scritto di getto e prediligo questo all’estrema razionalizzazione di una storia. Ci sono scrittori che fanno scalette concettuali anche dei singoli paragrafi; non io. La scrittura per me è un atto di supremazia creativa, un’esplosione di idee, un fiume di parole che si riversa dalla mente allo schermo. Dopo sette manoscritti abbandonati però, ho capito che un simile criterio può andare bene per una scrittura breve o estemporanea (come un racconto, ad esempio, o una singola scena). Non è, invece, ottimale per scrivere un intero romanzo. Il romanzo è un progetto lungo, va curato bene.
A causa dei miei errori e fallimenti, o grazie a essi, ho elaborato un sistema di lavoro, uno schema, che sto tuttora adoperando per il mio attuale progetto. Quello ambientato in America, ricordate? Bene, ve ne voglio svelare i segreti, poiché l’argomento di questo post è: la scaletta.
Rispondo al post di Grazia, Scrittori sull’attenti, del 3 dicembre scorso. Come sapete sono un uomo pigro, ma molto disciplinato. Mi sveglio tutte le mattine (notti…) alle tre e lo faccio per scrivere il mio romanzo o i vari racconti che produco. Nel week end mi costringo a non scrivere narrativa, ispirazione o meno, e ne approfitto invece per dormire di più, leggere di più e produrre i tre post che pubblicherò nel mio blog la settimana successiva, secondo le scadenze abituali.
Quello che non condivido del post di Grazia, anche se sono sicuro che lei non la pensi così e che la mia sia solo una libera interpretazione di quanto ha scritto, è l’idea “sottintesa” che la scrittura vada auto-imposta. Mi spiegherò meglio. Grazia è un’amica, le voglio bene, e scrive divinamente anche, ma la scrittura non può essere imposta, la scrittura è ossessione. Questo, infatti, è l’argomento del post.
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